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Intervento del Sottosegretario Scotti: cambiamenti climatici e mobilita’ umana in africa

Roma 21 Aprile 2009

(fa fede solo il testo effettivamente pronunciato)

• Desidero rivolgere il mio più caloroso saluto a tutti i partecipanti ai lavori di questa Conferenza che ritengo abbia una grande valenza politica, soprattutto di fronte alla grave crisi economica che stiamo vivendo e alle difficili sfide che la globalizzazione ci pone di fronte. Sono particolarmente lieto, e grato per la presenza qui, oggi, del Professor Richard Samson Odingo, vice-Presidente del Foro intergovernativo sul mutamento climatico, l’IPCC, premio Nobel nel 2007 per l’eccellenza delle sue ricerche scientifiche e l’infaticabile lavoro sul tema.

• Come ho avuto modo di sottolineare proprio stamani, in occasione di un seminario alla Camera dei Deputati dedicato al tema dell’ambiente, il cambiamento climatico è ormai una questione cruciale dell’agenda internazionale. Dopo il Protocollo di Kyoto, l’attenzione si è spostata sul negoziato per l’accordo sul regime globale di riduzione delle emissioni post-2012 che dovrebbe essere finalizzato con la Conferenza delle Nazioni Unite di Copenaghen a fine anno. In questo senso il 2009 potrebbe segnare davvero un momento di svolta in termini di impegno della comunità internazionale sulle materie ambientali, anche grazie alla posizione assunta dal Presidente Obama e alle aperture di alcuni importanti Paesi emergenti come la Cina.

• La Presidenza Italiana del G8 rappresenta dunque una grande occasione per catalizzare un possibile consenso verso la Conferenza di Copenhagen. Il Presidente Berlusconi e il Presidente Obama hanno convenuto sull’opportunità di tenere durante il Vertice de La Maddalena la prima riunione a livello di Capi di Stato e di Governo del Major Economies Forum (MEF), un formato a 17 Paesi dedicato alle tematiche del clima e dell’energia, che riunisce le maggiori economie mondiali, sviluppate ed emergenti, responsabili nel complesso per circa l'80% delle emissioni di gas serra globali.

• In questo contesto, appare sempre più rilevante approfondire specifiche problematiche legate al cambiamento climatico, come l’influenza del riscaldamento dell’atmosfera sulle migrazioni e la mobilità umana. Le zone più povere del pianeta sono infatti più vulnerabili anche per una loro minore capacità di adattamento ai cambiamenti climatici. Il caso dell’Africa è in questo senso il più emblematico, sia perché è il continente che più di altri sta subendo un incremento della temperatura, sia perché la stragrande maggioranza della popolazione dipende tuttora per il proprio sostentamento da attività, come l’agricoltura, che più di altre soffrono del mutamento del clima.

• I cambiamenti climatici, come la siccità e quindi la distruzione di aree agricole, la scarsità d’acqua, le pandemie, spingono le popolazioni più vulnerabili a spostarsi in cerca di condizioni ambientali meno ostili. Aumentano quindi in maniera evidente i flussi migratori, non soltanto verso l’Europa come l’Italia ben sa, ma all’interno dello stesso continente africano, ad esempio tra Africa sub-sahariana e Africa del Nord, accentuando le situazioni di instabilità in Paesi che sono di per sé fragili e rischiando di alimentare nuovi conflitti per il controllo di risorse fondamentali come l’acqua. Tali flussi seguono anche la direttrice campagne-città, portando ad un eccessivo inurbamento che accresce il numero di disperati che abitano le periferie delle grandi metropoli, con tutte le conseguenze – anche sul piano della sicurezza - che un tale fenomeno può comportare.

• La grave crisi economica che stiamo sperimentando aggrava indubbiamente questi problemi, perché diminuisce il numero di immigrati che i Paesi industrializzati sono disposti ad assorbire e perché si riducono le rimesse di quelli che già vivono nei Paesi “ricchi”. Ironia del destino, l’Africa, arrivata per ultima alla globalizzazione, rischia di pagarne solo gli effetti negativi, invece di coglierne le opportunità di sviluppo.

• Siamo istintivamente portati a pensare cosa possiamo fare noi, Paesi occidentali, in situazioni come questa. Ma attenzione: questa logica rischia di continuare a relegare l’Africa in una inaccettabile e datata condizione di minorità. Dobbiamo incominciare invece a chiederci quale ruolo intenda e possa svolgere l’Africa in questa situazione. Dobbiamo favorire una responsabilizzazione maggiore dei governi africani per il presente e il futuro dei loro cittadini. Dobbiamo uscire dall’approccio assistenzialista che ci ha guidato in questi ultimi anni. Tanto più alla luce della scarsità delle risorse finanziarie disponibili, occorre superare quelle politiche che creano nuove forme di dipendenza in chi riceve gli aiuti, senza risolvere veramente i problemi ed anzi alimentando nuove richieste di fondi sempre più difficili da soddisfare.

