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Governo Italiano

Dettaglio intervento

Data:

20/02/2008


Dettaglio intervento

Resoconto stenografico

Comunicazioni del Governo sui recenti sviluppi della situazione in Kosovo.

… MASSIMO D'ALEMA, Ministro degli affari esteri. Torno con piacere a incontrare in una seduta particolarmente affollata le Commissioni esteri di Camera e Senato a pochi giorni dall'audizione del 6 febbraio scorso, in cui avevo ripercorso in modo dettagliato le tappe del lungo e complesso negoziato sullo status finale del Kosovo, annunciando anche che, nel caso di una dichiarazione di indipendenza, il Governo italiano ne avrebbe preso atto stabilendo relazioni con le autorità kosovare.
In quella occasione si svolse una discussione molto interessante, per cui inevitabilmente gli argomenti non saranno del tutto nuovi rispetto alle valutazioni espresse in quella sede.
Come sapete, il Parlamento kosovaro ha unanimemente dichiarato l'indipendenza del Kosovo, suscitando diverse reazioni internazionali. In modo fortunatamente limitato si sono anche manifestate tensioni nella regione, che si cerca di mantenere sotto controllo.
La dichiarazione del Parlamento kosovaro del 14 febbraio scorso è il punto di arrivo di una vicenda lunga e complessa. Per quanto concerne gli sviluppi più recenti, questo processo si era avviato nel 2005, con la decisione del Consiglio di sicurezza delle Nazione Unite di avviare una riflessione per giungere a una definizione dello status finale del Kosovo, unico territorio europeo sottoposto a un protettorato internazionale che, a partire dal conflitto del 1999, vive in una condizione particolare di indipendenza sotto il controllo di autorità internazionali.
Questo processo, avviato nel 2005 per volontà del Consiglio di sicurezza e poi concretizzatosi nell'incarico assegnato all'ex Presidente finlandese Ahtisaari di predisporre una proposta da sottoporre al Consiglio stesso, non ha portato a un esito condiviso. Il piano Ahtisaari, che prevede una forma di indipendenza del Kosovo sotto il controllo e la supervisione internazionale, con particolari garanzie per le minoranze non solo serbe e per i luoghi sacri della religione ortodossa, non ha potuto concludere il suo percorso, malgrado il sostegno unanime dell'Unione europea e largamente prevalente nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, a causa del preannunciato veto della Russia all'adozione delle proposte in esso contenute.
Anche nel periodo di nostra presidenza del Consiglio di sicurezza nel mese di dicembre scorso, abbiamo compiuto uno sforzo per favorire il dialogo. Ho personalmente presieduto una seduta del Consiglio di sicurezza, che purtroppo però è servita soltanto a registrare l'insormontabile distanza fra le parti.
A conclusione dell'esercizio di Martti Ahtisaari, ci eravamo resi promotori di un'ulteriore fase negoziale su iniziativa europea (ma anche con particolare impulso da parte del nostro Paese) allo scopo di evitare una frattura nel Consiglio di sicurezza e di arrivare a un voto. Il veto aveva portato alla nomina di una troika di ambasciatori in rappresentanza rispettivamente degli Stati Uniti, dell'Unione europea e della Russia, per promuovere un ulteriore sforzo negoziale.
Per impulso del rappresentante europeo, l'ambasciatore Ischinger, questo sforzo ha prodotto proposte particolarmente interessanti, ma non ha portato a un accordo perché, al di là dei tanti aspetti importanti sui quali si era raggiunta una relativa convergenza tra le parti, il negoziato si è incagliato su una questione di principio. Mi riferisco all'insormontabile divergenza tra la posizione della Serbia, disponibile a riconoscere una speciale autonomia al Kosovo ma non l'indipendenza, e la richiesta kosovara di una piena indipendenza, nonostante la disponibilità a stabilire speciali relazioni con la Serbia nell'ambito di una riconosciuta indipendenza, quindi come relazioni fra Stati indipendenti. Questa divergenza di principio è parsa insuperabile e quindi l'ipotesi - in linea di principio sempre apprezzabile - di proseguire nel negoziato è sembrata irrealistica, perché, dopo avere esperito ogni tentativo, il dialogo è apparso bloccato su una questione di principio.
