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Governo Italiano

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Data:

26/11/2009


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La promozione dei diritti delle donne a livello globale non deve limitarsi a considerare la popolazione femminile come una categoria discriminata da tutelare, ma deve mirare anche e soprattutto a valorizzare le donne come soggetti "proattivi", vettori insostituibili ed efficaci di sviluppo e di pace.

C’è un’agenda emergenziale, dettata da fenomeni drammaticamente negativi, ma c’è anche un’agenda positiva, che costituisce il modo migliore per mettere in luce il ruolo strutturale che le donne già svolgono in termini sociali, economici e politici. In molte aree del mondo - ad esempio nel continente africano - sono infatti proprio le donne a trovarsi al centro dei processi produttivi e a garantire condizioni minime di sicurezza alimentare e sociale, oltre che concrete prospettive di sviluppo e di benessere, alle proprie famiglie e spesso a intere comunità. E questa una dimensione che l’Italia cerca di incoraggiare da anni nell’ambito delle proprie iniziative di cooperazione allo sviluppo, promuovendo l’accesso delle donne al lavoro e all’imprenditorialità, anche attraverso programmi di microcredito e formazione professionale.

Un ruolo importante viene svolto dalle donne anche nella prevenzione e risoluzione di conflitti e nel perseguimento di una pace durevole, come ha riconosciuto il Consiglio di sicurezza dell’Onu, adottando nel 2000 la risoluzione 1325, che invita gli Stati membri ad assicurare una maggiore partecipazione femminile a tutti i livelli decisionali, soprattutto nei meccanismi di prevenzione, gestione e risoluzione delle crisi. Ed è proprio pensando alla centralità delle donne in tali processi che è stata recentemente lanciata da un gruppo di associazioni di solidarietà un’originale e condivisibile iniziativa; un appello per conferire nel 2010 un Nobel della Pace "collettivo" a tutte le donne africane, che si organizzano e lottano strenuamente per la pace e che sostengono la vita anche nelle situazioni più tragiche. Le donne africane, infatti, sono sempre più protagoniste e forze trainanti sia nei settori della vita quotidiana che nell’attività politica e sociale: esse reggono una rete di attività di economia informale, e da decenni sono protagoniste nella creazione e nella crescita di migliaia di piccole imprese. Inoltre le donne africane offrono un contributo crescente nella difesa della salute, soprattutto contro il morbo dell’Hiv e della malaria.

Tale valorizzazione del ruolo e delle potenzialità del genere femminile, con le specificità proprie di ogni continente, non deve però farci dimenticare quanto deve essere ancora compiuto sull’altro versante, quello della tutela dei diritti fondamentali delle donne. Innanzitutto il diritto a non essere oggetto di violenza. Anche su questo tema, il nostro Paese è particolarmente attivo. In qualità di presidenti del G8, abbiamo organizzato, innovando rispetto al passato, una Conferenza specificamente dedicata alla violenza contro le donne il 9-10 settembre scorso. Numerosi progetti sono stati realizzati dall’Italia per contrastare tale fenomeno, soprattutto nei Paesi dei Balcani e del bacino Mediterraneo, ma anche in Afghanistan, in Mozambico e in Africa occidentale. Uno, sul quale l’Italia si è impegnata sin dalla metà degli anni Ottanta, a partire dalla Somalia, ci ha visto di recente protagonisti in ambito Onu: la lotta contro le mutilazioni genitali femminili. Oltre ad avviare, assieme alle agenzie dell’Onu, una campagna internazionale di prevenzione del fenomeno, io stesso ho presieduto nel settembre scorso, a margine della 64esima Assemblea generale, un primo incontro tra i ministri dei Paesi che come noi hanno sposato tale causa. Il 24 novembre il segretario generale dell’Onu mi ha invitato a far parte del gruppo di leader politici impegnati nella lotta contro la violenza sulle donne.

Temi quali quello delle mutilazioni genitali femminili, in cui la violenza ha matrici culturali e religiose, ci mostrano quanto sia importante il ruolo dei mezzi di comunicazione. I inedia possono infatti contribuire a svolgere una capillare azione di informazione sui rischi di determinate pratiche, rivolgendosi a un numero di persone che sarebbe inimmaginabile poter raggiungere pur attraverso i più mirati progetti o campagne di prevenzione. Ciò conferisce ai giornalisti anche una grande responsabilità, richiamandoli a rifuggire da ogni sensazionalismo per descrivere i fatti in maniera accurata, evitando ogni stereotipizzazione legata alla nazionalità, alla cultura o alla religione.

Accanto a tale sfida, vi è per i inedia un’altrettanto importante opportunità, quella di presentare e diffondere esempi concreti del contributo che le donne forniscono quotidianamente alla costruzione di una società migliore a livello globale, per una governance più umana e più sensibile alla vita delle persone e delle comunità, rendendo effettivo il motto "people first". In questo senso, il seminario internazionale che l’Inter Press Service (IPS) organizza a Roma il 26 novembre con il patrocinio del Comune di Roma e del ministero degli Affari Esteri, che affronta proprio il tema della stretta correlazione tra Terzo Obiettivo del Millennio e responsabilità dei media, rappresenta una preziosa occasione per riflettere su un tema che sta particolarmente a cuore all’Italia.

Proprio per questo motivo, tra le conclusioni della Conferenza G8 abbiamo voluto includere un "appello" ai mezzi di comunicazione affinché svolgano pienamente il loro ruolo centrale affinché da un lato contribuiscano all’abbandono di tipizzazioni sociali degradanti, dall’altro affinché promuovano con intelligenza e continuità una migliore consapevolezza del ruolo della donna come protagonista e artefice del progresso delle comunità.


Luogo:

Roma

Autore:

di Franco Frattini

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