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Informativa urgente del Ministro Gentiloni sulla situazione in Libia – Resoconto intervento (Camera dei Deputati)

Data:

18/02/2015


Informativa urgente del Ministro Gentiloni  sulla situazione in Libia – Resoconto intervento (Camera dei Deputati)

Grazie Presidente, onorevoli colleghi,

la crisi in Libia si presenta oggi con un grave deterioramento del quadro di sicurezza, evidenziato a Tripoli dall'attacco all'Hotel Corinthia del 27 gennaio scorso, da ripetute incursioni a impianti petroliferi, sia nel nord-ovest che nella regione meridionale del Fezzan, e, da ultimo, dalla barbara uccisione di ventuno cristiani copti a Sirte.

  Questo quadro ci ha, tra l'altro, portato a decidere, il 15 febbraio, la temporanea chiusura della nostra ambasciata, l'ultima tra le ambasciate occidentali rimaste aperte a Tripoli. Desidero ringraziare qui il responsabile della Farnesina, della Difesa, dell’Intelligence e delle amministrazioni che hanno collaborato al buon esito di quella operazione.

  La realtà della presenza di gruppi terroristici in Libia dev'essere valutata con attenzione, distinguendo tra fenomeni locali, come Ansar al-Sharia, criminalità comune, che si appoggia strumentalmente a questi fenomeni, e realtà esterne rappresentate dai combattenti stranieri che rispondono a Daesh e che affluiscono da aree di crisi africane mediorientali. Si tratta di fenomeni che si autoalimentano, in questa fase, traendo vantaggio dall'assenza di un quadro istituzionale del Paese. In questo modo, questi gruppi hanno preso il controllo di una importante città come Derna; stanno cercando, ma la situazione è molto contrastata sul terreno, di impossessarsi di Sirte, 500 chilometri a est da Tripoli, di mantenere il controllo di alcune zone di Bengasi e di guardare anche verso la capitale. È evidente il rischio di saldatura tra gruppi locali e Daesh e la situazione va seguita con la massima attenzione.

  Le origini della crisi attuale vanno cercate negli errori compiuti, anche dalla comunità internazionale, nella fase successiva alla caduta del vecchio regime. La caduta di Gheddafi ha scoperchiato rivalità politiche, religiose, regionali, etniche e tribali che il vecchio regime dittatoriale era riuscito in gran parte a soffocare e ha evidenziato l'incapacità di incanalare tali forze all'interno di un dialogo democratico, nonostante alcune tappe incoraggianti come le elezioni del luglio 2012, che avevano portato alla costituzione del Governo Zidan, durato fino al marzo del 2014.

  Nella sua difficile transizione verso la democrazia, la Libia è rimasta esposta alle divisioni tra fazioni, favorite dall'ingente presenza di armamenti, dalla fragilità delle nuove istituzioni e dalla stessa enorme ricchezza del Paese, oggetto del contendere tra gruppi di interesse contrapposti.

  Tutto questo ha soffocato sul nascere il tentativo di un rilancio della transizione libica, avvenuto con le elezioni per la Camera dei rappresentanti del giugno scorso. E, nonostante il fatto che le elezioni abbiano prodotto un Parlamento e un Governo riconosciuti dalla comunità internazionale, esse non hanno segnato una svolta decisiva del processo politico.

  Oggi, dunque, ci troviamo con un Paese con un vastissimo territorio, con istituzioni praticamente fallite e potenziali gravi ripercussioni non solo su di noi, ma sulla stabilità e la sostenibilità dei processi di transizione nei Paesi africani nelle sue immediate vicinanze. L'Italia ha deciso, sin dal primo momento, di sostenere senza sosta lo sforzo di mediazione delle Nazioni Unite condotto dall'inviato speciale Bernardino Leon, sapendo bene che l'unica soluzione alla crisi nel Paese è quella politica. Dopo le due sessioni di dialogo a Ginevra di gennaio, l'incontro di Ghadames, dell'11 febbraio scorso, ha visto la partecipazione, per la prima volta, anche del Congresso di Tripoli. È stato un passo nella direzione giusta e ci siamo arrivati con grande impegno, in primo luogo con l'impegno del nostro Paese, che ha messo a disposizione delle Nazioni Unite non solo il proprio patrimonio di contatti politici ed economici, ma anche un'importante assistenza logistica per lo svolgimento delle varie sessioni di dialogo.

  Ma dobbiamo essere chiari sulla situazione che si sta sviluppando. Mentre il negoziato muove questi primi passi, la situazione si aggrava. Il tempo a disposizione non è infinito e rischia di scadere presto, pregiudicando i fragili risultati raggiunti. Il deterioramento della situazione sul terreno e la crescente minaccia terroristica portano anche all'aggravarsi del dramma delle migliaia di persone che fuggono via mare sui barconi verso le nostre coste. In proposito, i dati a disposizione sono molto chiari e ci dicono che il numero degli sbarchi è molto aumentato rispetto allo scorso anno: dal 1o gennaio a metà febbraio sono infatti arrivate, nel nostro Paese, 5.302 persone, mentre nello stesso periodo dello scorso anno gli sbarchi erano stati 3.338. Non era, dunque, Mare Nostrum ad attirare i migranti, bensì il dramma delle aree di crisi su cui speculano, nel vuoto istituzionale libico, bande criminali assai agguerrite (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico, Area Popolare (NCD-UDC), Scelta Civica per l'Italia, Sinistra Ecologia Libertà e Per l'Italia-Centro Democratico e di deputati del gruppo Misto).

