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Frattini: «Un'ondata di 300 mila arrivi. Il dopo-Gheddafi è un'incognita» (Corriere della Sera)

Il Cairo 23 Febbraio 2011
Corriere della sera
Alessandra Arachi

«È un messaggio che atterrisce. Fa pensare soltanto a una nuova spirale di violenza in Libia». Franco Frattini, ministro degli Esteri, sta rientrando da una missione al Cairo quando legge i dispacci sui discorsi fatti da Muammar Gheddafi in televisione. Si fa serio. Molto serio.

Ministro Frattini non se l'aspettava questa reazione dal colonnello Gheddafi?

«Diciamo che si sperava in altro. In missione in Egitto, Paese chiave per la stabilità del Mediterraneo, sono andato anche per questo»

Ovvero? Per fare cosa?

«In mattinata ho incontrato Amr Moussa, segretario generale della Lega Araba. E sono riuscito a portare a casa il risultato: anche la loro voce si è unita a quella dell'Onu, dell'Unione Europea, dell'Italia per dire basta alle violenze in Libia».

Ma Gheddafi non sembra aver intenzione di fermarsi...

«A sentire queste sue parole, sembra proprio di no».

Avete in mente qualche intervento?

«In emergenza abbiamo pronto un contingente di forze speciali alla nostra ambasciata di Tripoli (i carabinieri del Tuscania) mentre in Italia sono allertate le forze del Coi, il comando operativo interforze».

Lei aveva indicato Gheddafi come esempio per la stabilità della Libia...

«Già, il problema della Libia è che a parte Gheddafi non conosciamo niente altro. Nessun altro politico, partito. E adesso ci è impossibile immaginare un futuro, dopo di lui. La natura enigmatica di questo Paese ci impedisce di fare ragionamenti analoghi a tutti gli altri del Maghreb pure sconvolti dalle rivolte. Lo impedisce a noi, ma anche a tutti gli altri Paesi fratelli».

I Paesi fratelli?

«Sì. La Spagna, il Portogallo, Malta, Cipro: insieme all'Italia sono considerati dalla Libia più amici degli altri Paesi di Europa. E parlando con questi colleghi ci siamo trovati tutti sulla stessa linea. In Libia, in Cirenaica, come è noto, ci sono le tribù: noi non abbiamo idea di chi siano quelli delle tribù».

Si riferisce all'Emirato Islamico della Libia dell'Est?

«Così si sono autoproclamati loro, adesso. Noi non sappiamo di più. Sappiamo però che sono pericolosi. Lì ci sono componenti di Al Qaeda. Per questo fin dal 2006 abbiamo deciso di chiudere il consolato italiano, in Cirenaica. Ma non soltanto».

Cos'altro?

«Sono arrivate minacce di rapimenti a danno di occidentali. Sul sito della Farnesina ora metteremo un avvertimento: pericoloso recarsi in quelle zone».

Come sono arrivate queste minacce?

«Sempre secondo la formula generica di "fonti non confermate". Ma non vogliamo rischiare. La verità è che lì non controlliamo più nulla, dalle informazioni messe in giro, alle persone che ci sono. Non abbiamo davvero alcuna idea di cosa possa succedere in Libia, dopo la caduta di Gheddafi. Però..».

Però?

«Sappiamo cosa ci aspetta quando verrà giù il sistema Paese Libia: un'ondata anomala di 2-300 mila immigrati. Ovvero dieci volte il fenomeno degli albanesi negli anni Novanta».

Due-trecentomila libici in fuga vuole dire? Come vengono fuori queste cifre?

«Sono stime, e anche al ribasso. Ma non saranno i libici ad arrivare qui da noi».

E chi allora?

«In Libia un terzo della popolazione non è libica, ma subsahariana. Stiamo parlando di due milioni e mezzo di persone che se viene giù il sistema Paese scappano, perché rimangono senza lavoro. Non tutti in Italia, per carità. Dalla Cirenaica, da Bengasi, è molto più vicina la Grecia. Ma se andiamo a guardare, alla fine, quelle stime sono decisamente basse. E’ un esodo biblico. Un problema che ogni italiano non può, non deve sottovalutare».

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