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Intervento del Ministro Terzi all’inaugurazione del secondo ciclo di incontri seminariali: “La promozione dei diritti umani: dalla teoria alla pratica – I diritti umani e l’Europa”

Roma 13 Marzo 2012

(fa fede solo il testo effettivamente pronunciato)

Signore e Signori,

Sono molto lieto di dare a tutti voi il benvenuto alla Farnesina per l’inaugurazione del secondo ciclo di incontri promossi dal Comitato Interministeriale per i Diritti Umani sul tema “La promozione dei diritti umani: dalla teoria alla pratica”.

Sono grato al Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, Professoressa Elsa Fornero, all’On. Jean-Léonard Touadi, membro della Commissione Affari Esteri e Comunitari della Camera dei Deputati, così come a tutti gli illustri relatori che hanno aderito all’iniziativa.

Saluto la d.ssa Barbara Terenzi, coordinatrice del Comitato per la Promozione e Protezione dei Diritti Umani, principale rete delle organizzazioni non governative italiane attive nel settore dei diritti fondamentali, e la d.ssa Ginella Vocca, presidente di “MedFilm Festival”, che anche in questa edizione ha assicurato il suo importante contributo alla buona riuscita dell’iniziativa.

Ringrazio il Comitato Interministeriale per i Diritti Umani ed in particolare i tirocinanti, il cui impegno ha reso possibile questa iniziativa.

Ringrazio soprattutto voi, studenti delle Università di Roma. E’ incoraggiante vedere il vostro entusiasmo nell’avvicinarvi ai temi della promozione dei diritti fondamentali.

Signore e Signori,

“Non vi è libertà ogni qualvolta le leggi permettono che, in alcuni eventi, l'uomo cessi di essere persona e diventi cosa”. Queste parole, tanto semplici quanto profonde, tra poco compiranno 250 anni. Cesare Beccaria le ha usate per condannare senza appello l’uso della tortura. I suoi argomenti, sia sul piano teorico che su quello pratico, sono tuttora inconfutabili.

Era il 1786, quando in Italia, per la prima volta al mondo, uno Stato, il Granducato di Toscana, cancellò completamente dal suo ordinamento la pena di morte.

Questi due fatti, tratti dalla storia rispettivamente della cultura e delle istituzioni del nostro Paese, dimostrano come nella società italiana sia profondamente radicato un umanesimo genuino, che poggia su solide fondamenta classiche e cristiane, su diffuse convinzioni di matrice liberale e solidaristica.

Non sarebbe bastato però un intellettuale come Cesare Beccaria, se non ci fosse stato un governato come il Granduca Pietro Leopoldo. Il valore intrinseco della persona e la dignità intangibile di ogni essere umano devono sì essere affermate, ma soprattutto attuate. Norme precise, applicate da istituzioni credibili, debbono concretizzare i principi sanciti dalla Costituzione. Soprattutto sul piano interno. Più che in altri ambiti, nel campo dei diritti umani quello che facciamo a casa nostra deve essere rigorosamente coerente con la nostra azione esterna. Chi vuole essere ascoltato deve mettere in pratica i valori che proclama.

Signore e Signori,

I diritti umani appartengono al patrimonio genetico della politica estera italiana. Assieme a democrazia e Stato di diritto, cui sono intimamente collegati, essi sono il fondamento ideale della nostra società e del rapporto tra cittadini e istituzioni. Coerentemente, la nostra Carta fondamentale stabilisce il fine ultimo della proiezione esterna dell’Italia: “un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le nazioni”

La “giustizia tra le nazioni” era in passato interpretata come un mero equilibrio di interessi tra Governi. Da tempo non è più così. Gli interessi nazionali esistono ancora. Il primo compito della nostra diplomazia è ancora quello di promuoverli, con ogni strumento lecito, anche nelle loro più concrete dimensioni economiche e politiche.

La nostra prosperità e il nostro prestigio dipendono tuttavia in maniera determinante dalla sicurezza regionale e globale. E questa, a sua volta, è funzione della soddisfazione delle legittime aspettative di sviluppo, di libertà e di dignità di tutti i popoli. In altri termini, affermando i diritti umani, la democrazia e lo Stato di diritto, possiamo combattere in maniera più efficace le cause profonde delle minacce alla sicurezza internazionale. Questo legame è, d’altra parte, ben rappresentato dai cosiddetti tre pilastri del sistema delle Nazioni Unite: pace, sviluppo e diritti umani, tra i quali vi è necessariamente un rapporto non solo di interdipendenza ma anche di rafforzamento reciproco.

