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Governo Italiano

Dettaglio intervista

Data:

03/07/2008


Dettaglio intervista

La popolarità dell’Unione Europea è ai minimi storici. La bocciatura del Trattato costituzionale da parte dell’Irlanda, la corsa dell’inflazione e l’incapacità di dare una risposta corale ad un problema sentito e pressante come quello dell’immigrazione, sono solo alcune delle ragioni che spingono gli eurocittadini a guardare con scetticismo alle classi dirigenti di Bruxelles e Strasburgo. Raggiunto e ampiamente consolidato il principale obbiettivo per cui l’Unione Europea è stata creata, quello di portare una pace stabile e duratura nel continente, che senso ha, oggi, tenere insieme 27 Paesi dagli interessi nazionali non sempre convergenti? Lo abbiamo chiesto al sottosegretario agli Esteri Alfredo Mantica.

D. Qualcuno sostiene che la crisi di consensi della Ue sia dovuta all’incapacità delle classi dirigenti di comunicare i tanti risultati che si ottengono a Bruxelles. E’ d’accordo?
R. «Credo che si sottovaluti il problema quando lo si riduce ad un errore di comunicazione. Esiste anche un problema di comunicazione, ma quello che manca veramente all’Europa è il sogno, è la speranza, è la ragione, il perché dello stare assieme. Vede, insieme ci si può stare per due ordini di motivi. Per amore o per interesse. L’Europa non ha dimostrato che esistono motivi validi per stare insieme per amore. E non riesce a comunicare qual è l’interesse. Come dimostra il caso irlandese».

D. Si riferisce alla bocciatura del Trattato?
R. «Sì. L’Irlanda ha tratto molti vantaggi dall’essere nell’Unione Europea, ma l’Europa ha trasmesso all’Irlanda un’immagine di sé che ha provocato forti reazioni. In Irlanda la battaglia per il no si è giocata sui matrimoni gay, sull’aborto, la manipolazione genetica e altri argomenti che riguardano lo stile di vita e i valori degli individui. Bisogna ribadire che ogni paese è libero e autonomo nel decidere le proprie leggi nazionali in materia di famiglia, di rapporti personali. Questo interessa tutti i Paesi cattolici, a cominciare dall’Italia, dalla Spagna e da gran parte della Francia».

D. Sta dicendo che questa Europa è troppo laica?
R. «Un certo laicismo spinto non ha fatto bene all’Europa. Credo sia stato un errore eliminare il riferimento alle radici cristiane dell’Europa. Il riconoscersi in alcuni valori comuni è un’importante ragione storica per stare assieme, che invece è venuta a mancare».

D. Quali ragioni sono rimaste per stare insieme?
R. «Ci sono ovviamente ragioni di natura economica. I Ventisette hanno messo insieme un grande mercato comune, vantaggioso per le sue regole, le procedure, la stabilità dell’Euro, gli scambi, il movimento delle merci e delle persone. Credo che nessuno metta in discussione l’Europa sulle questioni attinenti alla nostra vita sociale ed economica. Sebbene qualche aspetto negativo si possa trovare anche qui. Potremmo discutere per ore sul fatto che l’Euro dà stabilità del sistema italiano, sebbene la grande maggioranza dei cittadini sia convinta che si stesse meglio prima, quando c’era la lira. Bisognerebbe allora spiegare che la stabilità dell’Euro ha un prezzo, che è quello che stiamo pagando tutti in Italia e negli altri Paesi. E poi va detto che pur stando bene insieme, qualcuno è stato più bravo di altri a difendere i propri interessi nazionali. Le quote latte, le quote delle industrie dell’acciaio e tante altre questioni ci hanno penalizzati rispetto al resto dell’Europa».

D. Quanto "allargata" la vede questa Europa? Deve comprendere la Turchia?
R. «Sono favorevolissimo all’ingresso della Turchia in Europa per una ragione geopolitica. L’Europa per essere forte deve spostare il suo baricentro politico nel Mediterraneo, e la Turchia contribuirebbe a farlo. Riguardo all’allargamento, forse bisognerebbe fermarsi, perché l’allargamento non è solo verso Est, con l’ipotesi di far entrare Ucraina e Georgia. C’è anche l’allargamento verso i Balcani. E mi domando quali capacità abbia l’Europa di oggi di assorbire un problema politico, economico e sociale come quello della regione balcanica. Come possiamo reggere l’impatto con una realtà che deve trovare nell’Europa un modo per risolvere egoismi e particolarismi, se la stessa Europa dei 27 non è in grado di risolvere i propri?».

D. Uno dei grandi problemi che l’Europa non riesce ad affrontare in modo coeso è quello l’immigrazione.
R. «Sull’immigrazione c’è molta ipocrisia. Dobbiamo smetterla di affrontare questo argomento dal punto di vista ideologico e sul piano personale. Il problema è storico ed epico. Milioni di uomini si muovono verso di noi con le loro culture. Le leggi vanno pensate - purtroppo - analizzando i freddi numeri. È finita l’epoca ‘aggiungi un posto a tavola che c’è un amico in più’. E di fronte al fallimento del multiculturalismo di Francia, Germania ed Inghilterra non c’è nessuno che ci possa insegnare che cosa è l’integrazione. La strada va scoperta tutti assieme con grande fatica e senza pregiudizi».

D. Silvio Berlusconi dice che l’Europa deve cambiare e auspica un "drizzone".
R. «Sono d’accordo con il premier, credo che abbia detto in maniera incisiva quello che ho detto io, cioè che l’Europa deve trovare un sogno. E ora di cominciare a prendere in considerazione la formazione di un motore europeo che cominci a funzionare trascinando gli altri».

D. È favorevole alla formazione del cosiddetto "direttorio"?
R. «Il pericolo, oggi, è quello di una Germania che guarda verso Est, ai Balcani, e sia un motore per conto proprio. Di un’Inghilterra che torni ad essere l’avamposto degli Stati Uniti, o comunque riscopra le radici anglosassoni e guardi più di là che al di qua della Manica. Mentre la Francia aspira ad avere un ruolo Mediterraneo di grande forza. Se andasse così, non ci sarebbe più Europa».

D. Dal primo luglio Sarkozy è presidente dell’Unione Europea. Questo cambierà qualcosa nella politica estera e interna dell’Unione?
R. «Se intendiamo che in politica estera ci potrà essere un maggiore allineamento con gli Stati Uniti, credo che questo sia già avvenuto e sarà confermato dalla presidenza francese. Ma non credo che la presidenza francese sarà il famoso drizzone. Sarkozy sognava la consegna della nuova Europa, quella del patto di Lisbona che doveva nascere il primo gennaio 2009, ma fino a ottobre siamo fermi per il no irlandese. Manca l’aggancio politico che permette l’apertura di una nuova epoca».

D. L’8 agosto si aprono le Olimpiadi di Pechino. L’Europa, e l’Italia, devono ancora scegliere quale rappresentanza inviare.
R. «Ho suscitato molte polemiche dicendo l’Italia sposerà la linea dell’Europa a livello di rappresentanza. L’Europa può decidere se mandare i Capi di stato, oppure i rappresentanti dello sport. Mi auguro che l’Italia si batta per una rappresentanza legata ai fatti sportivi».


Luogo:

Roma

Autore:

Elisa Borghi

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