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Governo Italiano

Storia della collezione Ambasciata di Lisbona

 

Storia della collezione Ambasciata di Lisbona

Nei saloni, l’immagine dell’Italia è diversamente illustrata dai ricchi arredi della collezione giunti in epoca lontana, sin dai primi anni del Novecento a poca distanza dall’istituzione della Legazione diplomatica.

La lettura della documentazione conservata presso l’Archivio storico del San Michele e dell’Ambasciata stessa – costituita principalmente dalla corrispondenza intercorsa tra il Ministero degli Affari esteri e il Ministero per i Beni e le Attività Culturali di allora attraverso le Soprintendenze, enti prestatori delle opere in deposito esterno – e l’accesso alla sezione Archivio Storico dell’Ambasciata, hanno permesso innanzitutto di ricostruire le diverse fasi della formazione della collezione attuale, di stabilire la provenienza delle opere dai musei proprietari ed anche di aggiungere notizie sul trasferimento di un nucleo di opere da altre Ambasciate (Pechino e Madrid). Attraverso il confronto tra gli inventari vecchi e attuali, è stato possibile individuare la presenza nella sede diplomatica estera, e non solo di Lisbona, di un sostanzioso patrimonio di arredi in deposito temporaneo, soprattutto dipinti, che questa ricerca intende restituire alla pubblica fruizione e conoscenza dopo diversi anni di oblio.

La formazione della collezione, conservata presso la rappresentanza estera a Lisbona nel palazzo de Pombeiro, è Pastrettamente legata alla storia della Legazione d’Italia prima e dell’Ambasciata poi (1946). Come si ricostruisce dai documenti, in parte ordinati da E. Gentile Ortona, la collezione ha origine agli inizi del Novecento: la maggior parte dei dipinti è stata data in prestito dall’allora Direzione Generale delle Belle Arti dal 1927 al 1928, giungendo direttamente da istituzioni museali del territorio italiano per rispondere alla scelta di un arredo che doveva rispecchiare ambiti culturali diversi dell’arte italiana: da Firenze – Appartamenti reali di Palazzo Pitti – da Roma – Galleria Nazionale d’Arte Antica – da Torino – Galleria Sabauda e antiche collezioni della Corona Sabauda, appartenenti alle antiche regge di Moncalieri, Genova e Parma.

A partire dagli anni Dieci del Novecento, da Palazzo Pitti giungevano diversi dipinti: la Veduta del Canal grande di L. Liykias (inv. MAE 246) giunto nel 1911, Giove ed Eros di M. Grigoletti (inv. MAE 118, SPSAEPM 1457), Rebecca al pozzo (inv. MAE 125, SPSAEPM 473) e Diana e Atteone (inv. MAE, 244) di Scuola tosco-emiliana, Paesaggio maremmano di Emilio Donnini (inv. MAE, 396) e Colonno sul lago di Como di Ercole Calvi da Verona (inv. MAE 300, SPSAEPM 279). Il 1 dicembre 1927 venivano presi in carico dall’Ambasciata di Lisbona le 6 tavolette di Scuola raffaellesca con Scene di sacrificio “all’antica” (invv. MAE 111, 112, 113, 137, 138, 139) – con figure in successione ritmica di fronte ad un’ara su un fondo scuro – esemplari a tempera di misura simile (cm. 30 x 70) del primo quarto del sec. XVI, restituiti da E. Gentile Ortona a Polidoro da Caravaggio (invv. MAE112-113) e Pedro Machuca (invv. MAE 111, 137, 138, 139)12. Sul retro la numerazione e i bolli ne denunciano l’origine dai beni della Corona Sabauda mentre una lunga iscrizione le attribuisce a Raffaello – come parti del soffitto ligneo della “Gallerietta di Giulio II” del Palazzo vaticano andato distrutto a seguito di un incendio – e le dichiara appartenenti al conte di Groscavallo, Governatore dei Palazzi reali presso la Corte dei Savoia. Riquadrate come i pannelli dipinti del II e III stile romano, ripreso nel Cinquecento, in particolare in ambito raffaellesco, le tavolette risultano provenire dal Castello di Moncalieri, dove erano registrate tra il 1880 e il 1908.

Insieme ai dipinti fiorentini, alla stessa epoca (1928), dalla Galleria Nazionale d’Arte Antica di Palazzo Barberini di Roma, approdavano i quattro grandi tondi con le raffigurazioni dei Fiumi Saequana laeta (inv. MAE 465), Maximus Ister (inv. MAE, 468), Dives Iberus (inv. MAE 466) e Rhenus ferox (inv. MAE 467) attribuiti al pittore Guidoboni, di estrazione lombardo-piemontese, ed anche numerosi mobili e altri oggetti di notevole valore artistico che andavano ad arricchire la collezione.