• Alla base di questa impostazione concettuale rivelatasi ormai errata sia per i Paesi africani che per la comunità internazionale vi è una sorta di afro-pessimismo che va respinto. L’Africa non significa solo guerre, fame, malattie, ma significa anche opportunità, risorse, potenzialità di sviluppo. E’ quello che ho visto nella visita che ho fatto a febbraio in quattro Stati africani: Angola, Nigeria, Sierra Leone e Senegal. Si tratta di Paesi molto diversi tra loro, ma in tutti ho visto sintomi di cambiamento nella società civile, segnali di un dinamismo economico impensabili fino a pochi anni fa, nuove opportunità di lavoro insieme con i Paesi industrializzati verso più avanzate prospettive di sviluppo economico. L’Africa va considerata ormai un “soggetto” a pieno titolo delle relazioni internazionali. Non più un continente “oggetto” politico o semplice destinatario di politiche.

• Le nuove opportunità che esistono dobbiamo però saperle cogliere, come dobbiamo sapere costruire nuove forme di partenariato che ci mettano in condizione di lavorare insieme con l’Africa per l’adattamento e la mitigazione dei cambiamenti climatici, come pure nella gestione responsabile dei flussi migratori e su altri temi. A tale proposito vorrei soffermarmi su alcune specifiche priorità della Presidenza italiana del G8 che mi sembrano particolarmente pertinenti alla riflessione che stiamo svolgendo.

• (1) I formati “inclusivi” del Vertice G8. Al Vertice G8 de La Maddalena proponiamo due elementi innovativi che riguardano direttamente l’Africa. In primo luogo, abbiamo deciso di rafforzare, in un’associazione stabile e strutturata al G8, il dialogo con i Paesi G5 e di aggiungere ad essi un grande Paese africano come l’Egitto. E’ una scelta strategica, perché i grandi problemi dello sviluppo economico, della sicurezza delle fonti energetiche, della lotta ai mutamenti climatici e della mobilità umana, non possono essere affrontati senza coinvolgere tali Paesi.

• L’altro elemento innovativo è costituito dal fatto che per la prima volta nella storia del G8 i Capi di Stato e di Governo incontreranno i rappresentanti africani in un formato più ampio, insieme cioè ai G5 e all’Egitto. E’ un modo per sottolineare come i problemi dell’Africa siano i problemi di tutti e debbano essere risolti con il concorso e l’impegno solidale di tutti.

 (2) La sicurezza dell’approvvigionamento energetico e la diversificazione delle fonti energetiche. Si tratta di un tema al quale un Paese come l’Italia è particolarmente sensibile e dove l’Africa, e parlo qui anche dell’Africa sub-sahariana, può dare un notevole contributo. Si pensi soltanto che l’Angola produce oggi tanto petrolio quanto la Nigeria.

• (3) Le energie rinnovabili e l’efficienza energetica. Sono due temi prioritari e di interesse non solo dei Paesi industrializzati. Lo sviluppo, la diffusione e l’applicazione di tecnologie pulite e a bassi consumi energetici sono essenziali per rispondere sia al problema del cambiamento climatico che a quello della disponibilità di energia, anche per l’Africa. Contribuiscono inoltre allo sviluppo economico ed alla creazione di occupazione, fatti questi tutt’altro che trascurabili in una situazione, quella della crisi economica mondiale, che colpisce duramente gli Stati più vulnerabili dell’Africa.

• (4) La lotta alla deforestazione. A questo riguardo, la Presidenza italiana del G8 sosterrà una serie di iniziative volte ad incentivare i Paesi a tutelare il loro patrimonio forestale, che fornisce benefici a tutto il mondo, e rafforzerà il suo impegno contro il disboscamento illegale.

• (5) Flussi migratori. Dobbiamo pensare ad un approccio moderno verso l’immigrazione, ad una sorta di “partenariato della mobilità”. Come hanno cominciato a fare l’Unione Europea e l’Italia su un piano bilaterale, i flussi migratori vanno regolati e orientati, senza imporre decisioni unilaterali agli Stati africani, ma adottando scelte condivise. Un Paese come l’Italia, con un tasso di natalità prossimo allo zero, ha bisogno di immigrati anche in campi non legati necessariamente a impieghi che richiedono scarsa specializzazione come dimostra l’elevato numero di nuove imprese che hanno come titolari proprio immigrati. Vogliamo quindi farci portatori, anche in ambito del G8, di politiche condivise di gestione dei flussi migratori, nel rispetto della legalità e quindi anche delle condizioni di vita dei lavoratori immigrati.

