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Governo Italiano

L’Intervista: Amb. Mistretta, la crescita in Angola opportunità per l’Italia

Data:

18/03/2010


L’Intervista: Amb. Mistretta, la crescita in Angola opportunità per l’Italia

Paese emergente dell'Africa, l’Angola ha risentito poco della crisi internazionale e nel 2010 toccherà tassi di crescita del 7-8%, grazie anche alle importanti risorse naturali di cui dispone. L’Italia è presente nel paese, a partire dall’Eni, e l'export italiano è cresciuto del 130% nei primi dieci mesi del 2009, per un totale di circa 430 milioni di euro. Ma ci sono ancora molti spazi di manovra, come spiega l’ambasciatore italiano a Luanda, Giuseppe Mistretta, in un’intervista pubblicata nel numero 3 (16 marzo 2010) della newsletter “Diplomazia economica italiana”.

Le imprese italiane hanno saputo approfittare del boom angolano?

Direi di sì, anche se c’è sempre spazio per il miglioramento: innanzitutto c'è la presenza qualificata del gruppo Eni, sia nel settore petrolifero che in quello emergente del gas naturale e include anche l'apporto di Saipem nell'impiantistica. I dati sulle esportazioni italiane non solo dicono che il mercato è aperto anche per noi, ma che la gamma merceologica è molto vasta. Tra le voci più significative dell'export italiano figurano macchinari, semilavorati come i tubi e materiale per l’ impiantistica, ma anche prodotti agroalimentari e di consumo, materiali da costruzione, apparecchi sanitari, mobili per ufficio. Aggiungo che i numeri di cui disponiamo sono incompleti perché non tengono conto di una significativa quota di esportazioni indirette che transitano attraverso Sudafrica e Portogallo. Purtroppo, buona parte delle vendite dei nostri prodotti in Angola avviene attraverso intermediatori commerciali, mentre sarebbe auspicabile una maggiore presenza delle nostre imprese sul posto.

Si può affermare che il Sistema Italia nel caso dell'Angola, si è un po' distratto?

C'è stato un ritardo, forse inevitabile, nella percezione dei cambiamenti che hanno investito questo Paese. L'immagine dell'Angola, come quella di altre nazioni africane, è ancora associata alle vicende della guerra civile, mentre oggi il Paese è indubbiamente molto stabile. I movimenti di opposizione sono stati integrati nel sistema politico e ora sul territorio si aprono centinaia di cantieri. Non sono molti gli Stati africani dove quasi tutte le maggiori città sono collegate da strade nuove di zecca, o comunque in buone condizioni. Con aeroporti e collegamenti interni funzionanti. Si tratta di una crescita che per molti versi ricorda quella delle cosiddette “tigri asiatiche” degli anni Novanta.

Imprese e uomini ma anche capitali?

Sì, ormai si parla di "modello angolano" per definire il tipo di meccanismo che è stato individuato da Pechino per finanziare tutti questi lavori e queste infrastrutture. In pratica la Cina anticipa i capitali garantendoli con contratti di fornitura di petrolio a lunga scadenza. Ma anche altri Paesi con particolare riguardo a Spagna, Brasile e Portogallo, che sono partner tradizionali di questo Paese o comunque interessati al suo sviluppo, hanno attivato crediti di aiuto valutabili nell'ordine di 2,5 miliardi di euro complessivi. Recentemente si è aggiunto anche il Fondo Monetario, che ha attivato una cosiddetta standby facility di 1,3 miliardi di dollari per superare le difficoltà transitorie derivanti dalla caduta dei prezzi mondiali del petrolio, che peraltro stanno risalendo.

Però ci sono stati ritardi di pagamento per alcuni fornitori esteri del Paese incluse alcune imprese italiane?

E' vero, ma se andiamo a guardare nel dettaglio vediamo che non sono dovute a una carenza di fondi bensì all'introduzione, da parte del Ministero delle Finanze, di misure di controllo più severo sui trasferimenti di valuta all'estero. Questo è avvenuto dopo la scoperta di pesanti irregolarità. Purtroppo, i provvedimenti hanno provocato un blocco indiscriminato, incluse molte operazioni che non erano in relazione con gli episodi incriminati. Ma il problema dovrebbe essere in fase di soluzione.

L'Angola è anche un Paese caro?

Sì, questo purtroppo è un ostacolo a cui sono sensibili anche le piccole e medie aziende. D'altra parte è un fenomeno che si è visto anche in altri casi, ad esempio in Europa dell'Est: quando in un Paese si aprono nuove opportunità, arrivano investitori e trader dall'estero e si creano inevitabilmente dei colli di bottiglia iniziali nel reperimento di alloggi, uffici, personale qualificato, prodotti di qualità. Accade allora che il costo della vita per aziende che hanno bisogno di crearsi una base in loco, inviando anche personale proprio a cui garantire uno standard di vita occidentale, diventi veramente elevato. In questo caso, le compagnie petrolifere e diamantifere fanno la parte del leone.

