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Governo Italiano

Dettaglio intervista

Data:

04/05/2009


Dettaglio intervista

Spunta un’altra Toyota Corolla, proprio come quella dove viaggiavano Calipari e la Sgrena, e nel destino dell’Italia che combatte per la pace si compie un’altra tragedia. Da Bagdad, in quel freddo marzo del 2005, ad Herat in Afghanistan, ieri. Stavolta sono i nostri soldati a sparare e ad uccidere una bambina. Franco Frattini, ministro degli Esteri, è turbato: «Quando le condizioni di sicurezza sono così difficili i nostri soldati
devono seguire  regole precise. E se ci scappa il morto tra di loro per non aver applicato le regole di sicurezza e prevenzione, sono comunque guai».

Come la rigiri, è sempre una tragedia.
«E’ una situazione in cui comunque tutti perdono. Quella poverina ha pagato il prezzo di una condizione che non dipende né dai nostri soldati né dai civili, ma dal terrorismo...».

Non risulta che i nostri soldati abbiano il grilletto facile.
«Gli italiani sono sempre stati visti come coloro che non fanno raid, non bombardano i civili, sempre pronti ad aiutare la popolazione... questo dimostra non solo l’inevitabilità, ma anche che è l’intera strategia che richiede un ripensamento e un allargamento. Non possiamo limitarci alla sola componente di sicurezza».

Dicono ci fosse anche una visibilità pessima, pioveva forte. Qual è la ricostruzione dell’incidente?
«Ci sarà un’inchiesta e tutti gli accertamenti delle autorità militari e civili. L’episodio verrà approfondito. Ma è sicurissimo che si tratti di una tragico incidente, che deriva dal fatto che i nostri militari sono obbligati, di fronte a certe condizioni - auto sconosciuta che cammina a forte velocità, un pericolo potenziale - sono obbligati a porre in essere alcune regole, precise, che tutti i contingenti applicano».

I nostri, poi, non sono degli sbarbatelli di leva.
«No, è gente di grande esperienza, volontari alla seconda o terza missione internazionale, gente che ha fatto il Kosovo, l’Iraq. Sanno perfettamente di che si tratta. E sanno che le specifiche di sicurezza vanno applicate in modo rigido. Il giorno prima un nostro mezzo è stato attaccato e mitragliato».

Lei a febbraio è stato ad Herat. E’ cambiata da allora la situazione?
«L’ultima volta non sono potuto uscire fuori dal compound, perché avevano dato un allarme. C’erano macchine sospette che giravano intorno, facevano il periplo della base aeronautica. Le vedevano da dentro, e le vedevano fermarsi di notte solo per fare il pieno di benzina, poi ricominciavano a girare».

C’è poco da stare allegri.
«Ricorderete che avevamo consigliato a tutte le ong di stare dentro o di andarsene. Herat è diventata un’area complessa, non più tranquilla come un paio d’anni fa».

Allora c’è grande tensione
«E’ una tragedia in cui nessuno vince mai. Se reagisci per difenderti e uccidi una bambina è una tragedia. Se non reagisci e nella macchina c’è un terrorista con l’esplosivo è sempre una tragedia».

La strategia in Afghanistan va ripensata, lo si dice da tanto.
«All’ultimo vertice Nato, d’accordo con gli Usa, è stato deciso di riunire Afghanistan e Pakistan a Trieste, a fine giugno, sotto la presidenza italiana del G8. Avremo lì tutte le componenti: i donatori,gli addestratori, la formazione, la ricostruzione. Ci sono state tante mini conferenze, ma mai una omnicomprensiva».


Luogo:

Roma

Autore:

di Claudio Rizza

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