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Governo Italiano

Discorso dell’On. Ministro al Convegno “Sessant’anni di Europa con un futuro da disegnare”

Data:

01/04/2017


Discorso dell’On. Ministro al Convegno “Sessant’anni di Europa con un futuro da disegnare”

Università degli Studi di Messina

(Messina, 1 aprile 2017)

 

(fa fede solo il testo effettivamente pronunciato)

 

Magnifico Rettore Prof. Pietro Navarra,

Onorevoli Deputati e Senatori,

Signor Sindaco e Signor Prefetto,

Mons. Giovanni Accolla,

Illustri docenti,

Cari studenti,

Signore e signori,

Sono felicissimo di essere qui con voi oggi.

Una settimana fa, il 25 marzo, l’Italia è stata cuore pulsante del grande appuntamento celebrativo per il sessantesimo anniversario della firma dei Trattati di Roma. L’immagine dei Capi di Stato e di Governo nella sala degli Orazi e Curiazi in Campidoglio, l’immagine dell’Europa “indivisa e indivisibile”, è il viatico migliore per l’incontro odierno.

Il vertice di Roma ha aperto un dibattito utile sul senso dell’Unione Europea e sul nostro essere europei. Da Roma si è levato chiaro e forte un messaggio: insieme dobbiamo ridare slancio e vitalità al progetto comunitario. Questo è il momento di colmare le distanze fra intenti, parole ed azioni. Questo è il tempo di ideare, preparare e costruire l’Europa di domani. Un’Europa migliore, più forte, più solidale e sicura. Un’Europa della prosperità e un’Europa sociale.

E per correggere alcuni errori del passato, per ogni passo in avanti che facciamo dell’Europa economica, ne dobbiamo fare almeno due dell’Europa sociale: dobbiamo raddoppiare il livello di ambizione delle politiche contro la disoccupazione, l’esclusione sociale e la povertà; quelle a favore dei giovani e del ceto medio, che sono la forza vitale della nostra crescita.

Ma cos’è l’Europa? L’Europa, argomentava Luigi Einaudi nel 1947 in sede di Assemblea Costituente è «un’idea di libertà contro l’intolleranza, un’idea di volontaria cooperazione per il bene comune contro la forza bruta».  I tratti distintivi dell’idea e dello sviluppo dell’Europa li ritroviamo espressi anche nelle motivazioni che le hanno assegnato il Nobel per la pace nel 2012: «L’Unione e i suoi membri per oltre sei decenni hanno contribuito al progresso della pace e della riconciliazione, della democrazia e dei diritti umani in Europa. Il lavoro dell’UE rappresenta la fraternità tra le Nazioni».

Dalle generazioni che ci hanno preceduto, noi abbiamo quindi ereditato: il più grande progetto di pace, il più esteso spazio di libertà al mondo, il più grande esperimento politico e istituzionale della storia. Io sono nato nel 1970 e sono il primo della mia famiglia ad avere conosciuto solo pace, prosperità, benessere, democrazia e libertà. Sono nato dove l’Europa finisce e comincia l’Africa, nel mio collegio elettorale c’è Lampedusa, dal balcone di casa mia vedo il Mediterraneo. Se l’occhio umano lo permettesse, dall’altra parte del mare scorgerei l’Africa, se l’udito lo consentisse sentirei laggiù il rumore delle armi e il frastuono delle bombe. Basterebbe solo evocare i drammi e le devastazioni delle guerre del passato, il pensiero di popoli nemici in lotta gli uni contro gli altri, per tenersi stretta l’Europa e sconfessare la retorica di chi ogni giorno la mette in discussione.

Non è un esercizio retorico interrogarsi sul futuro «da disegnare», come recita il titolo di questo incontro, sulla necessità di restituire vigore al concetto stesso di Europa, muovendo da quei princìpi che hanno definito l’orizzonte e nutrito la visione dei Padri fondatori, quegli stessi paradigmi che oggi dovrebbero legittimare ogni tentativo di sviluppo della scelta ideale comunitaria.

Non è un esercizio retorico farlo qui con voi, proprio a Messina. In questa città, nel giugno 1955, i sei Ministri degli Esteri dei Paesi della CECA posero le basi per la creazione di un Mercato comune europeo quale leva propulsiva per la ripresa di un processo di integrazione che segnava il passo dopo il fallimento della CED, la Comunità Europea di Difesa.

Protagonista di quel “rilancio” fu un messinese doc, un figlio di questa città, l’allora Ministro degli Esteri Gaetano Martino. Il quale, invece di scoraggiarsi dinanzi a una battuta d’arresto, trovò la forza di guardare avanti, di sostenere che «l’ideale non è spento», che «il fine ultimo della politica estera italiana resta l’unità europea».

L’Italia prese l’iniziativa. Alla Conferenza di Messina i sei Paesi fondatori concordarono nella necessità di rilanciare la costruzione europea in campo economico e di realizzare «un’Europa unita attraverso lo sviluppo di istituzioni comuni, la progressiva fusione delle economie nazionali, la creazione di un Mercato Comune e l’armonizzazione progressiva delle politiche sociali».