Alla cooperazione cinese viene rimproverato di formare un mondo chiuso, poco disponibile a impiegare uomini e risorse locali?

Il dibattito sull'apporto straniero in generale è aperto. E' evidente che il Governo angolano preferirebbe che gli investimenti effettuati nelle infrastrutture offrissero il massimo di opportunità di lavoro alla popolazione locale. E questo anche in termini di formazione, acquisizione di know how, e via dicendo. Nella fase iniziale tutto questo era difficile in quanto il Paese doveva ancora organizzarsi: e ciò può spiegare anche l'approccio scelto dalle imprese cinesi. Ora le cose stanno in parte cambiando. E quindi, a maggiore ragione, questo significa che c'è spazio per tutti, anche nel settore delle costruzioni e delle infrastrutture. Non dimentichiamo che accanto alle imprese cinesi sono impegnate in Angola anche grandi imprese brasiliane come Oderbrecht, portoghesi come Soares da Costa, etc. Certo, bisogna essere presenti e partecipare alle gare indette dallo Stato, o dagli Enti responsabili angolani. Aggiungerei che non è vero che i giochi siano decisi in partenza: in genere vince l'offerta migliore. CMC Ravenna è riuscita ad aggiudicarsi importanti commesse nel settore della riabilitazione di importanti tratte stradali (Songo-Bembe , Negage N'Sossoe) e della costruzione di nuove tratte autostradali (Quifumo-Soyo) per quasi 400 chilometri. Il gruppo Progest, che gestisce la discarica di Luanda, ha anche aperto la strada nel settore della gestione dei rifiuti. Ma ci sono altre filiere affini, ad esempio la gestione del ciclico idrico in cui le imprese italiane possono introdursi. Le città angolane stanno crescendo e hanno bisogno di tutte le infrastrutture di base.

L'Angola offre anche altre opportunità?

L'Ambasciata sta svolgendo un lavoro di monitoraggio delle filiere dove le aziende italiane hanno maggiori probabilità di successo. Al primo posto metterei il settore agroalimentare e questo per diversi motivi. Lo sviluppo della filiera è una priorità anche per il Governo di Luanda che sta investendo in infrastrutture e avviando alcune operazioni pilota per supportarne la crescita. Va ricordato che prima delle guerra civile l'Angola non solo era in grado di soddisfare al proprio fabbisogno alimentare ma era anche un esportatore di prodotti dell'allevamento, della pesca, di legname, e via dicendo. Ora vuole tornare ad esserlo anche perché un'agricoltura fondata su produzioni commerciali e non più, soltanto, di auto sussistenza, è in grado di fornire lavoro e importanti possibilità di crescita al territorio.Il netto miglioramento in atto nei trasporti è già un passo in avanti. Ma c'è tutto il resto della filiera da costruire: sistemi di stoccaggio, refrigerazione, trasformazione. Sono tutte realizzazioni per le quali, alle aziende italiane, viene universalmente riconosciuto un ruolo di primo piano. Aggiungerei anche la filiera della pesca: l'Angola si estende su 1.650 chilometri di coste che sono tra le più pescose del mondo. Negli anni '70 la produzione ittica, allora dominata da pescherecci portoghesi basati nei porti delle Province del Namibe e del Banguela, aveva raggiunto 850 mila tonnellate anno. Si trattava soprattutto pesce azzurro: sardine e sgombri. Il Paese figurava ai primi posti nella classifica degli esportatori ittici mondiali. Poi ci sono stati anni di decadenza dovuti alla guerra civile. Recentemente il Governo ha deciso di rilanciare l'attività e ha regolamentato le concessioni attribuite alle navi da pesca straniere, ma è evidente che punta anche a sviluppare un'attività indigena, sia per la cattura che per le successive attività di lavorazione, anche con l'apporto di capitali e know how stranieri, La maggior parte dei pescatori angolani sono tuttora costretti a utilizzare imbarcazioni rudimentali. Escono in squadre formate da barche a remi e piccoli gozzi a motore, e ugualmente riescono a rientrare carichi di pesce. Nel settore comunque, si sta concentrando l'attenzione di operatori spagnoli e portoghesi. Il Governo sta investendo nell'acquisto di attrezzature e pescherecci da diversi Paesi, inclusi Cina, Spagna, Portogallo e Polonia. Quest'ultimo Paese ha anche attivato dei consistenti crediti di aiuto per questo settore.

E l'Italia?

Ci sono stati degli scambi con la Regione Sicilia in seguito a una visita effettuata a Mazara del Vallo dell'ex ministro della pesca angolano, in dicembre 2009. Ma c'è moltissimo da fare, anche perché lo sviluppo della filiera della pesca è uno dei settori su cui si concentrano gli aiuti dell'Unione Europa all'Angola, accessibili anche alle nostre imprese per rapporti di partnership e fornitura.