A questo primo gruppo di opere della GNAA, si aggiungeva l’affresco di Francesco Podesti (inv. MAE 750) proveniente dal distrutto Palazzo Torlonia già a Piazza Venezia a Roma (1921, poi citato in carico il 1 dicembre 1927). Quest’affresco era stato realizzato tra il 1836 e il 1841, come si è detto, per la Galleria del Canova in Palazzo Torlonia, insieme alle 6 lunette, che sarebbero giunte alcuni anni dopo a Lisbona (1952).

Si trattava di una testimonianza di raro valore per il patrimonio artistico italiano in quanto ciclo superstite dell’apparato ornamentale della Galleria ove era posto il monumentale gruppo del l’Ercole e Lica.

Il Lucifero e le ore, restituito a Francesco Podesti, veniva inserito nella parete di fondo della Sala pompeiana, sopra il camino, all’interno di un’elegante decorazione a grottesche ottocentesca attribuita al pittore portoghese Cirilo Volkmar Machado.

Un ulteriore gruppo di opere arrivava a Lisbona nella stessa epoca dall’Ambasciata di Pechino: come risulta da una comunicazione datata 5 marzo o aprile 1948, infatti, altri 16 dipinti della Galleria Sabauda di Torino giungevano all’Ambasciata portoghese, opere che già avevano arredato la Reale Legazione cinese, su precedenti autorizzazioni dell’8 e del 15 maggio 1911: si trattava del ritratto di Anonimo derivato da Raffaello (inv. 935, inv. MAE 124), dei 4 dipinti derivati da Guido Reni tra cui il Disegno e la Pittura (inv. MAE 69, Sab. 937), la Lotta di Ercole e Acheloo (e non Ercole e Anteo, come interpretato in precedenza) (inv. Sab. 942, MAE s.inv.), già attribuito ad Agostino Carracci, restaurato in questa occasione; e, inoltre, di un Sant’Andrea, già attribuito a Murillo (Sab. inv. 939, Gamba 588); delle 2 Nature morte, già citate, una con fiori e frutta e cagnolino (inv. Sab. 943), un’altra con fiori e frutta, aragosta e limoni (inv. Sab. 944). A seguito della creazione della Nuova Galleria, in prossimità del cortile nel 1952, nell’ambito della ristrutturazione della sede per i nuovi uffici della rappresentanza diplomatica, approdavano da Roma gli altri affreschi staccati dal distrutto Palazzo Torlonia di Piazza Venezia (1903), ossia le 5 lunette di F. Podesti, Achille e il Centauro Chirone (inv. MAE 751, 316), Ulisse riconosciuto dal cane Argo (inv. MAE 752, 522), Polifemo e Galatea (inv. MAE 753, 523), Ercole divide l’Ellesponto (inv. MAE 754, 524); Ercole doma le cavalle di Diomede (inv. MAE 755, 525), con il progetto di riproporre in questo salone d’ingresso, l’originaria decorazione persa della Sala del palazzo romano.

Nonostante l’aperto dibattito all’epoca e il parere contrario di molti intellettuali sulla destinazione dei beni della Corona andati dispersi a seguito della dismissione del grandioso patrimonio trasferito all’amministrazione pubblica delle Antichità e Belle Arti, molti arredi della casa regnante trasmigrano nelle sedi diplomatiche estere e a Lisbona, in particolare, molti beni appartenenti alle regge di Moncalieri, Parma e Genova.

Anche la cultura artistica portoghese è rappresentata in questa sede diplomatica da alcuni pregevoli oggetti di Manifattura locale come il mobile intagliato e le due colonne tortili in legno policromo, esposti al centro della Galleria d’ingresso.

A questi pezzi si sono aggiunti altri preziosi arredi italiani del tardo Settecento, panche, tavoli da muro, sgabelli, candelieri e i due sofà, poltrone e sedie della fine del sec. XVIII. Sono lavori artigianali di gran pregio che arredano il Salone, come il cassettone intagliato e dorato, attribuito a Giuseppe Maria Bonzanigo. Sono arredi provenienti dal Castello di Moncalieri, come documenta la sigla della Corona Sabauda, apposta sul retro. Risultavano presenti, infatti, agli inizi del sec. XX nella residenza sabauda, prima dello smembramento tra la palazzina di Stupinigi e gli uffici pubblici della città di Torino.

La collezione dell’Ambasciata d’Italia a Lisbona si caratterizza per l’eterogeneità e la coesistenza di arredi di epoche e ambiti diversi ma, soprattutto, anche per la presenza delle rare testimonianze pittoriche, che richiedono una particolare attenzione riguardo allo stato conservativo, in alcuni casi precario per le quali sono stati eseguiti, in occasione della ricognizione, alcuni interventi di restauro come per le 2 Nature morte seicentesche.


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