In questo quadro il 17 febbraio è maturata la decisione dell'Assemblea del Kosovo di proclamare l'indipendenza con una dichiarazione nella quale il Parlamento kosovaro ha accettato in pieno gli obblighi e i limiti alla sovranità del Kosovo previsti dal piano Ahtisaari.
Si tratta di una dichiarazione sui generis di indipendenza, perché il Kosovo è un territorio attualmente presidiato da quasi 20 mila militari della KFOR. In questa regione, grande pressappoco come l'Umbria, in cui si svolge una missione delle Nazioni Unite con compiti di amministrazione, si recherà una missione di funzionari e di magistrati dell'Unione europea. Si tratta quindi di un'indipendenza del tutto particolare e originale, perché sostanzialmente in Kosovo la sicurezza e le funzioni amministrative sono garantite dalla comunità internazionale, sia pure affiancata dalle autorità elettive.
Nella dichiarazione del Parlamento kosovaro si afferma esplicitamente che Pristina includerà nella Costituzione, in via di approvazione, l'accettazione dei princìpi chiave del piano Ahtisaari. Questa non è soltanto una garanzia politica, ma prenderà la forma di un principio costituzionale che costituirà una delle norme previste dalla nuova Costituzione del Kosovo.
Con tale dichiarazione l'Assemblea kosovara ha poi rivolto un invito esplicito affinché nella ex provincia serba vengano confermate o stabilite, sulla base della risoluzione n. 1244, le missioni internazionali civili e militari che dovranno supervisionare l'attuazione del piano Ahtisaari: in particolare la KFOR, che rappresenta la missione militare, l'Ufficio civile internazionale, che coordina le azioni civili, e la missione PESD, ovvero la missione europea deliberata nell'ultima riunione del Consiglio europeo e poi confermata all'unanimità dall'Unione europea, ora entrata in una fase operativa, missione denominata Eulex. Tale missione è particolarmente dedicata, anche se non in modo esclusivo, all'organizzazione di un sistema di polizia e di giustizia; innanzitutto, si tratta della garanzia data dalla rule of law, ovvero della costruzione dello Stato di diritto, in un territorio che da molti anni è privo di sovranità e che fronteggia seri problemi di criminalità organizzata.
I contenuti della dichiarazione di indipendenza hanno quindi confermato pienamente che l'indipendenza del Kosovo sarà sui generis, in quanto a sovranità limitata sotto la supervisione internazionale.
Con questa dichiarazione Pristina accetta e riconosce i poteri della comunità internazionale nei propri confronti, che saranno particolarmente invasivi. Se infatti KFOR continuerà ad assicurare la cornice di sicurezza, Eulex fornirà l'assistenza in tutti i settori inerenti allo Stato di diritto, quali l'istituzione di un sistema giudiziario indipendente, la costruzione di servizi di polizia e dogane, le funzioni di ordine pubblico e di investigazione, in particolare con poteri di intervento diretto nei casi di reati legati al crimine organizzato, alla corruzione, al terrorismo, ai crimini interetnici (quindi in materia di protezione delle minoranze), ai reati finanziari e quelli legati alla proprietà.
Il rappresentante civile internazionale, che dovrebbe essere il funzionario olandese Pieter Feith, già nominato rappresentante speciale dell'Unione europea per il Kosovo, sarà inoltre dotato di poteri esecutivi di natura giuridico-politica. Avrà infatti il potere di respingere le leggi adottate dall'Assemblea, esigendo eventuali modifiche in linea con gli impegni derivanti dal piano Ahtisaari, e potrà altresì rimuovere i pubblici funzionari qualora vi siano comprovati elementi di colpevolezza. Le limitazioni di sovranità previste dal piano Ahtisaari non rappresentano quindi soltanto affermazioni generiche, ma comportano un'autorità internazionale, in particolare europea, dotata di poteri particolari.
A seguito della dichiarazione di indipendenza di Pristina, il 18 febbraio scorso si è riunito a Bruxelles il Consiglio dell'Unione europea. I ministri degli esteri hanno esaminato in modo approfondito lo sviluppo della situazione e, al termine di un complesso negoziato, hanno approvato una piattaforma comune, che prende atto della situazione determinatasi, lasciando ai singoli Stati membri la possibilità di stabilire relazioni con il Kosovo. Il riconoscimento del Kosovo, infatti, non è materia di competenza comunitaria, bensì prerogativa dei singoli Stati membri.