L'Angola ha anche un potenziale turistico?

La filiera ha avuto un forte impulso in occasione dei campionati africani di calcio, svoltisi in gennaio in Angola. Il Governo sta quindi valutando un rilancio che si muove in più direzioni. Il primo obiettivo è l'incremento dell'offerta destinata al mondo degli affari e quindi delle grandi strutture alberghiere. A Luanda fino a poco tempo fa c'erano solo due alberghi di standard internazionale ora se ne stanno aprendo diversi e il fenomeno si sta allargando anche ad altre località del Paese. Ma sta iniziando anche un decollo del turismo organizzato. Per ora non è comparabile con quanto sta avvenendo in altri Paesi africani come la Costa d'Avorio, il Senegal, la Tanzania, o il Botswana. Ma è significativo il fatto che il Governo abbia varato un piano di rilancio e ripopolamento dei parchi naturali.

Le opportunità nel settore energetico sono limitate al petrolio?

No, e questo è un altro messaggio importante da lanciare: il Governo angolano punta fortemente a sviluppare fonti alternative in quanto questo consente di massimizzare gli introiti in valuta.E' in atto quindi una valorizzazione del consistente patrimonio idroelettrico che già oggi copre più del 50% della produzione di elettricità ma che è sfruttato solo in piccola parte. Secondo studi effettuati in passato dai Portoghesi e ripresi anche dall'Agenzia Internazionale dell'Energia, l'Angola, grazie ai suoi fiumi, dispone di un potenziale idroelettrico pari ad almeno 18mila Megawatt di cui oltre 8mila lungo il fiume Kwanza. L'Ente elettrico sta avviando la costruzione di diverse nuove dighe, ma il Paese punta anche allo sviluppo del segmento cosiddetto minidroelettrico che richiede minori investimenti. Si aggiunge l'intera gamma delle altre energie rinnovabili: eolico, solare e biomasse. In questo ultimo settore, c'è un forte coinvolgimento del gruppo brasiliano di Petrobras. Infine la filiera degli idrocarburi si sta diversificando. Accanto all'estrazione di petrolio si tratta di sfruttare il gas. Sia quello associato al petrolio nei giacimenti, che quello in giacimenti indipendenti. Una parte sarà esportata attraverso il nuovo impianto di liquefazione di Angola Gas in cui, tra l'altro, Eni ha una quota del 13%. Ma soprattutto si tratta di sviluppare l'utilizzo interno. La prima linea di intervento, già avviata, riguarda la costruzione di impianti termoelettrici alimentati a gas che dovrebbero consentire di colmare l'attuale deficit di produzione elettrica che si traduce in frequenti limitazioni e interruzioni delle forniture. Ma la disponibilità di gas apre la strada alla crescita di diverse filiere collegate come i materiali da costruzione (cemento, ceramica ecc). In un futuro non lontano potrebbe aggiungersi la metallurgia in quanto in Angola esistono importanti giacimenti di bauxite. Inoltre, con la diversificazione delle fonti energetiche del Paese e la crescita degli utilizzi e dei consumi è necessario investire anche nelle reti di trasporto di distribuzione e nella loro interconnessione. E questo sia per il gas che, soprattutto, per l'elettricità. Attualmente intere aree del Paese e anche molte zone cittadine sono ancora alimentate con piccoli generatori diesel isolati che spesso servono piccole reti locali. Sono tutti settori in cui l'offerta delle imprese italiane può essere fortemente competitiva.

In generale come si sta muovendo il Sistema Italia in Angola?

Ha iniziato a recuperare terreno. Nel 2009 c'è stata un'importante missione, guidata dal Vice Ministro Urso, a cui hanno partecipato una settantina di imprese appartenenti a un largo spettro di attività: costruzioni, agricoltura, pesca, impiantistica e via dicendo. Quest'anno sono previste altre due missioni di filiera nel settore agroalimentare e delle costruzioni. Anche la nostra cooperazione si sta muovendo con iniziative limitate ma che hanno una grande valenza sociale: sono operazioni di sminamento del territorio e il supporto ai tribunali e alle strutture locali per fronteggiare il problema, purtroppo diffuso, della criminalità giovanile. Procede anche la cooperazione su base Regionale con risultati spesso sorprendenti. Ad esempio la Regione Abruzzo ha potuto coordinare una quindicina di imprese che parteciperanno quest'anno alla Fiera di Lubango. Operano in settori diversi: impianti fotovoltaici, pozzi, condutture di acqua potabile, forni ecc. Contestualmente l'ospedale di Pescara ha siglato un accordo di cooperazione con quello di Lubango. Sono iniziative nate da contatti individuali ma che hanno trovato poi un canale istituzionale per crescere.


Luogo:

Roma

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