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Governo Italiano

C_Titolo_ 1

Data:

16/10/2006


C_Titolo_ 1

L'ambasciatore italiano a Kabul «aveva chiaramente sconsigliato a Torsello di recarsi al sud», zona «ad altissimo rischio» racconta Gianni Vernetti, sottosegretario agli Esteri e parlamentare della Margherita. Ora la Farnesina lavora per risolvere un rapimento dai contorni ancora indefiniti.

D. «Cosa sta facendo la Farnesina per il caso Torsello?

R. «Stiamo utilizzando tutti i canali a disposizione, ufficiali e informali, per trovare un contatto cori i rapitori e capire le condizioni per il rilascio. Non siamo presenti nel sud dell'Afghanistan - i nostri militari sono al nord e a ovest - ma stiamo utilizzando i nostri rapporti con il governo centrale di Kabul, le autorità locali, le forze alleate - quella è una zona a comando britannico - oltre, naturalmente, al lavoro della nostra intelligence».

D. Avete capito chi sono i rapitori?

R. «Non siamo in grado di dirlo con certezza. Ho appena parlato nuovamente con il nostro Ambasciatore a Kabul e restano in piedi tutte le tre ipotesi possibili: i rapitori potrebbero essere gruppi di Taleban, gruppi armati di Al Qaida o organizzazioni criminali non politicizzate che si muovono per estorcere denaro. Che poi, come è già successo, potrebbero rivendere l'ostaggio a gruppi politici. Insomma, le voci sono troppe e ci sono forti dubbi sul loro fondamento. Per cui non siamo in grado di dare un giudizio definito. Sarebbe improprio».

D. C'era un preallarme?

R. «Se mi chiede se ci aspettavamo un rapimento, la risposta è no. Ma la nostra ambasciata sconsiglia caldamente e vivamente a tutti - singoli e gruppi, media e Ong - di recarsi in modo autonomo e indipendente al sud. E' una zona ad altissimo rischio».

D. Torsello aveva preso contatti con l'ambasciata?

R. «Lo aveva fatto per comunicare la data di partenza - che l'ambasciata, come succede in questi casi, ha comunicato all'unità di crisi della Farnesina - ma l'ambasciatore mi ha confermato anche poco fa di aver chiaramente sconsigliato anche a lui di recarsi in quella zona».

D. Il clima nei confronti dell'Italia era cambiato?

R. «Direi di no. La situazione sul terreno è indubbiamente difficile. Ma la Nato ha preso il controllo del territorio al cento per cento con l'operazione Isaf 4 e sono in corso, da una parte, azioni di contrasto all'attività terroristica e, dall'altra, procede come previsto l'azione di ricostruzione».

D. Gli attentati - non solo all'Italia ma anche ai contingenti degli altri Paesi presenti a Kabul - si moltiplicano. È possibile dire che i Taleban hanno rialzato la testa?

R. «Non c'è dubbio che ci sia urna ripresa dell'attività terroristica dei Taleban. Per questo noi siamo convinti che la reazione debba essere certamente militare ma che parallelamente debba partire una rinnovata azione politica. Tra breve sarò in missione in Pakistan, Paese che va coinvolto ancor di più in questa impresa».

D. Pensa che il rapimento di Torsello possa riaprire nell'Unione il dibattito sul ritiro da Kabul?

R. «Non lo so. Ma spero di no. Perché siamo convinti di dover restare. L'Afghanistan è una giovane democrazia che sta muovendo i primi passi e ha bisogno della presenza e dell'aiuto internazionale. Siamo lì con la Nato, con un forte mandato delle Nazioni Unite e lo sforzo non va ridotto ma, al contrario, l'azione internazionale dovrà essere più intensa e andranno spese più risorse perché non si disperda quel che si è cominciato a fare: sette milioni di bambini oggi vanno a scuola, con i Taleban non succedeva; il 28 per cento dei parlamentari sono quelle donne che con i Taleban erano trattate come animali. Per concludere: certamente è una situazione difficile, ma oggi abbandonare l'Afghanistan sarebbe un inspiegabile ritirarci dalle nostre responsabilità internazionali».


Luogo:

Roma

Autore:

Teresa Bartoli

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