Alla fine della riunione, sulla base di questa piattaforma comune, in linea con la maggioranza dei nostri partner europei, ho espresso pubblicamente l'intenzione dell'Italia di riconoscere il Kosovo indipendente sotto supervisione internazionale e di stabilire regolari relazioni con Pristina, intenzione che avevo anticipato già in occasione dell'audizione del 6 febbraio e per la quale avevo ricevuto un avallo preventivo da parte del Consiglio dei Ministri, sia pure con la riserva del Ministro Ferrero.
In occasione del Consiglio europeo si sono espressi in favore del riconoscimento del Kosovo anche il Regno Unito, la Francia, la Germania, l'Irlanda, la Finlandia, la Danimarca, la Lettonia, l'Estonia, il Lussemburgo, la Polonia, l'Austria, il Belgio e la Svezia. In questi giorni sono attesi ulteriori annunci di riconoscimento, tra cui quello della presidenza slovena. Ci si attende che diciassette-diciotto Paesi dell'Unione europea procedano rapidamente nei prossimi giorni al riconoscimento del Kosovo. Cinque Stati membri (Grecia, Slovacchia, Bulgaria, Romania e Spagna) almeno in questa fase non intendono farlo, mentre uno Stato membro, Cipro, ha annunciato che non lo farà mai.
Nel frattempo il Regno Unito e la Francia hanno già effettivamente proceduto al riconoscimento del Kosovo, come anche diversi Paesi non membri dell'Unione europea fra i quali gli Stati Uniti. Se siete interessati, ho anche un elenco completo dei riconoscimenti attuati. Tale quadro delinea una certa divisione della comunità internazionale.
L'Italia, dunque, si è mossa in sintonia con i maggiori partner europei, in particolare con la maggioranza degli Stati membri dell'Unione europea. Ritengo che questa posizione debba essere confermata dal nostro Paese, anche perché concertata in tutte le fasi della crisi in sintonia con i Paesi europei che fanno parte del gruppo di contatto (Regno Unito, Francia e Germania) e che hanno le maggiori responsabilità sul terreno, perché forniscono i contingenti più numerosi alla KFOR e avranno anche maggiori responsabilità nella missione civile.
Credo che una linea di condotta comune tra i maggiori Paesi europei sia una conditio sine qua non per governare il difficile processo che si è aperto e anche per continuare a esercitare un ruolo nella regione. Ritengo che questo corrisponda anche agli interessi nazionali del nostro Paese e non soltanto al necessario raccordo con la Francia, la Germania e il Regno Unito, cui un Paese come il nostro per avere un peso in Europa non può sottrarsi. Se qualcuno intende proporre altre politiche estere, è il benvenuto, ma mi pare difficile sfuggire a una disciplina di collaborazione tra i maggiori Paesi europei. Quindi, ritengo sia interesse dell'Italia procedere a un rapido riconoscimento del Kosovo su cui dovrebbe deliberare il Consiglio dei ministri, che ne ha il compito.
L'Italia schiera attualmente in Kosovo un contingente di circa 2.600 uomini, quello più numeroso nel quadro della missione KFOR, dislocato a Pec, sotto comando italiano, e in parte a nord di Mitrovica, sotto comando francese. In questo momento noi occupiamo infatti la posizione più a nord del Kosovo, con la presenza in quest'area di circa 430 alpini, fatto molto positivo anche perché la presenza italiana è molto apprezzata dalle diverse comunità, a cominciare da quella serba. Infatti, nel corso di tutti questi anni le nostre Forze armate hanno collaborato con tutte le comunità e operato efficacemente nella protezione dei diritti delle minoranze. Ci apprestiamo a inviare più di 200 funzionari tra civili, carabinieri e finanzieri nel contesto della missione Pesd.
