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Storia della collezione Ambasciata di Berlino

 

Storia della collezione Ambasciata di Berlino

Anche la storia della collezione di opere d’arte che arreda l’Ambasciata italiana a Berlino, non può prescindere dall’essere analizzata come frutto di un pensiero “umanistico” che ha come obiettivo l’esaltazione della classicità e il legame con il rinnovamento eventuale voluto nel Rinascimento. Pur legandosi fisicamente e quindi in modo indissolubile alle vicende storiche del monumentale palazzo berlinese e alla memoria incancellabile del conflitto mondiale, l’edificio italiano di Tiergarten rappresenta però una voce dissonante rispetto al contesto urbanistico locale. Determinante per i nuovi spazi interni e per le loro dimensioni, infatti, è stata l’acquisizione degli importanti reperti architettonici e scultorei d’arte rinascimentale italiana, che hanno posto al momento dell’acquisto un rilevante problema di totale decontestualizzazione. La scelta all’epoca cade sulla preziosa collezione di opere d’arte rinascimentali italiane già destinate al Kaiser Friedrich Museum, poi acquistate da Eduard Simon (1864-1929), collezionista in rapporto con l’antiquario Stefano Bardini a Firenze e amico del Direttore del Kaiser Friedrich Museum, Wilhem von Bode.

Questa raccolta era arrivata, infatti, nel mercato antiquario tedesco tra fine ‘800 e inizi ‘900. In un primo tempo appartenente all’antiquario fiorentino, viene venduta ad Eduard Simon che la utilizza per arricchire, insieme alle decorazioni lapidee varie, la sua villa. Alla sua morte i preziosi arredi vengono acquistati dallo Stato italiano (1930). Tra questi, si rilevano esemplari di assoluta rarità: un portale in pietra serena, con bassorilievi vicini alla maniera di Andrea Sansovino, un camino in pietra serena con uno stemma circolare dei Montefeltro, una mostra di portale di Ambito lombardo (fine del sec. XVI), in pietra arenaria rosso/violacea, composta da varie parti, sempre con lo stemma dei Montefeltro, proveniente del Palazzo Ducale di Federico a Gubbio dove ne esiste un pendant; una coppia di colonnine tortili con leoni stilofori, uno scudo con l’arma della stessa famiglia (ultimo quarto sec. XV) di Giuliano da Majano (1432-1490), probabile scudo centrale di un soffitto (inv. MAE 95); una porta alta e sottile a due ante intarsiate (ultimo quarto sec. XV), sempre proveniente dal Palazzo di Gubbio dei Montefeltro; una porta con parti architettoniche aggiunte e rilievi, in granito grigio, con decorazioni a viticci, proveniente anch’essa dal Palazzo ducale di Gubbio, ampiamente saccheggiato nel corso dell’Ottocento. Il portale uguale coevo (ultimo quarto sec. XV) si trova nella Sala Maggiore del Castello di famiglia a Urbino. E infine, un camino con festoni in marmo bianco e un’altra porta con decori a girali e pampini in marmo, di Ambito genovese (II metà sec. XV), acquistato anch’esso dal collezionista berlinese Eduard Simon da Stefano Bardini. Di tale patrimonio si conosce parzialmente la storia ma per molti pezzi andrebbe ricostruita la provenienza originaria; certo è che, sul piano artistico, tutti denotano una qualità tale da far pensare solo ad un’origine assai illustre da ricercare in uno o più edifici nobiliari tra quelli sorti durante il Rinascimento nel territorio italiano come dimora di corti nobiliari. Il Palazzo ducale di Gubbio dei Montefeltro per alcuni di essi è il riferimento storico più plausibile, alla luce degli studi recenti. Quel che la storiografia ci ha reso noto è, come si è detto, che i pezzi scelti e rimurati in occasione del gigantesco intervento di restauro del palazzo dell’Ambasciata provengono dalla collezione Simon6: soffitti lignei, colonne, perlinature di pareti, pavimenti, scale e fontane che sono entrati a far parte del patrimonio dell’Ambasciata in Berlino, murati una prima volta nella sede della vecchia Ambasciata in Standartenstrabe, e rimontati poi, nel tardo autunno del 1942, nelle strutture del nuovo edificio di Tiergartenstrasse.

A questi arredi, l’architetto tedesco aggiunge alcuni pezzi elaborati con fantasia: un camino e una architrave ricomposti, una fontana parietale ottocentesca antichizzata, creata su modello degli esemplari decorativi veneti, come i dischi di marmo verde, assemblati a una struttura di tipologia fiorentina (fine del sec. XVI); nonché altri pezzi assemblati di rara preziosità, considerata appunto la provenienza da architetture d’epoca italiane. La scelta è legata alla sua precedente esperienza nell’Ambasciata italiana e alla sua profonda e raffinata conoscenza degli importanti reperti che vengono a costituire i centri focali degli interni, dei salotti di rappresentanza.

L’architetto ha ovviato al difficile inserimento negli ambienti di tutti questi esemplari scolpiti, ribaltando le priorità del suo progetto per l’edificio, adattando perciò la pianta del primo piano del palazzo, la distribuzione degli ambienti e, infine, la stessa altezza delle pareti e le proporzioni delle facciate, ai reperti architettonici: sono stati questi gli elementi che hanno guidato il suo percorso costruttivo di cui oggi si apprezzano i risultati.

