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Governo Italiano

Dettaglio intervista

Data:

16/05/2008


Dettaglio intervista

LIMA - Eccola la nuova politica estera del governo Berlusconi: un giro di vite sull’immigrazione senza violare le norme europee; il varo dei già previsti pattugliamenti misti italo-romeni e i rimpatri per chi commette reati; impronte digitali a tutti gli extracomunitari e anche ai cittadini europei dei paesi che non aderiscono al trattato di Schengen sui confini; adeguamento dei tempi di custodia nei Cpt fino a 18 mesi. E un sacco di altre idee sulla sicurezza e sulla revisione di Schengen. Poi il Libano: stretto concerto con l’Europa e azione in Consiglio di sicurezza per votare un documento e costringere hezbollah al disarmo; bastone e carota con l’Iran, duri sul nucleare ma pragmatismo e dialogo con Teheran sull’Iraq e sui Medio Oriente; appoggio e comprensione verso Israele che si sente "assediata" da Hamas e Hezbollah. Di tutto questo parla Franco Frattini, alla sua prima uscita da ministro degli Esteri, mentre sta per iniziare il vertice tra l’Europa e l’America latina e caraibica che riunisce i capi di Stato e di governo di 60 paesi.

D. Ministro Frattini, con la Romania c’è tensione. Che farete con i rom?
R. «Dovremo stare dentro le norme europee, l’ho chiarito al premier Tariceanu. Ma si possono recepire parti già previste, come il limite di reddito fissato dalla direttiva 38, o rafforzare la collaborazione con i paesi comunitari d’origine».

D. Che tipo di collaborazione? .. faccia qualche esempio.
R. «I pattugliamenti misti italo-romeni non ci sono stati ma sono previsti. O il rimpatrio per chi commette reati, che finora è stato limitato. Si può dare attuazione ad una legge romena che stabilisce che i cittadini espulsi da paesi Ue siano soggetti in Romania a una limitazione di circolazione. Ma c’è dell’altro».

D. E cioè?
R. «L’Italia è l’unico paese che non ha chiesto alla Ue fondi per l’integrazione dei rom. La Spagna in 5 anni ha preso 60 milioni di euro. Fondi che permettono l’avvio di programmi di sviluppo nelle zone di provenienza dei romeni. Se, per esempio, Milano si accorda, come vuole fare, con un comune di quel paese per fare investimenti in loco, si ottengono due vantaggi: non si ricorre ad espulsioni di massa e si crea sviluppo per accogliere chi ritorna. Chiederemo ad Alemanno di fare la stessa cosa».

D. E per i paesi extracomunitari come ci si comporta?
R. «Un’idea è di estendere il periodo che si trascorre nei Cpt, centri di permanenza temporanea. C’è chi in Europa prevede persino un tempo illimitato. Noi pensiamo a 18 mesi, se l’interessato non si fa identificare. La mia proposta è introdurre le impronte digitali e creare una banca dati che risolva il problema dell’identificazione dello straniero».

D. Sul reato di immigrazione clandestina avete deciso qualcosa?
R. «No, è un discorso aperto. Che ha un vantaggio: l’effetto deterrente. E uno svantaggio: l’affolamento prevedibile delle carceri. Dubito comunque che sarebbe una norma varata con un decreto legge».

D. C’è altro sui rom?
R. «Sì, una priorità: la scolarità dei bambini. Solo così si sottraggono alla strada. E se i genitori li mandano a chiedere l’elemosina bisogna togliere loro la patria potestà. Devono andare a scuola forzatamente. Chi li obbliga a mendicare non può essere genitore».

D. Resta il problema delle frontiere.
R. «L’accordo di Schengen è ancora attuale, vent’anni dopo. Ma il problema europeo non è più la libera circolazione bensì la sicurezza. Oggi c’è la necessità di una revisione per verificare la congruità con i confini interni e esterni».

D. Cosa può fare l’Europa?
R. «Serve un controllo ispettivo e continuativo sulle frontiere esterne. E ispezioni a sorpresa della Commissione Ue. Se poi introdurremo le impronte digitali e la banca dati con Schengen 2 nel 2009, allora tutto sarà più facile».