Ritengo che, se non riconoscessimo sollecitamente il Kosovo, questi uomini non avrebbero la necessaria copertura politica e diplomatica per operare sul terreno e interagire con le autorità di Pristina. Dovremmo quindi ritirarli per evitare di esporli a rischi, scelta che non gioverebbe in primo luogo ai serbi, perché la presenza italiana nella regione è un elemento di stabilità e di garanzia per tutti. Non solo: è interesse dell'Italia monitorare da vicino gli sviluppi in Kosovo nei prossimi anni. Tra qualche giorno verrà istituito l'International Steering Group per il Kosovo, un gruppo ristretto di Paesi - ovviamente tra quelli che avranno riconosciuto Pristina - con il compito di indirizzare politicamente l'applicazione del piano Ahtisaari e l'amministrazione nell'ex provincia serba.
A differenza dell'interpretazione, a mio giudizio sbagliata e ingenerosa, fornita da molti organi di stampa, secondo cui nel Consiglio europeo del 18 febbraio si sarebbero manifestate una drammatica divisione ed una inconcludenza europea - il che non è vero, nel modo più assoluto - credo si possa affermare in tutta onestà che l'Unione europea abbia portato a termine un confronto non semplice anche a partire da diverse situazioni nazionali.
Vorrei però sottolineare come il diverso atteggiamento di alcuni Paesi rispetto al riconoscimento del Kosovo nasca non da una diversa valutazione della situazione nei Balcani, ma da ragioni di carattere nazionale. La Spagna ha espresso consenso unanime al piano Ahtisaari, sostenuto da tutti i Paesi europei; tuttavia, se non procede al riconoscimento del Kosovo è perché teme un «effetto domino» nei Paesi baschi, non perché dissenta dal nostro giudizio sulla situazione dei Balcani.
Non si rileva quindi una divisione dell'Europa perché qualcuno ritiene possibile ricondurre il Kosovo sotto la sovranità serba. Ma come? Da chi? Quale forza militare potrebbe intervenire contro la stragrande maggioranza della popolazione riconducendo il Kosovo sotto il Governo di Belgrado dopo quanto è accaduto? Quanto avvenuto certamente non è responsabilità dell'attuale leadership serba, ma la storia è storia e non si può cambiare. Nessuno ragionevolmente ritiene che ci si possa caricare di una simile responsabilità. Quale forza militare potrebbe imporre questo ai kosovari? Nessuna.
Le diverse posizioni europee nascono da preoccupazioni del tutto legittime e comprensibili circa un effetto imitativo, ma certo non da una diversa valutazione sul possibile destino del Kosovo.
Poiché il riconoscimento del Kosovo è materia nazionale, l'Unione europea ha deliberato quanto doveva, assumendosi la responsabilità con la missione civile Pesd di accompagnare il Kosovo in un processo di costruzione di uno Stato di diritto moderno. L'Europa si è quindi assunta pienamente le sue responsabilità, senza dimostrarsi inconcludente o paralizzata dinanzi agli sviluppi della situazione.
Desidero quindi ricordare che, malgrado le difficoltà e le sensibilità di alcuni Paesi - capisco la situazione di Cipro, preoccupata per Cipro nord non per il Kosovo, preoccupazione comprensibile e rispettabile -, l'Unione europea ha dato una valutazione unanime. Nel giugno del 2006, il Consiglio europeo ha adottato una risoluzione di pieno sostegno al piano Ahtisaari, la missione Pesd è stata approvata all'unanimità dal Consiglio europeo, il Consiglio europeo ha approvato all'unanimità la nomina di un proprio rappresentante speciale in Kosovo. Nell'adozione di queste misure operative e nell'assunzione di queste responsabilità l'Europa ha dimostrato la sua coesione e anche la volontà di esercitare un ruolo chiave nella complessa vicenda della stabilizzazione dei Balcani.
In particolare, la valutazione europea è stata unanime sull'insostenibilità dello status quo, sull'opportunità del processo negoziale sotto l'egida delle Nazioni Unite, sulla necessità di un ulteriore sforzo con la troika, sulla consapevolezza che nulla di intentato era stato lasciato e sul fatto che fosse inutile continuare un negoziato incagliato in una disputa di principio impossibile da risolvere.
Su un altro aspetto cruciale l'Europa è stata unita, valutando il Kosovo come un caso speciale, che non determina alcun precedente internazionale. La specificità risiede non soltanto in una vicenda segnata da eventi tragici quali pulizia etnica, guerra civile, conflitto, come purtroppo è potuto accadere anche in altre aree del mondo, ma anche nel fatto che il Kosovo, di fatto, era sottratto da otto anni alla sovranità serba e amministrato da un protettorato internazionale, situazione che caratterizza la sua realtà in modo totalmente diverso rispetto a qualsiasi altra provincia o regione di Europa che rivendichi la separazione e una propria indipendenza.