Tali pezzi, oggi, risultano parte integrante della struttura architettonica e sono assolutamente inamovibili perché murati durante la costruzione del palazzo come stipiti delle porte delle principali sale di rappresentanza o come elementi divisori nei passaggi tra ambienti e, infine, come mostre di camini delle Sale di rappresentanza. Questi elementi scultorei e architettonici, ospitati oggi all’interno delle sale al pianterreno, sono fondamentali per rappresentare l’arte italiana ed hanno trasformato i grandiosi ambienti del palazzo in luoghi d’ospitalità di assoluta bellezza, ma con difficoltà consentono di dimenticare le tristi vicende belliche del passato tangibili nelle rovine del cortile.

La collezione si distingue, inoltre, per numerose opere e arredi in prestito temporaneo che provengono dalle collezioni di alcuni Musei italiani, da Firenze ma soprattutto da Roma, ad esse si aggiungono sette comodati di privati diretti al Capomissione.

Al maggio del 1955 (16/5/1955) risalgono alcuni depositi temporanei accordati all’Ambasciata che allora aveva sede a Bonn: si tratta del dipinto Mosè salvato dalle acque (inv. MAE 7, ex inv. Bonn 282) che da Firenze viene trasferito alla rinnovata sede di Berlino; e di n. 3 dipinti di proprietà della GNAA di Palazzo Barberini di Roma giunti l’anno successivo, sempre a Bonn (7/2/1956): le Allegorie del Gusto, della Vista e dell’udito (invv. MAE 9-10 ex Bonn 302-304) di D. Van Njmegen e del tondo con la Predica del Battista del sec. XVII (inv. MAE 8 ex inv. Bonn 282).

Dall’Ambasciata di Bogotà, invece, risultano provenire in seguito (2004) anche le altre due Allegorie del tatto e dell’olfatto, sempre di proprietà della Galleria Nazionale d’Arte Antica di Roma (invv. MAE 11-12).

Al 1992 (1/7/1992) datano altri prestiti temporanei concessi dalla Galleria d’Arte Moderna di Roma che invia n.2 arazzi di Corrado Cagli, uno di Antonio Corpora, uno di Felice Casorati (invv. MAE 9-12) e due oli su tavola di Valerio Rambelli (inv. MAE 5) e Secondino Destraoli(inv. MAE 6). Le ampie pareti delle sale e gli ambienti di rappresentanzacome la Galleria, dovevano risultare molto vuoti se tra il dicembre 2005 (7/12/2005) e il marzo successivo (10/3/2006) giungono una serie svariata di arredi dal Palazzo Venezia di Roma, tra cui numerosi arazzi che vengono tutti restaurati in occasione del nuovo allestimento della residenza diplomatica8: 4 Arazzi in lana e seta della Manifattura di Beauvais del secondo quarto del sec.XVIII, con soggetti femminili da Boucher (invv. MAE 13-16), un arazzo con Trofeo d’armi (inv. MAE 17) realizzato nell’Arazzeria di San Michele a Ripa del sec. XVII, n. 10 arazzi di cui 9 di Manifattura di Bruxelles, risalenti alla fine del sec. XVI, con diversi soggetti sacri, dal Nuovo e dall’Antico Testamento, e profani, come le sei belle scene di “Caccia Vidoni” (invv. MAE 29-37), infine, uno di Manifattura di Beauvais (inv. MAE 38). A questa consistente raccolta, si aggiunge il dipinto con san Girolamo degli inizi del sec. XVII di Scuola emiliana (inv. MAE 18) e alcune porcellane e maioliche, sempre dal Museo romano.

Nello stesso anno (10/3/2006) vengono inviate numerosi arredi lignei tra cui sono degne di particolare nota una coppia di consolles in legno intagliato e dorato con piano in marmo verde di levanto e bordo in marmo rosso antico, capolavori di ebanisteria romana del sec. XVIII, un’altra consolle (inv. MAE 159) con gambe ricurve a forma di figure femminili e il piano sagomato in broccatello di Siena della seconda metà del sec. XVII e, infine, una credenza in mogano con decori a intarsio e parti superiore in vetro di Manifattura olandese del sec. XVII (inv. MAE 42).

Completano la collezione dei bei lampadari di cui il più antico è uno fiammingo in ottone, firmato da Hermann Voss e datato1628, un altro in ottone a 16 bracci del 1701 (inv. MAE 701), e piccoli pezzi interessanti e rari come la coppia di testine in stucco su un’anima di legno, policrome, seicentesche originarie della Germania meridionale, nello Studio dell’Ambasciatore, e diverse torciere, alcune in legno policromo, con cherubini e simboli eucaristici della fine del ‘500 – inizi ‘600, provenienti dall’Italia settentrionale, già portaceri processionali e ora riadattate e sistemate su basi non pertinenti (invv. MAE 160-163) del 1590-1610, altre dorate con delle arpie scolpite a sostegno dello stelo centrale della seconda metà del sec. XVI, di provenienza toscana. Nel Salotto principale colpisce lo sguardo del visitatore un trumeau secretaire a due corpi, risalente alla seconda metà del sec.XVIII, dipinto a monocromo sulle tonalità del verde, con scene di rovine e capricci, ma originariamente privo di decorazioni (inv. MAE 782). Di esso esiste un esemplare simile nel Kunstgewerbemuseum di Berlino.

Nella Sala dei pranzi ufficiali si conservano alle pareti le boiseries francesi del sec. XVIII provenienti dalla precedente Residenza e restaurate in occasione della ricollocazione di una coppia di consolles, provenienti dall’Italia settentrionale, della prima metà del sec. XVIII. Nella Galleria delle colonne, invece, sono conservate due credenze di noce con cariatidi e telamoni intagliati degli anni ’40 del sec. XVI, provenienti dalla Toscana, con lo stemma della famiglia Medici su una di esse, e un esemplare molto raro di tavolo di noce a sei gambe, intagliate a balaustro (invv. MAE 51-52).

 


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