Messina segna sul piano simbolico e concreto l’avvio del cammino che condusse alla firma dei Trattati istitutivi delle Comunità europee a Roma il 25 marzo 1957.

Sono trascorsi sessant’anni da allora. Molto si è fatto e tanto resta ancora da fare per portare a compimento il processo di costruzione di un’Europa che oggi attraversa un tornante storico difficile, reso particolarmente complesso dalle grandi sfide che la contemporaneità presenta in simultanea: Brexit e l’avvio del percorso di fuoriuscita del Regno Unito; una crisi economica dagli effetti devastanti, durata più a lungo delle due guerre mondiali messe assieme; l’impatto esercitato sul nostro tessuto sociale da flussi migratori senza precedenti; le minacce alla sicurezza collettiva e alle abitudini di vita quotidiana dei nostri popoli, minacce mosse da un fondamentalismo terrorista che ha mutato conformazione e sconvolto i paradigmi di comprensione del passato.

Io  credo che uno dei grandi problemi dell’Europa odierna sia quello di avere smarrito il proprio fondamento costitutivo, ovvero essere e considerarsi una “comunità di destino”. Siamo stati troppo a lungo vittime di una crisi progettuale, evidente nell’incapacità di immaginare un orizzonte fatto di interessi comuni, troppo spesso sacrificati al respiro corto di un presente che si alimenta di egoismi nazionali e localismi anacronistici.  Finora, purtroppo, l’Europa non ha dato prova di lungimiranza nell’affrontare i grandi problemi del nostro tempo.

Ma se i nostri nonni e i nostri padri hanno superato i drammi del Novecento ideologico, lasciandosi alle spalle la stagione degli orrori, il nostro compito oggi è quello di non restare imbrigliati nella stagione degli errori. Ciò significa offrire una “risposta illuminata” alle giuste rivendicazioni delle opinioni pubbliche. Ciò significa delineare una “visione politica” per fronteggiare adeguatamente le nuove incognite. Ciò vuol dire riformare l’Europa per “crearne una migliore” che sia più attenta ai bisogni dei cittadini e meno all’austerity, più attenta alle esigenze dei giovani e la loro necessità di trovare lavoro. Meno concentrata sugli “zero virgola”, meno fredda e indifferente, più calorosa e solidale.

Serve il coraggio di rompere uno schema consolidato, di invertire i paradigmi della narrazione prevalente che attribuisce la colpa di tutti i nostri mali all’Europa: serve contrastare il “piagnisteo europeo” e lavorare alla definizione di nuove piattaforme politico-programmatiche ancora più ambiziose che in passato.

I movimenti di protesta fanno della demagogia e della esaltazione permanente delle criticità l’essenza stessa del proprio messaggio. Un blocco protestatario che non si limita a contestare ciò che l’Europa fa, ma rifiuta quel che l’Europa stessa rappresenta, in nome di una irrealistica pretesa a rintanarsi entro gli spazi angusti della propria autoreferenzialità. Chiudendo i confini, ci viene detto, sarà tutto più facile; saremmo tutti più ricchi e sicuri. In realtà diventeremmo tutti più poveri e indifesi.

 

Anche nella battaglia contro il protezionismo se l’Italia fosse da sola sarebbe molto più debole nel difendere i propri prodotti. Facendo parte dell’UE – il più grande blocco commerciale al mondo – ci permette di essere più assertivi ed efficaci.

Il populismo, che crede nel protezionismo, semina paura, sfrutta la rabbia, diffonde false verità. I populisti ingannano il popolo perché speculano sulla disillusione per alimentare nuove attese illusorie, giocano sul terreno della disgregazione per aggiungere macerie su macerie. L’obiettivo dei populisti è mandare in frantumi quel mosaico di democrazia, libertà, solidarietà e pace, che i nostri padri hanno faticosamente costruito.

Siamo in presenza di un conflitto culturale, che investe la stessa dimensione esistenziale: da un lato rabbia, risentimento, paura, improvvisazione; dall’altro la speranza, il desiderio di non cedere alla rassegnazione, la fiducia di potercela fare.

La battaglia contro i populisti la si può vincere non inseguendoli sul loro terreno di gioco, ma offrendo risposte concrete al disagio dei cittadini che devono essere messi nelle condizioni di tornare a guardare all’Europa come ad una “comunità di destino”, della quale sentirsi attori e partecipi a tutti gli effetti.

Molte delle sfide che abbiamo davanti richiederebbero, per essere affrontate, un ritorno all’autentico “spirito di Messina”, inteso come vocazione a riprendere la strada – con determinazione e concretezza – verso un ideale comune.

Faccio qui un appello anche a chi, in questa stessa sala, potrebbe aver smarrito il senso ideale dell’Europa. Lo faccio con argomentazioni molto pragmatiche e concrete, del “perché” dell’Europa:

-       Perché abbiamo l’Euro e la tessera sanitaria europea nel nostro portafoglio. Con l’Euro possiamo viaggiare spensierati in tutta l’Unione e con la tessera sanitaria abbiamo il diritto di assistenza ospedaliera ovunque.