Le preoccupazioni, presenti anche nel nostro Paese, circa la realtà di uno Stato, il Kosovo, in cui si rileva la presenza di criminalità organizzata sono legittime; tuttavia, secondo una mia opinione, largamente prevalente nella comunità internazionale, il permanere nel Kosovo di una realtà territoriale priva di statualità accentua gli elementi di irresponsabilità e i rischi dal punto di vista della criminalità organizzata. In un territorio senza Stato, senza polizia, senza amministrazione della giustizia, è molto più facile per la criminalità organizzata mettere radici. L'avvio della costruzione di uno Stato di diritto, anche grazie all'impegno europeo, mi sembra il modo migliore di contrastare quei fenomeni criminali che costituiscono motivo di preoccupazione per tutta la comunità internazionale e anche per noi.
Desidero ricordare che il documento adottato dal Consiglio europeo sottolinea come il caso del Kosovo non metta in discussione i princìpi contenuti nella Carta delle Nazioni Unite e nell'Atto finale di Helsinki. Il documento approvato all'unanimità dal Consiglio europeo si conclude affermando che «la vicenda del Kosovo costituisce un caso sui generis, che non mette in causa princìpi e risoluzioni contenuti nella Carta delle nazioni unite e nell'Atto finale di Helsinki».
So che questo parere può essere controverso, ma tengo a sottolineare che questa è la conclusione del documento approvato all'unanimità dal Consiglio europeo; in quanto atto approvato all'unanimità dal Consiglio europeo, esso rappresenta più che un parere personale del sottoscritto, è un atto di politica vincolante per i 27 Paesi membri dell'Unione. Questo significa che il Kosovo per l'Unione europea non costituisce un precedente e non mette in discussione l'adesione europea ai princìpi contenuti nella Carta delle nazioni unite e nell'Atto finale di Helsinki.
In questi giorni, come era prevedibile, stiamo assistendo a turbolenze di carattere diplomatico e anche a tensioni sul terreno che non possono essere sottovalutate, ma neppure drammatizzate. La Russia ha voluto investire ripetutamente della questione il Consiglio di sicurezza senza che le richieste di annullamento della dichiarazione kosovara potessero essere accolte. Il Consiglio di sicurezza è paralizzato sul Kosovo, perché è diviso e quindi non in grado di assumere delle decisioni. La Serbia ha protestato vivamente, ha richiamato i propri ambasciatori presso i Paesi che hanno riconosciuto il Kosovo, vi sono state tensioni e manifestazioni a Belgrado nonché alcuni incidenti in Kosovo, a nord del fiume Ibar, in particolare nei pressi del confine con la Serbia. L'intervento della KFOR, manifestatosi tuttavia senza l'uso della forza, ha riportato sino ad adesso la calma e in questi incidenti non vi sono stati feriti.
È evidente che siamo in una fase delicata, nella quale occorre mantenere nervi saldi; servono molta saggezza, calma e lungimiranza. Il Governo italiano è in contatto innanzitutto con la Nato, che ha una responsabilità primaria di sicurezza. Il Consiglio atlantico ha diramato un suo documento nello stesso 18 settembre in cui era riunito il Consiglio europeo, confermando l'impegno della Nato e il mandato della KFOR, che ovviamente non contiene alcun riferimento alla tutela dei confini del Kosovo. La KFOR è lì per prevenire atti di violenza, per mantenere l'ordine, per tutelare le minoranze - questo è il mandato internazionale - e vi resterà fino a quando il Consiglio di sicurezza non disporrà diversamente.
La presenza internazionale è tale da evitare il rischio non di incidenti, ma di una destabilizzazione della regione. Nel corso della fase negoziale, in particolare negli incontri con la troika, sia i serbi che i kosovari hanno assunto solenne impegno a evitare tensioni e a prevenire atti di violenza. Ora gli uni e gli altri devono agire in modo coerente con gli impegni assunti. In particolare è delicata l'area a nord di Mitrovica, dove si trovano le comunità a maggioranza serba del Kosovo e dove bisogna evitare situazioni di scontro nonché mantenere aperti tutti i canali di comunicazione con Belgrado.