• La mobilità umana è sicuramente una delle sfide contemporanee più articolate e complesse che dobbiamo affrontare. Nel farlo è importante distinguere chiaramente tra immigrazione illegale e traffico di essere umani, da un lato, e immigrazione legale, dall’altro. E’ chiaro che quest’ultima costituisce un’opportunità per la crescita dell’economia, lo sviluppo e l’arricchimento culturale reciproco. L’Italia sostiene quindi con convinzione il cosiddetto “approccio globale” alle migrazioni lanciato dall’Unione Europea nel 2005 e riaffermato lo scorso anno dal Patto europeo sull’immigrazione e l’asilo. Un approccio che sottolinea il profilo multi-dimensionale del tema immigrazione e implica una assunzione di responsabilità da parte di tutti i soggetti coinvolti: paesi di origine, di transito e di destinazione.

• Un discorso, questo,  particolarmente vero per le due sponde del Mar Mediterraneo attraverso il quale, come ci ricordano le cronache di queste settimane, passano molti immigrati clandestini provenienti dal continente africano. Su questo problema l’Unione Europea e Frontex devono fare di più. Si tratta infatti di un problema che riguarda non solo l’Italia o Malta, ma l’Europa nel suo complesso.

 (6) Un approccio innovativo allo “sviluppo”. La crisi non deve rappresentare una via di fuga dagli impegni già assunti nei confronti dei Paesi più poveri. Abbiamo per questo più volte ribadito l’intenzione dei G8 di confermare gli impegni pregressi in termini di Aiuto Pubblico allo Sviluppo (APS). Siamo peraltro convinti che in una congiuntura così difficile quale quella attuale, ogni strumento in grado di innescare meccanismi virtuosi debba essere utilizzato. E’ questo lo spirito dell’approccio allo sviluppo della Presidenza Italiana del G8. Un approccio che mira a valorizzare, in aggiunta agli aiuti pubblici, anche altri fattori di crescita quali gli investimenti, i partenariati pubblico/privato, i meccanismi innovativi di finanziamento, il ruolo delle fondazioni private ed il coinvolgimento attivo della società civile. Puntiamo in tal modo a delineare un quadro completo di tutto ciò che i G8 fanno per promuovere lo sviluppo dei Paesi più poveri, Africa in primis, non in un’ottica competitiva, bensì nell’intento di comprendere meglio in quali settori la nostra azione risulta più efficace e dove, invece, occorre fare di più.

• L’approccio pragmatico, flessibile e di coinvolgimento delle economie emergenti e non solo che abbiamo scelto per la nostra presidenza del G8 è il segno della consapevolezza che, al tempo della globalizzazione, per risolvere molti problemi cruciali occorra la collaborazione di tutti, compresi i Paesi africani. Occorre inoltre che le varie questioni siano affrontate tenendo conto delle molteplici interconnessioni che presentano tra loro, ad esempio tra cambiamenti climatici e mobilità umana, oppure tra sicurezza energetica e  protezione dell’ambiente.

• Si tratta di temi che verranno approfonditi nel corso di questo convegno, organizzato insieme al CESPI, che vede il coinvolgimento di illustri studiosi africani. Sono convinto che il dibattito farà scaturire indicazioni utili in particolare per la prossima riunione G8 dei Ministri dello Sviluppo.

• Le cause e le conseguenze dei rapporti tra cambiamento climatico e mobilità umana richiedono comunque ulteriori sforzi di ricerca e analisi. Le incertezze che ancora permangono circa la reale dimensione del fenomeno rappresentano infatti un ostacolo ad una maggiore attenzione politica al problema. È quindi importante che la comunità scientifica continui il suo lavoro in modo, soprattutto in relazione al continente africano, da migliorare la conoscenza della realtà dei fenomeni e dei processi in corso, analizzandoli nei loro vari aspetti spesso diversi da regione a regione. E’ necessario accrescere la disponibilità e la qualità dei dati; è fondamentale un sistema di early warning sui cambiamenti climatici, sulle migrazioni e sui fattori socio-economici e politici scatenanti. In questa ottica un partenariato delle comunità scientifiche africane e italiane in materia sarebbe quanto mai opportuno e importante. E’ dunque con questa esortazione che vi saluto e vi auguro buon lavoro.