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Dettaglio intervista

Data:

02/07/2011


Dettaglio intervista

Ministro Frattini, dopo un lungo braccio di ferro con il ministero dello Sviluppo economico alla fine è stata raggiunta una soluzione per l'Ice, con il passaggio dei 116 uffici all'estero alla rete delle ambasciate, e quindi alla Farnesina.

«Non è stato un braccio di ferro. É andato a compimento un disegno in gestazione da molto tempo. L'idea è partita dieci anni fa, quindi ben prima dell'arrivo del ministro Paolo Romani allo Sviluppo economico. Fu il presidente Berlusconi, allora ministro degli Esteri ad interim nel lontano 2001 a pensare a questa soluzione: prima di passarmi il testimone mi disse che la diplomazia economica era, ed è, la nuova frontiera della Farnesina. E quel mandato io l'ho sviluppato, sia nella prima che nella seconda esperienza, cercando di supplire alla mancanza di un reale coordinamento della internazionalizzazione delle imprese. Questo disegno di Berlusconi il ministro Romani lo conosceva bene e non poteva non condividerlo».

Ambasciate e Ice, una sovrapposizione che spesso generava confusione di ruoli, oltre che spreco di risorse e di energie.

«Questo è il secondo passaggio. L'idea che ci ha mosso era quella di una autostrada che collega l’Italia con ciascuno dei paesi dove va il made in Italy. Questa autostrada ha come casello di partenza il sistema Italia nazionale, che è rappresentato dalle camere di commercio, dalle associazioni industriali, e da tutto il mondo imprenditoriale, e l'uscita saranno le ambasciate. L'unicità di questo casello era una dei punti fondanti di quel disegno che Berlusconi lanciò».

Un parto difficile, visti i tempi, e gli scontri che si sono più o meno consumati all'interno dei governi.

«Ci sono state fasi molto travagliate, si è tentato di operare attraverso una legge delega poi scaduta. E questo mentre si registravano crescenti richieste del mondo industriale affinché il sistema normativo si adeguasse alla forte attesa di avere uno sportello unico Italia in ogni paese».

Non si poteva prevedere la strada opposta, e cioè potenziare l'Ice e dargli maggiore capacità operativa?

«Lo sportello unico non può che essere la sede dell'ambasciata. Questo è tanto vero in un mondo globalizzato in cui cresce la presenza del made in Italy nei paesi emergenti: è qui che c'è bisogno della presenza politica delle ambasciate, e quindi non solo di una presenza tecnica, quale quella di un ufficio Ice, per accompagnare in modo efficace le imprese italiane. Quando noi andiamo nei paesi del Golfo, in Cina (dove il ministro andrà in missione il 17 luglio, ndr) in India, in Russia, è chiaro che in quei paesi i sistemi sono tali per cui se dietro una iniziativa italiana c'è il governo, attraverso il suo ambasciatore, è una rassicurazione sulla solidità della proposta».

Al di là delle prospettive di lungo termine, quali effetti produce la soppressione dell'Ice?

«Anzitutto armonizza un sistema che andava riformato. É statala scelta questa strada in alternativa a quella ventilata di una sorta di autoriforma. Il personale sarà salvaguardato e passerà integralmente al ministero per lo Sviluppo Economico. Sul fronte dei risparmi, noi puntiamo al recupero di un terzo del budget dell'Ice, che è di 6o milioni. Quindi per ora 20 milioni, che possiamo riversare per la promozione del made in Italy. Si tratta comunque di una cifra che per i tempi che corrono non è disprezzabile affatto».

Quindi i dipendenti non passeranno nei ruoli della Farnesina?

«No. Il personale passerà allo Sviluppo Economico: lo strumento cambia, ma la funzione resta. Lo strumento non sarà più la duplicazione, ma la riconduzione all'ambasciata della funzione mentre il personale, le risorse, la politica industriale, la continueranno a fare insieme i due ministeri. É ovvio che da sola la Farnesina non può fare la politica industriale all'estero, non ha gli strumenti. Naturalmente tutto questo processo parte immediatamente con la pubblicazione in Gazzetta del decreto, ma per l'attuazione servirà del tempo».