In questi giorni abbiamo avuto diversi contatti. Il Presidente del Consiglio ha avuto una conversazione con il Presidente Tadic. Personalmente ho ricevuto l'ambasciatore di Serbia, la signora Raskovic, per ribadire i rapporti di amicizia fra l'Italia e la Serbia e il ruolo che l'Italia intende svolgere nella regione a favore di un processo di stabilizzazione. Come noto, siamo stati e continuiamo a essere uno dei Paesi più impegnati nel favorire un processo di avvicinamento della Serbia all'Unione europea e abbiamo da tempo chiesto di giungere a firmare un accordo di associazione, riconoscendo alla Serbia lo status di Paese candidato all'Unione europea. Il Presidente Napolitano ha risposto con una lettera amichevole al Presidente Tadic, di cui ovviamente ha informato il Governo in queste ore.
È chiaro che ci si appresta ad un passaggio delicato, che affronteremo in modo tanto più efficace quanto più sapremo mantenere l'unità dell'Europa, a cominciare da quella dei Paesi più importanti che hanno maggiore responsabilità e compiti più rilevanti. Desideriamo che la vicenda kosovara non destabilizzi i Balcani, ma semmai rappresenti l'ultimo capitolo di un lungo processo di disgregazione e di riorganizzazione, che troverà il suo compimento nell'integrazione europea di questi Paesi, quando i diversi Stati, nati nei Balcani dalla dissoluzione della ex Jugoslavia, troveranno uno spazio di cooperazione nel seno dell'Europa unita.
La libera circolazione delle persone, dei capitali e delle merci, l'abolizione dei confini è il futuro dei Balcani e solo in questo ambito sarà possibile ritrovare quell'integrazione che nel passato fu garantita dalla Federazione jugoslava e che è poi venuta meno per ragioni storiche; queste ragioni non dipendono certo dalla responsabilità dell'attuale leadership serba, ma cambiare la storia è problematico per chiunque, anche se animato dalle migliori intenzioni.
Questa è la situazione. Ritengo che non abbiamo alternativa a un'assunzione di responsabilità. Per svolgere pienamente il nostro ruolo e assolvere alle nostre responsabilità, è necessario ed utile che il Governo proceda a stabilire normali relazioni con le autorità di Pristina e a riconoscere la nuova realtà che si è determinata. È necessario farlo con sobrietà, continuando a lavorare per mantenere buoni rapporti con la Serbia e affrontando con serenità un momento difficile, che speriamo possa presto lasciare spazio alla ripresa di un dialogo.
Vorrei concludere con quanto segue. È del tutto evidente a noi, ma anche alle autorità kosovare - si tratta di persone ragionevoli - come questa indipendenza del Kosovo sia dimidiata. Nella condizione attuale il Kosovo non soltanto è sottoposto a una supervisione internazionale, ma non potrà neppure entrare a far parte dell'Assemblea delle Nazioni Unite perché la comunità internazionale è divisa. Si potrà uscire da questa condizione solo il giorno in cui tra Pristina e Belgrado si stabilirà un'intesa. La ripresa del dialogo con Belgrado è quindi un traguardo irrinunciabile, per gli uni e per gli altri. Chi può favorire questo processo sono il tempo e l'Unione europea.
Sono convinto che in questo momento l'Europa debba essere unita e governare questo processo con saggezza. L'Italia è in questo caso, dato che siamo proprio nei pressi di «casa nostra», uno dei Paesi che possono dare il contributo maggiore e assumersi pienamente le proprie responsabilità…
… MASSIMO D'ALEMA, Ministro degli affari esteri. Vi ringrazio per questa discussione e vorrei rispondere soffermandomi su tre punti.
Non ritengo possibile ritardare la decisione che deve essere assunta. Dal punto di vista giuridico, ritengo che il Governo sia nelle condizioni di assumere questa decisione anche sulla base dei pareri che abbiamo richiesto agli uffici giuridici della Presidenza del Consiglio.