  Di fronte alla crescita dell'onda migratoria una cosa è certa: non possiamo voltarci dall'altra parte, lasciando i migranti al loro destino. Non possiamo farlo, non sarebbe degno dell'umanità e della civiltà che hanno fatto grande l'Italia (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico, Area Popolare (NCD-UDC), Scelta Civica per l'Italia, Sinistra Ecologia Libertà e Per l'Italia-Centro Democratico e di deputati del gruppo Misto).

  Dobbiamo, piuttosto, batterci per contrastare le cause delle migrazioni nei Paesi di origine e di transito e dobbiamo rafforzare sensibilmente Triton, per adeguarla alla realtà di un fenomeno di scala enorme. A questo proposito, ho inviato due o tre giorni fa una lettera all'Alto rappresentante dell'Unione europea, Mogherini, al Vicepresidente Timmermans e ai sei altri Commissari della Commissione Juncker, in cui ho chiesto, a nome del Governo italiano, che l'Unione europea faccia molto di più in termini di risorse finanziarie e di disponibilità di mezzi aeronavali, per rispondere con efficacia a questa emergenza, considerando che – lo ripeto – ad oggi, dall'inizio dell'anno, gli sbarchi sono aumentati del 59 per cento rispetto al 2014.

  L'Europa è una superpotenza economica e una superpotenza economica come l'Unione europea può andare oltre i 50 milioni di euro l'anno che oggi vengono spesi per fronteggiare una simile emergenza (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico, Area Popolare (NCD-UDC), Scelta Civica per l'Italia, Sinistra Ecologia Libertà e Per l'Italia-Centro Democratico e di deputati del gruppo Misto).

  Signora Presidente, onorevoli colleghi, di fronte alle minacce del terrorismo la nostra forza è la nostra unità. Dire che siamo in prima fila contro il terrorismo non è l'annuncio di avventure, tanto meno di crociate. È quello che stiamo facendo nella coalizione militare anti-Daesh in Siria e in Iraq. È il modo in cui un Paese democratico risponde alla barbarie e lo fa in amicizia con la stragrande maggioranza della comunità islamica, che rifiuta di vedere sequestrata la propria fede.

  Mentre siamo in prima fila contro il terrorismo, chiediamo alla comunità internazionale di moltiplicare gli sforzi politico-diplomatici per stabilizzare la Libia. E finalmente vediamo crescere almeno la consapevolezza della gravità della crisi nella comunità internazionale.

  Un primo importante appuntamento è la riunione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, in programma oggi stesso nel pomeriggio a New York. Ci attendiamo da questo appuntamento una definitiva presa di coscienza al Palazzo di vetro della necessità di raddoppiare gli sforzi di mediazione per il dialogo politico.

  Una tappa cruciale sarà poi rappresentata, nelle settimane successive, dal prossimo rinnovo della missione UNSMIL – quella sulla Libia – che il Consiglio di sicurezza dovrà decidere il 13 marzo prossimo. Noi stiamo lavorando, con i nostri partner che siedono in Consiglio di sicurezza, perché la missione venga dotata di un mandato, dei mezzi e delle risorse in grado di accelerare il dialogo politico per stabilizzare e dare assistenza a un nuovo quadro di riconciliazione e a un nuovo Governo di unità nazionale in Libia.

  In questo processo l'Italia è pronta ad assumersi responsabilità di primo piano. Siamo pronti a contribuire al monitoraggio del cessate il fuoco. Siamo pronti a contribuire al mantenimento della pace. Siamo pronti a lavorare per la riabilitazione delle infrastrutture, per l'addestramento militare, in un quadro di integrazione delle milizie nell'esercito regolare. Siamo pronti a curare e a sanare le ferite della guerra e siamo pronti a riprendere il vasto programma di cooperazione con la Libia, sospeso la scorsa estate a causa del conflitto. La popolazione civile deve avere chiari i vantaggi della riconciliazione da parte dell'intera comunità internazionale.

  Signora Presidente, colleghi, il deterioramento della situazione sul terreno impone dunque – sottolineo: lo impone – un cambio di passo da parte della comunità internazionale prima che sia troppo tardi. Il Governo è impegnato a tutti i livelli a promuoverlo e terrà costantemente informato il Parlamento, maggioranza e opposizione, degli sviluppi della situazione sul terreno. La crisi libica ci mette di fronte a uno di quei passaggi in cui tutti noi dobbiamo discutere e confrontarci, avendo una bussola comune: l'interesse generale del Paese


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