-       Perché abbiamo il cibo più sicuro e controllato al mondo, con il sistema di tracciabilità e di rapida allerta in caso di prodotti a rischio.

-       Perché abbiamo il diritto ad essere rimborsati quando viaggiamo in aereo o in nave, in caso di ritardo o cancellazioni.

-       Perché dal giugno 2017 con il cellulare non avremo più costi aggiuntivi tra un paese e l’altro dell’Unione, per telefonate, sms e dati.

-       Perché con l’Europa possiamo finanziare le nostre idee attraverso progetti come “Europa creativa”[1], ma anche proteggere l’ambiente con programmi come “Life”.

-       Perché abbiamo giovani che da trent’anni partecipano al programma Erasmus, allargando gli orizzonti linguisti, culturali e possibilità di lavoro e carriera.

-       Perché possiamo lavorare in ogni paese dell’Unione e utilizzare “Eures” per cercare lavoro, il portale europeo per la mobilità professionale.

Io oggi, guardando negli occhi tanti ragazzi, sono ancora più fiducioso che tutti insieme riusciremo a “disegnare” un’Europa migliore:

-       Un’Europa che trovi in se stessa, nella propria storia e nei propri valori, nella capacità di rigenerarsi e affrontare nuove straordinarie sfide, la determinazione per tracciare insoliti sentieri, da percorrere sino in fondo assumendo come prospettiva un progetto per l’avvenire, concreto e realizzabile. Da costruire con grande cura e impegno, in primo luogo per i nostri figli.

-       Un’Europa con anima e sentimenti, ferma e solidale allo stesso tempo; capace, come lo è stata l’Italia, di tenere assieme solidarietà e sicurezza. Un’Europa solidale come la mia Sicilia, la nostra Sicilia, una terra che ha pagato più di tutti il “costo” di essere porta d’Europa. Una terra che ha salvato la faccia all’Europa, non voltandosi dall’altra parte di fronte alla disperazione dei migranti.

-       Un’Europa che poggi sul “federalismo dello spirito”, ovvero garanzia di solidarietà tra gli Stati membri, da anteporre agli egoismi e agli opportunismi nazionali.

   

L’Europa che mi piace immaginare, cari ragazzi, è quella che definisce e plasma la sua identità investendo sulla grande risorsa della generazione Erasmus, ovvero sulla vivacità di voi giovani capaci di mettere in circolo idee, interessi, progetti, speranze, sogni e visioni, condividendo la vostra sete di conquista in un enorme spazio aperto di libertà e di giustizia.

La marcia dell’Europa non sarà trionfale. Sarà piuttosto una lunga corsa a tappe, ogni giorno avrà la sua pena. Ma dobbiamo avere coscienza del ruolo storico che l’Europa ha esercitato, degli straordinari obiettivi raggiunti e delle altrettanto straordinarie opportunità che può riservarci in futuro.

Difendiamo il nostro passato e il nostro futuro, difendiamo l’Europa, sorretti dalla fede in quei valori che l’hanno resa grande, sorretti dalla fede in quei princìpi che rappresentano i luoghi della nostra anima, il patrimonio vitale e insostituibile su cui edificare un nuovo messaggio di speranza. Contro ogni smarrimento ideale e politico. Contro la pretesa di sbriciolare l’orizzonte di senso in cui tutti viviamo.

Ma è tempo che la nostra Europa recuperi interiorità e progettualità, per togliere qualsiasi giustificazione a chi vorrebbe percorrere a ritroso il sentiero tracciato dalla Storia. Per togliere ogni alibi ai costruttori di nuove frontiere. Per ripristinare lo “spirito di Messina”.

E’ con questo spirito che dobbiamo guardare verso nuovi traguardi “chiari e determinati”. Oggi la storia ci consegna una seconda preziosa occasione: una Difesa Comune è di nuovo all’orizzonte e ci serve per rispondere alla concreta domanda di sicurezza dei nostri cittadini.

E per andare avanti è importante trovare un livello di “ambizione compatibile” fra i Paesi più ambiziosi e fare “massa critica”. Senza aspettare l’ambizione del meno ambizioso. Senza attendere che l’ambizione del meno ambizioso maturi in più grande ambizione. Questo sarebbe un errore, soprattutto quando è in gioco la nostra sicurezza.

 

Ma sarebbe un errore imperdonabile se fossimo noi stessi a perdere l’ambizione. Io ho fiducia nei giovani italiani e nella loro grande capacità di ideare, progettare e costruire. Di sognare un futuro migliore e di realizzare insieme l’Europa di domani.

Voi rappresentate “l'Europa delle speranze” di cui parlava lo stesso Gaetano Martino: “che promette di progredire più rapidamente e con maggiore concordia dell'Europa di ieri; che non deluderà le speranze della maggioranza delle persone libere che desiderano conservare la libertà e di moltiplicarne i frutti”.

Grazie mille.

 

 

 


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