Non si deve tuttavia pensare che questi concetti siano solo l’espressione di pulsioni ideali. E’ anche un nostro preciso interesse che i popoli nostri vicini possano godere dei benefici dello Stato di diritto e della democrazia ed aspirare pacificamente alla “ricerca della felicità”, secondo la modernissima espressione della Dichiarazione di indipendenza americana. Non tenere conto di questa realtà – peraltro dimostrata con imperiosa evidenza dagli esiti della “Primavera araba” - è doppiamente sbagliato: perché non è giusto e perché non ci conviene.

Signore e Signori,

proprio perché i diritti umani sono iscritti nel patrimonio genetico della nostra politica estera, le istituzioni, la società civile, il mondo della cultura del nostro Paese esprimono delle sensibilità particolari. E - in forza di quella coerenza tra dimensione interna ed esterna dei diritti fondamentali cui accennavo poc’anzi – tali sensibilità si traducono in priorità della nostra azione anche a livello internazionale. Cito alcune aree in cui l’Italia mantiene un profilo particolarmente elevato: la libertà di religione; la campagna contro la pena di morte; i diritti delle donne, con la campagna contro le mutilazioni genitali femminili; i diritti dei fanciulli, soprattutto nei conflitti armati.

Al riguardo, vorrei ricordare qualche risultato concreto del nostro impegno. In primo luogo la moratoria della pena di morte. L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato nel 2007, su forte impulso dell’Italia, una risoluzione, votata da 104 Stati. I voti a favore sono diventati 106 nel 2008 e 109 nel 2010, mentre, dato ancor più significativo, quelli contrari sono diminuiti da 54 a 41, confermando l’esistenza di una chiara tendenza internazionale contraria alla pena di morte. Stiamo ora lavorando per presentare nel prossimo autunno una nuova risoluzione, che ci avvicini ulteriormente all’obiettivo ultimo dell’abolizione universale. E' una dimostrazione chiara di quanto sia importante agire con continuità, perché in questo modo si consolida un patrimonio di credibilità sia nei confronti dell’opinione pubblica nazionale che nei consessi internazionali.

Vorrei aggiungere un altro esempio, preso dall’attualità di questi giorni. E’ attesa per domani la primissima sentenza della Corte Penale Internazionale. L’imputato è Thomas Lubanga, accusato di aver arruolato bambini soldato nella Repubblica Democratica del Congo. A prescindere dal verdetto, il fatto importante è che la Corte esista e funzioni. Il contributo italiano per questo risultato è stato fondamentale. Lo statuto della Corte è stato firmato il 17 novembre 1998 proprio qui a Roma, in riconoscimento del fortissimo impegno dell’Italia. Si decide su un crimine di guerra particolarmente odioso, l’arruolamento dei bambini soldato. Si calcola che più di 300.000 minori siano costretti a combattere nei conflitti armati che si svolgono in varie regioni del mondo, sia negli eserciti governativi che nei gruppi armati. L’azione del nostro Paese alle Nazioni Unite ha contribuito a rendere ancora più cogente il divieto di una simile pratica aberrante.

Un ultimo esempio: si calcola che circa 135 milioni di donne e bambine nel mondo siano state sottoposte a mutilazioni genitali. Ogni anno sono circa 3 milioni le potenziali nuove vittime (più di 8.000 al giorno), soprattutto bambine fino al quindicesimo anno di età. Da qui, il forte impegno italiano affinché i paesi africani presentino in Assemblea Generale una risoluzione contro tale pratica.

Non bisogna tuttavia cadere in un equivoco, purtroppo piuttosto diffuso. Seguire delle priorità non significa stabilire una gerarchia di valori. I diritti umani hanno una natura intrinsecamente universale e costituiscono un corpus unitario, inderogabile e indivisibile. In termini più concreti: la libertà di religione non può andare disgiunta dal diritto alla libertà di espressione e di riunione. E l’insieme dei diritti civili e politici è a sua volta inscindibile dal riconoscimento dei diritti economici, sociali e culturali.