D. Le impronte come si fa ora per andare negli Usa.
R. «Certo. Chi non appartiene all’area Schengen deve farsi prendere le impronte, anche se è europeo. E se la polizia avrà macchinette portatili collegate con la banca dati saprà subito chi è, da dove viene, se l’extracomunitario fermato è in regola, quando è entrato e quando sarebbe dovuto uscire».

D. E con la Libia le nuvole sono sparite?
R. «Il primo obiettivo è rilanciare l’accordo Amato dell’inverno scorso. Che prevede l’uso dei fondi Ue per il pattugliamento delle frontiere a sud della Libia. A Nord l’Italia già sta istruendo chi lavora sulle vedette in mare. Ma al Sud deve pensarci l’Europa: sono in cantiere una dozzina di mezzi speciali adatti per lavorare nel deserto».

D. Con Gheddafi come va?
R. «Andrò presto a Tripoli, spero in iniziative concrete assieme a Maroni. E che riprenda il negoziato che fu sospeso per gli adeguamenti chiesti dal colonnello. C’è la disponibilità dell’Eni e di altre aziende a partecipare agli investimenti perla famosa strada da costruire».

D. Parliamo del Libano. La crisi sta passando?
R. «L’azione della comunità internazionale sta avendo successo, grazie alla riunione telefonica dei Friends of Lebanon, al loro pressing, e alla mediazione della Lega Araba. La prospettiva è che il Consiglio di sicurezza nei prossimi giorni faccia un passo forte sul ruolo degli Hezbollah».

D. Come?
R. «Non possono essere uno Stato nello Stato. Speriamo in una posizione unanime all’Onu che dia mandato al governo di riprendere il controllo del territorio, che si elegga il 10 giugno il presidente Sleiman e che hezbollah posi le armi».

D. Israele non si fida di hezbollah.
R. «Israele ha ragione: né Unifil né la polizia libanese hanno il potere di disarmare gli hezbollah. Il Consiglio di sicurezza potrà dire una parola sugli obiettivi della missione Unifil: il disarmo è uno di questi. Bisognerà fare il tagliando alla missione. Ma sulle regole di ingaggio il governo ha una linea di prudenza, condivisa da tutti. Gli Amici del Libano hanno proposto che il Consiglio di sicurezza inviti hezbollah a fare un passo indietro, basta con le azioni illegali. Una proposta concordata con Ban Ki Moon».

D. D’Alema fu criticato per quella foto a braccetto con un ministro hezbollah. Ora il giudizio della comunità internazionale è più cauto.
R. «Sì, si distingue tra l’ala politica e le milizie. Anche gli Usa si rendono conto che per consolidare la stabilità della regione ci vogliono tutte le fazioni, hezbollah è un partito che sta nel Parlamento libanese».

D. E Hamas?
R. «Su Hamas il giudizio non è cambiato, ed è giusto: nel loro statuto si vuole la distruzione di Israele. Ho sempre sostenuto che Hamas non potesse essere un interlocutore. Il governo Berlusconi ha grandissima amicizia verso Israele e condivide il sentimento di accerchiamento che Gerusalemme denuncia, circondata da Hamas e da Hezbollah. E con grande chiarezza diciamo che non vogliamo l’Iran presente sullo scenario libanese e medio orientale. Questo è anche nell’interesse di Teheran, di fronte alle preoccupazioni del mondo arabo e dei governi europei: l’Iran non deve aggravare la situazione».

D. Che atteggiamento avrete sull’Iran?
R. «Innanzitutto ci interessa restare uniti alla Ue per fare pressione politica sull’Iran. Abbiamo, è vero, interessi economici reciproci, ma politicamente serve essere uniti per essere più forti. Lo stesso D’Alema, in articulo mortis, ha accettato di convergere sulle sanzioni all’Iran. Noi speriamo che la Ue faccia una sua controproposta per rispondere a quella iraniana presentata a Solana. L’Italia chiederà agli Usa e alla Ue di entrare nel gruppo ristretto a livello politico. La strategia di Berlusconi è quella di restare nel gruppo di testa europeo».


Luogo:

Lima

Autore:

Claudio Rizza

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