Al di là di questo aspetto giuridico, abbiamo una particolare responsabilità. Non mi sentirei sinceramente di lasciare senza copertura politica e diplomatica i 2.600 militari italiani presenti in Kosovo, Paese nel quale abbiamo una grande responsabilità (abbiamo il comando su un quarto del Kosovo). Come potremmo inviare ora duecento funzionari civili, carabinieri, magistrati in un Paese che non riconosciamo, quando gli altri Paesi che condividono le nostre responsabilità lo riconoscono? Di che parliamo?
Un minimo senso di responsabilità richiesto a chi governa il Paese comporta che o l'Italia afferma che, di fronte alla dichiarazione di indipendenza, considera venute meno le ragioni di un suo impegno, o si assume le sue responsabilità al pari degli altri tre partner con i quali condivide la responsabilità di garantire la sicurezza e di dare corpo alla missione europea in Kosovo (ci sono anche due sottufficiali rumeni, ma hanno un ruolo diverso). O stiamo al passo di questi Paesi o legittimamente dichiariamo che di fronte a questa novità ci ritiriamo. Non ravviso una terza via nell'ambito della responsabilità.
Ritengo che abbandonare sarebbe gravemente sbagliato non solo per ragioni generali, perché verremmo meno al ruolo che ci compete come uno dei maggiori Paesi dell'Unione europea - francamente sono persino imbarazzato nel constatare come alcune parti politiche non comprendano che un Paese come l'Italia non può venir meno a una solidarietà con i principali Paesi dell'Occidente -, ma anche per i Balcani, perché considero la presenza italiana utile a tutti, a cominciare dalla Serbia.
Proprio perché condivido le preoccupazioni di colleghi che sottolineano come in Kosovo si sia creata una centrale di criminalità organizzata, desidero potervi inviare carabinieri, magistrati, la Guardia di finanza a ricoprire un ruolo di primo piano nella missione europea che tra i suoi compiti principali ha quello del rule of law e quindi della lotta alla criminalità organizzata.
È in gioco un evidente interesse nazionale, di fronte al quale credo che non possiamo tirarci indietro, né si capisce come potremmo contribuire a creare l'amministrazione della giustizia e le forze di polizia in un Paese che non riconosciamo.
Francamente ritengo che non esistano alternative e che il Governo debba assumersi questa responsabilità per il bene dell'Italia, perché non fare nulla sarebbe forse una posizione popolare, ma significherebbe venir meno a una responsabilità. Chi governa deve avere senso di responsabilità verso il Paese, come spero avvenga anche in futuro (anche se talvolta sono colto da qualche ragionevole dubbio).
Per quanto riguarda infine il rapporto con la Serbia, il Governo italiano ha perseguito una politica di amicizia verso la Serbia senza pari. Ho subìto gli attacchi sulla stampa internazionale anche del procuratore Carla Del Ponte per essermi battuto da un anno e mezzo affinché si riconosca alla Serbia lo status di Paese candidato dell'Unione europea, attacchi in gran parte ripresi da quegli stessi giornali italiani che oggi ci raccomandano l'amicizia con la Serbia.
L'esperienza però mi ha insegnato che nella vita bisogna ricevere schiaffi da una parte e dall'altra, perché significa che si è nel giusto.
Abbiamo realizzato una grande politica di amicizia, di apertura, di dialogo, incrementando notevolmente le relazioni economiche tra Italia e la Serbia. Non ho i dati, ma lo sviluppo dei rapporti economici appare impressionante. Abbiamo aperto a Belgrado, anche con un serio investimento, un palazzo della cultura italiana.
A parte l'impegno del Governo, in questo processo c'è stato persino un forte impegno personale del Ministro degli esteri. Ho visitato il Salone del libro di Belgrado, nel quale ho presentato una pubblicazione in serbo di saggi della mia rivista sull'Europa e i Balcani, che ha avuto un grande successo editoriale.
È stato quindi profuso ogni impegno politico, culturale, personale, governativo. Su questo condivido le preoccupazioni espresse dai colleghi. Il Governo italiano continuerà in una politica di amicizia verso la Serbia. Sconteremo un momento difficile, ma confido che si tratterà di una breve parentesi e che non si giungerà a rotture irreparabili, che non rientrano neppure nell'interesse della Serbia. Ritengo però che questo sia un cammino obbligato e che a noi competa assumerci tutte le responsabilità per evitare danni maggiori e per governare positivamente una delicata vicenda.

La seduta termina alle 16,10.


Luogo:

Roma

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