Signore e Signori,

dall’interdipendenza tra i diritti umani consegue la necessità di una strategia condivisa tra i vari attori, che sono interessati a difenderli e a promuoverli. A livello internazionale, questo significa lavorare per aggregare un consenso nei fori multilaterali. E’ un’attività complessa ed appassionante, che costituisce l’essenza stessa della diplomazia di oggi. Al di fuori della luce dei riflettori, si ricercano quotidianamente equilibri tra sensibilità diverse, in modo da agglutinare un consenso, che contribuisce in maniera determinante a fare avanzare la prassi internazionale e, nel lungo periodo, le regole giuridicamente vincolanti.

La costruzione del consenso parte dai Paesi cosiddetti “like-minded”, quelli che ci sono più vicini per storia, cultura e sensibilità. E per l’Italia i partner dell’Unione Europea e le sue istituzioni sono i naturali punti di riferimento da cui prendere le mosse. Solo la dimensione europea mette in campo un peso politico e negoziale necessario per condurre su scala globale una politica dei diritti umani efficace. Nello stesso tempo, andando ad incidere su valori fondamentali per la vita di ogni singola persona, un impegno visibile e concreto in tale ambito rafforza, anche nelle opinioni pubbliche degli altri Paesi, la percezione del ruolo crescente - ed altamente positivo - dell’Unione Europea nelle relazioni internazionali. Per dare un’idea concreta della portata di questa realtà, l’Unione intrattiene “dialoghi strutturati” sui diritti umani con ben 46 Paesi. Dall’anno scorso, sono state elaborate 103 “strategie-paese”, con l'obiettivo di raccogliere in un unico documento tutte le informazioni e le misure concrete di cooperazione e di monitoraggio sui diritti umani in tutti i Paesi terzi.

In questi mesi stiamo inoltre lavorando alla "revisione strategica" della politica dei diritti umani, avviata alla fine del 2011 dall’Alto Rappresentante Catherine Ashton. L’Italia è stata protagonista fin dall’inizio di questo esercizio.

Per illustrare come si svolge in pratica la nostra azione in ambito europeo, vorrei portare ad esempio un aspetto che mi sta particolarmente a cuore, quello della difesa e della promozione della libertà di religione e di credo. Numerosi episodi di violenza settaria hanno purtroppo colpito diverse minoranze religiose, prevalentemente cristiane, in Africa, in Medio Oriente e in Asia. Il Medio Oriente, in particolare, è la culla del Cristianesimo. Comunità cristiane prospere e numerose hanno continuato fino ad oggi ad arricchire la politica, la società e la cultura. In taluni dei Paesi di quella regione, tuttavia, professare una religione o scegliere di non professarne nessuna oppure convertirsi ad un credo diverso sono tuttora cause di discriminazione, quando non costituiscono addirittura dei reati perseguiti anche con pene pesantissime. E’ evidente che marginalizzare o discriminare componenti vitali della società mediorientale rende l’intera regione mediterranea più vulnerabile di fronte alle minacce estremistiche. L’impatto sulla sicurezza globale è enorme.

La difesa e la promozione della libertà di religione assumono quindi una rilevanza fondamentale e l’Italia li sostiene in maniera convinta e determinata. Per arrivare a costruire dei risultati concreti, siamo partiti dall’Unione Europea. Abbiamo lavorato affinché i 27 presentassero una risoluzione da adottare nella sessione attualmente in corso del Consiglio Diritti Umani a Ginevra. In parallelo - ne abbiamo discusso proprio pochi giorni fa alla riunione informale dei 27 Ministri degli Esteri, la cosiddetta “Gymnich”, di Copenhagen - stiamo lavorando affinché ci sia maggiore attenzione a questa tematica sul piano politico. Al tempo stesso, propugniamo un impegno più concreto da parte delle strutture europee, attraverso, ad esempio, un utilizzo mirato delle risorse finanziarie dell’Unione che favorisca il dialogo interculturale e inter-religioso e sostenga le comunità colpite da attacchi o da discriminazioni.

Cari studenti,

concludo con l’auspicio che - come i vostri predecessori della precedente edizione di questa iniziativa – si possa trarre il migliore profitto dal ciclo di seminari che vi accingete a iniziare.

Spero che le innovazioni apportate (in particolare l’enfasi sulla dimensione europea, di cui ho sottolineato l’importanza) stimolino il vostro interesse e la vostra curiosità.

A voi tutti, quindi, il mio più caloroso augurio di buon lavoro.

Grazie.

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