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Governo Italiano

Gentiloni: "La banca libica tagli i fondi a chi si oppone alla pace" (Corriere della Sera)

التاريخ:

25/07/2015


Gentiloni:

'Stiamo lavorando per riportare a casa i quattro rapiti. E non abbiamo dimenticato padre Dall'Oglio'

di Paolo Valentino

"Credo che l'offensiva lanciata dalla Turchia contro l'Isis nel Nord della Siria sia importante. Da mesi c'era il rischio di un sovrapporsi tra il coinvolgimento di Ankara nella coalizione anti Daesh (l'Isis, ndr) e le dinamiche interne legate alla questione curda. Le autorità turche non solo hanno reagito agli attacchi di Daesh, ma hanno anche concesso agli Usa l'uso della base di Incirlik per operazioni militari contro il Califfato. È una mossa senza precedenti, di grande significato tattico e politico». Paolo Gentiloni ragiona sul Grande Medio Oriente, dopo l'accordo sul nucleare iraniano e nel pieno di un passaggio cruciale in Libia, dove le speranze alimentate dai primi successi politici della mediazione dell'Onu si intrecciano all'emergenza del nuovo rapimento di tecnici italiani.

«Sono certo — dice il ministro degli Esteri — che chi, dalla Farnesina all'intelligence, lavora per riportare i quattro rapiti a casa non si faccia distrarre dal carosello di ipotesi, rivendicazioni, retroscena. Bisogna operare con il massimo di riserbo, cosa che stiamo facendo sia per questa che per vicende più antiche: tra poco sarà il secondo anniversario del rapimento in Siria di padre Paolo Dall'Oglio. E non l'abbiamo dimenticato».

La situazione politica libica è in evoluzione. Quail sono i prossimi passi?

«La trattativa condotta da Bernardino León è giunta a una fase decisiva. La cornice d'intesa è stata siglata da una significativa maggioranza di attori: Tobruk, Misurata, Zintane, una parte rilevante di milizie, tribù, municipalità, incluse alcune della fazione di Tripoli, partiti. Lo sforzo è ora di consentire la partecipazione del General National Congress di Tripoli, visto che nei suoi confronti esponenti oltranzisti esercitano pressioni e minacce per impedirlo. Chi si ostina su posizioni oltranziste avrà una risposta dura dalla comunità internazionale, in termini di isolamento e sanzioni individuali. Se il percorso proseguirà, verrà anche il momento in cui anche la Banca Centrale libica potrebbe collaborare, escludendo dai propri finanziamenti, oggi distribuiti a tutti, le componenti contrarie al processo».

L'accordo sul nucleare iraniano sta già innescando una dinamica sul piano politico ed economico. «A Teheran, A Teheran», è la parola d'ordine nelle capitali occidentali. Siamo in corsa anche noi?

«La 'corsa' dell'Italia a Teheran non comincia oggi, dura da una sessantina d'anni, da Enrico Mattei in avanti. Penso che l'accordo, se attuato in tutte le sue parti, potrà essere considerato di valore storico e ci consegnerà anche una valutazione un po' diversa sulla presidenza Obama, fin qui forse sottovalutata. Nel merito è positivo per ciò che evita, il rischio di una escalation nucleare e militare nella regione. Ed è positivo per le potenzialità sia sul piano interno iraniano, sia per gli equilibri regionali, dove il coinvolgimento dell'Iran può essere cruciale».

Lei va a Teheran il 4 agosto. È attrezzato il sistema Italia per affrontare la sfida?

«C'è un grande Paese, con un grande mercato potenziale e una società articolata, in procinto di aprirsi non tra qualche anno ma tra qualche mese, quando verranno eliminate le sanzioni finanziarie ed energetiche. Per le nostre imprese, alcune delle quali saranno con noi in agosto, altre ci andranno in una seconda missione in ottobre, è un'occasione da non lasciarsi sfuggire. Per l'Iran, il messaggio è che l'Italia è da decenni partner affidabile e coerente e la qualità italiana può tornare ad avere un ruolo di primo piano».

Perché l'accordo dovrebbe garantire la sicurezza di Israele, che invece lo denuncia come errore storico?

«Questo accordo blocca la possibilità di trasformare la capacità nucleare civile iraniana in capacità militare non per 10 o 15 anni, ma per sempre, a meno naturalmente che Teheran uscisse dal Trattato di non proliferazione. Io rispetto la preoccupazione di Israele ma senza accordo avremmo corso rischi notevoli».

Lunedì lei riceve a Roma gli ambasciatori d'Italia nel mondo. Quali linee di consegna darà ai suoi diplomatici?

«E' l'occasione per me, ma anche per il Presidente della Repubblica e il premier, di incontrare i capi della nostra rete estera. Questa non è un service ma un network intelligente e protagonista. Non è vero che la globalizzazione e la facilità di comunicare nell'era digitale abbiano ridimensionato il ruolo delle rappresentanze diplomatiche. La realtà dice il contrario, a condizione di fare, come stiamo facendo, diplomazia economica, culturale ed essere protagonisti sul piano della politica della sicurezza».

Ma questo non è in contraddizione con i tagli di cui è stata oggetto la Farnesina negli ultimi anni?

«Penso che il governo sia consapevole dell'importanza di investire in quelle che Hillary Clinton definitiva le tre d: defence, diplomacy, development, difesa, diplomazia, cooperazione. Se ci si rende conto che la politica estera è diventata fondamentale per molte delle nostre condizioni interne su economia, sicurezza, immigrazione, cultura, ne consegue che l'indebolimento di questi strumenti è un grave rischio per il Paese, mentre il loro potenziamento e la loro qualità offrono grandi opportunità».


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