Questo per la rete estera. E per gli uffici italiani, che passano da 14 a due?

«In Italia la cosa è diversa. La funzione passa alle regioni e alle camere di commercio, ma anche il personale in Italia passa allo Sviluppo».

Come saranno trasmessi gli impulsi politici alla rete?

«A Roma ci sarà una cabina di regia centrale, che sarà copresieduta dal ministro degli Esteri e da quello dello Sviluppo economico, e questa darà gli indirizzi di politica economica all'estero. Ripeto: il meccanismo ha il vantaggio di ridurre certamente l'inefficienza, quindi le spese, non ci saranno uffici e strutture anche fisicamente diversi, ci sarà accorpamento fisico e funzionale presso ciascuna ambasciata, con un decisoziamento della funzione».

Pensiamo a New York, dove c'è una grande ufficio Ice: la struttura passeri dentro i locali del consolato oppure sarà necessario creare una nuova sede diplomatica?

«Vedremo caso per caso. O resta lì oppure in alcune capitali si può pensare di creare un Palazzo Italia, o una Casa Italia, centralizzando tutto, dagli uffici diplomatici a quelli commerciali e laddove ci sono anche quelli dell'Enit. Ma deve essere chiaro dove devono andare gli imprenditori che vogliono operare in quei paesi».

La riforma dell'Ice era peraltro un tema su cui ha battuto molto Confindustria.

«Ci siamo sentiti spesso con la presidente Marcegaglia, sappiamo che ha parlato direttamente con Tremonti e Berlusconi. Nei nostri colloqui mi ha ricordato con forza che questa linea portata avanti dal governo era la tesi di Confindustria, e di cui lei alle assise di Bergamo aveva pubblicamente parlato, raccogliendo applausi della base».

Il Dipartimento del commercio estero resta allo Sviluppo economico?

«Sì, e deve restare lì. Si occuperà delle strategie di promozione industriale, e ne ha tutte le competenze tecniche».

In questo disegno come sarà il rapporto con la Sace?

«La Sace è uno strumento operativo. Gli Esteri sono in stretto collegamento con la Sace e vi si rivolge spesso. Magari per chiedere di alzare il livello di credito su certi paesi, interpretando le esigenze degli imprenditori italiani, che stanno tentando di acquisire appalti e lavori».

In questo quadro in movimento di diplomazia economica emerge che le banche italiane sono quasi del tutto assenti da aree giudicate strategiche.

«Per fare un passo avanti bisogna insistere con stimoli forti, proprio sulla strada di questo provvedimento. Bisogna rendere più unito il sistema Italia per far evolvere la presenza, da una presenza di esportatori che vanno e vengono a investitori che si radicano sul terreno. Penso per esempio a Fiat e Benetton in Serbia. È su questo piano che dobbiamo lavorare, per creare un effetto attrattivo anche per una presenza stabile per le banche».

Come si prospetta la situazione perle imprese italiane in Libia, dove la situazione è sempre molto incerta?

«Stiamo varando una norma - che sarà inserita nel decreto missioni - che permetterà di utilizzare i beni congelati a garanzia di prestiti che saranno effettuati a favore del Cnt, e pensiamo ai 300 milioni da parte di Unicredit e i 150 milioni di carburanti da parte dell'Eni».

Questo mette in sicurezza i contratti già firmati?

«Molti imprenditori italiani grazie a noi hanno avuto dal Cnt la garanzia che quei contratti non saranno disdettati, a partire dall'Eni, ma anche per esempio Impregilo e Astaldi».

Parliamo di come questa manovra è stata approvata, con scontri a cui i governi Berlusconi non erano abituati.

«Questa manovra è stata approvata dopo una riunione di cinque ore: è senz'altro più partecipata e inclusiva di quella approvata dopo quindici minuti. É segno della capacità di discutere, approfondire, e poi di concludere. Quando si approvava in "copertina" c'era l'insoddisfazione di molti perché non si era arrivati a questo livello di condivisione, quindi è stato un passaggio positivo e un giusto metodo di governo per i prossimi due anni».


Luogo:

Roma

Autore:

Carlo Marroni

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