Dettaglio intervista

Data:

17/01/2011


ROMA — «La priorità numero uno è la prevenzione del fondamentalismo islamico e degli embrioni del terrorismo», dice Franco Frattini mentre da giorni le notizie da Tunisi hanno messo in evidenza crepe nella stabilità del Maghreb, sponda di Mediterraneo, vicina e importante per il nostro Paese.

Con la fuga di Zine el Abidini Ben Ali, dittatore spodestato durante i moti di piazza, il ministro degli Esteri ha visto sparire un interlocutore utile e abituale per i governi italiani. Tanto per indicare un aspetto dell'utilità, il regime tunisino è stato tra i più disponibili a contenere l'immigrazione clandestina verso l'Italia. E in questa intervista al Corriere Frattini dichiara appoggio al primo ministro Mohammed Ghannouchi, fornisce la sua versione sul misterioso atterraggio di un Falcon a Cagliari venerdì scorso, definisce un «fallimento» l'Unione per il Mediterraneo fondata nel 2007 su proposta francese e indica l'attuale Muammar el Gheddafi, al potere dal 1969 con un colpo di Stato, come un modello di dialogo con le popolazioni di un Paese arabo.

In queste ore di incertezza qual è l'interlocutore del governo italiano in Tunisia?

«Il primo ministro. Abbiamo preso contatti anche con il nuovo ministro dell'Interno e ho consigliato al nostro, Roberto Maroni, di cercarlo direttamente lunedì (oggi, ndr) per confermare la volontà di una collaborazione forte sulla sicurezza. Anche per evitare una sensazione di apertura delle dighe migratorie approfittando della confusione. Circostanza che invece non si sta verificando».

Lei conosce Ghannouchi. Quali mosse si aspetta da parte sua?

«Nei prossimi giorni sarà in grado di proporre un governo transitorio di unità nazionale, aperto alle opposizioni non fondamentaliste islamiche. Adesso è la fase del contatto con i partiti dell'opposizione, i quali hanno dimostrato grande debolezza senza esprimere grandi capacità di proposta, però vanno coinvolti, come tutti, nella pacificazione nazionale».

Come valuta il comportamento dell'esercito?

«Sta rispettando le regole costituzionali. Il capo delle Forze armate ha dato segnali molto positivi».

Da che cosa lo ricava?

«Il nostro ambasciatore mi ha riferito di pacche sulle spalle di manifestanti ai soldati, considerati detentori della legalità rispetto alla corruzione della polizia, talvolta disarmata dall'esercito affinché la violenza non degeneri. Me lo conferma il sottosegretario Stefania Craxi che è in Tunisia per l'anniversario della morte del padre».

Come mai l'Italia non ha offerto ospitalità a Ben Ali, dittatore considerato amico da decenni?

«Semplicemente perché non c'è stata chiesta».

E chi c'era venerdì sull'aereo tunisino atterrato a Cagliari per un'enigmatica «emergenza»?

«Due hostess e due piloti. Era vuoto. Credo si sia trattato di un aereo che era andato da qualche altra parte, perché da Tunisi a Cagliari non c'è bisogno di sosta per rifornimento».

Da dove veniva?

«Non direttamente da Tunisi. Da altrove. L'equipaggio era stato a portare qualcuno da qualche altra parte. Non sappiamo chi e dove perché, non avendo commesso alcun reato, queste persone non sono state sottoposte a interrogatorio, ma autorizzate a rientrare a Tunisi, come accaduto».

E Ben Ali?

«Nessuno a noi ha avanzato richieste, né il presidente né suoi familiari o collaboratori. Le voci che lo indicano in Arabia Saudita non hanno da noi una conferma ufficiale. Non abbiamo prove».

Che cosa comportano i rivolgimenti tunisini nei rapporti con l'Italia? Con Ben Ali al potere lei li definiva «eccellenti».

«Le relazioni non cambiano. Ghannouchi l'ho incontrato a Tunisi e ricevuto a Roma. Il mio collega Kamal Merjan resta in carica. Il ministro dell'Interno, che ha rimpiazzato in fretta e furia il predecessore rimosso, è molto amico dell'Italia: è stato ambasciatore a Roma tre anni e mezzo. Confermiamo il nostro sostegno a un'apertura che tenga fuori il fondamentalismo e dia risposte ai problemi del Paese. Occorre un'azione dell'Europa più incisiva di quella che c'è stata con l'Unione del Mediterraneo».

L'Unione che nacque su proposta francese mettendo insieme Paesi di Europa, Nord Africa e Medio Oriente?

«Beh, ci abbiamo creduto tutti. E' stata un fallimento completo. Doveva creare un dialogo Nord-Sud e non c'è stato».

Non le pare anche colpa italiana, francese, spagnola? Mica lo si può imputare a scandinavi o lettoni.

«Fallimentare è stato condizionare l'azione dell'Unione alla pace israelo-palestinese: per quello c'è il Quartetto (Usa, Ue, Russia, Onu, ndr). Meglio puntare sul "5+5" con Italia, Francia, Spagna, Portogallo, Malta e Algeria, Marocco, Tunisia, Libia, Mauritania. In primavera ne convocherò un incontro ministeriale a Napoli: servirà ad appoggiare la riconciliazione in Tunisia».

Non teme un'estensione delle rivolte? Trova superficiale domandarsi se i governi di quegli Stati arabi, in primavera, saranno gli stessi?

«Credo si debbano sostenere con forza i governi di quei Paesi, dal Marocco all'Egitto, nei quali ci sono re o capi di Stato che hanno costruito regimi laici tenendo alla larga il fon-damentalismo. La priorità numero uno è la prevenzione del fondamentalismo e degli embrioni di terrorismo. L'uscita di Ben Ali ha rallentato le tensioni, è stata una decisione saggia. Adesso il processo deve continuare».

Come, secondo lei?

«Faccio l'esempio di Gheddafi. Ha realizzato una riforma che chiama "dei Congressi provinciali del popolo": distretto per distretto si riuniscono assemblee di tribù e potentati locali, discutono e avanzano richieste al governo e al leader. Cercando una via tra un sistema parlamentare, che non è quello che abbiamo in testa noi, e uno in cui lo sfogatoio della base popolare non esisteva, come in Tunisia. Ogni settimana Gheddafi va lì e ascolta. Per me sono segnali positivi».


Luogo:

Roma

Autore:

Maurizio Caprara

Data ultimo aggiornamento: 17/01/2011

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