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Gentiloni: "L’eredità di Obama è la lotta alle diseguaglianze" (La Stampa)

Data:

05/11/2016


Gentiloni:

Ministro, anche Bush e Berlusconi avevano feeling: cosa c'è di diverso fra Obama e Renzi?

 «La sintonia fra Renzi e Obama non è solo una questione di convenienze geopolitiche, ma è vicinanza di ideali. Hanno un modo simile di vedere i problemi del mondo».

Come vede Obama l'Italia?

 «È molto preoccupato per il futuro della UE e considera l'Italia un Paese fondamentale nelle dinamiche Europee, un possibile protagonista del rilancio dell'Unione».

L'Amministrazione Obama ha più volte sostenuto la necessità di favorire politiche di crescita ed è entrato anche nelle vicende nostrane nell'ultimo incontro con Renzi. Quanto aiuta l'appoggio del tradizionale alleato?

«Non credo proprio sposti gli equilibri elettorali. Da decenni ormai questa influenza è esclusa. Ma la consonanza con il Presidente non può che essere positiva sul fronte della politica estera e nella risposta comune alla crisi economica. Obama ha ereditato la crisi più grave dal dopo guerra. Ha risposto con l'intervento pubblico e lo stimolo del quantitative easing riportando sviluppo e lavoro. L'Europa dovrebbe seguire di più questo schema sulla crescita. Eppure lo stesso leader Usa riconosce che non è stato fatto abbastanza: la globalizzazione deve avere effetti positivi per tutti, deve garantire la classe media e non arricchire 1'1% della popolazione mondiale. Se la globalizzazione non distribuisce benefici, allora genera risentimento, odio contro i trattati commerciali, chiusure, voglia di innalzare muri, alimenta il populismo».

Come sintetizzerebbe la sua geopolitica?

 «Ha prodotto una gigantesca revisione strategica del ruolo degli Usa nel mondo. Non è stata una ritirata, ma la correzione di fughe in avanti pagate a caro prezzo».

Lascia in eredità però anche un Paese, l'Iraq, dove il ritiro Usa del 2011 ha consentito all'Isis di espandersi...

«Il presidente Usa è stato coerente: in campagna elettorale aveva promesso il ritiro e ha mantenuto l'impegno. La responsabilità va ricercata ben prima delle scelte di Obama, la sua Amministrazione ha posto rimedio a colpe non sue. Quella che qualcuno ha descritto come un'America riluttante e ripiegata su se stessa è un'America che ha adattato la propria leadership alla realtà del mondo dopo la deviazione interventista, costata una montagna di soldi, che non ha risolto nulla nei teatri di crisi. Oggi invece con centinaia di migliaia di soldati in meno, i processi di stabilizzazione e di lotta al terrorismo sono avanzati».

Con la Russia però i rapporti sono più gelidi e l'Italia è stata sovente tirata in ballo, stretta fra fedeltà all'alleato Nato e necessità di non perdere contatti con Mosca. Come avete gestito la situazione?

«Noi siamo sempre stati coerenti e in piena solidarietà con la Nato, abbiamo spinto la coalizione degli alleati verso il dialogo evitando lo scontro».

Ma ultimamente le tensioni fra Washington e Mosca sono peggiorate.

«Questo è fuor di dubbio, purtroppo la speranza del "reset" del 2009 e la trasformazione dei rapporti fra Occidente e Russia in un partenariato strategico sono saltati. Abbiamo a che fare, e non solo nel caso della Russia, con la minaccia di nazionalismi esasperati, non certo con una nuova Guerra Fredda».

Spesso Roma è stata crocevia di importanti meeting su Libia e Siria. Non crede che sulla Libia gli Usa siano stati poco ricettivi?

«Obama ha definito l'intervento in Libia del 2011 come una scelta sbagliata. Gli americani hanno anche subito la vicenda dell'ambasciatore Usa Stevens ucciso dai terroristi a Bengasi. Per questo Hillary Clinton è stata oggetto di un'indagine del Congresso poi finita nel nulla. Da due anni a questa parte, gli Usa sono tornati da protagonisti. Quel poco o tanto che abbiamo ottenuto per la stabilità in Libia lo si deve in gran parte agli sforzi condotti con John Kerry».

Obama lascia una Siria in guerra. Nel 2013 rinunciò a colpire Assad malgrado questi avesse oltrepassato la «red line» sull'uso di armi chimiche. Un errore?

 «No, credo sia stata una scelta difficile ma giusta, anche noi credevamo che la soluzione militare sarebbe stata imprudente».

Un momento di difficoltà fra Roma e Washington è stata l'uccisione del cooperante Giovanni Lo Porto per mano degli Usa, nel raid «sbagliato» in Pakistan. Ha incrinato qualcosa?

«L'America si è comportata come una grande democrazia, ha riconosciuto subito l'errore e si è scusata, per quanto possibile trattandosi di una vita umana spezzata, con l'Italia e la famiglia».

Quanto Kerry e Obama supportano l'Italia sul caso Regeni?

«Purtroppo la visione enunciata da Obama nel famoso discorso all'Università del Cairo e la speranza delle Primavere Arabe, non si sono tradotte in realtà. Dobbiamo prenderne atto. Ð che non giustifica un eccesso di realpolitik. Gli Stati Uniti denunciano sempre le gravi violazioni dei diritti umani come quella di cui è stato vittima Giulio Regeni».


Testata:

La Stampa

Autore:

Alberto Simoni

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