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Governo Italiano

Dettaglio intervista

Data:

24/07/2010


Dettaglio intervista

Ministro Frattini, l’Aja ha riconosciuto la legittimità della secessione del Kosovo. E già premono l’Ossezia, l’Inguscezia, e una miriade di altri indipendentisti...

«La Corte ha fatto chiarezza, tutti temevamo una sentenza ambigua. Ma il Kosovo deve rimanere un unicum, non ci può essere un effetto-domino, perché entrerebbero in crisi i rapporti internazionali. E come dice la stessa Corte, serbi e kosovari devono riprendere i negoziati, ci sono questioni delicate, etniche, culturali, storiche e religiose da affrontare. Nel Nord del Kosovo ci sono i monasteri ortodossi che sono la sorgente della religione ortodossa serba, per esempio. E la strada da seguire è quella dell’Europa. Già lunedì a Bruxelles spero si appoggi la domanda di adesione della Serbia, sinora chiusa nel cassetto dalle titubanze di Germania e Olanda».

Anche per evitare che si duplichi, con la Serbia, quello che Barack Obama ha rimproverato all’Europa in merito alla Turchia?

«E che anch’io rimprovero all’Europa. Il rischio di perdere la Turchia può diventare concreto, se continuiamo a considerarla un problema. Abbiamo bloccato perfino il capitolo energetico, quando tutte le autostrade dell’energia passano dalla Turchia! Con conseguenze anche sulla questione iraniana, perché la Turchia infine ha votato all’Onu contro le sanzioni a Teheran. Poi c’è il fronte aperto con Israele, quando si trattava del Paese che maggiormente dialogava con Tel Aviv. L’Italia deve svolgere un ruolo-ponte, per questo ci sarà a Roma un vertice italo-turco in ottobre, con i due primi ministri e non solo. Ed è positivo che proprio in queste ore Israele, come importante gesto di distensione, abbia cancellato l’invito agli israeliani a non andare in Turchia».

Perché è stato rimandato il viaggio a Gaza? Gelosie europee per l’iniziativa dell’Italia, della Francia e della Spagna?

«Ma no, c’è stata una valutazione pragmatica dopo la visita di Lady Ashton. Se l’obiettivo è constatare il progresso sull’apertura delle frontiere e il flusso delle merci è meglio attendere i primi di settembre. Andare adesso avrebbe significato bruciare una visita senza precedenti, di sette ministri europei».

Addirittura una Foreign Affairs Flotilla? È come se lei dicesse che al momento Gaza resta blindata...

«Una specie di Foreign Affairs Flottilla, sì. E’ settembre il momento giusto perché allora potremo lanciare i negoziati diretti israelo-palestinesi, dato che alla fine di quel mese la Lega araba revisionerà il piano di proximity talks e scadrà la moratoria sugli insediamenti. Mi auguro che la disponibilità sui negoziati diretti sia raccolta anche prima di settembre. Ho parlato ieri con gli Stati Uniti, i risultati della visita di Abu Mazen e Netanyhau alla Casa Bianca lo lasciano sperare».

C’è anche la questione di Gerusalemme, che fece fallire i famosi negoziati condotti da Bill Clinton...

«Credo che si debba procedere affrontando le molte questioni tappa per tappa. E che si debba discutere di Gerusalemme solo alla fine».

Ministro, a Kabul lei ha visto il ministro degli Esteri iraniano Mottaki. Accetterà il suo invito a Teheran?

«Sì, se risponderà in tempi brevissimi alla richiesta della Ashton, che gli ha scritto, di riprendere i negoziati sul nucleare. A me Mottaki ha già detto che il negoziato ripartirà alla conclusione del Ramadan, la prima settimana di settembre. Se fosse così si creerebbero le condizioni per una mia visita a Teheran su un tema molto concreto, quello della collaborazione per la stabilizzazione dell’Afghanistan. L’Italia ha interesse a parlare degli Ied, quelle bombe a compressione che fanno saltare i nostri automezzi in Afghanistan, e l’Iran chiede all’Italia un’iniziativa per la lotta alla droga in ambito regionale, dunque... Gli iraniani, poi, considerano positivamente il passaggio di consegne tra McChrystal e Petraeus, perché Petraeus aprì con loro il negoziato per risolvere la questione dell’Iraq».

Ma non l’imbarazza andare in Iran?

«Col negoziato nucleare aperto dall’Europa, e la questione della stabilizzazione afghana in agenda, verificata un’apertura iraniana, sarà molto meno difficile e molto meno imbarazzante che io vada a Teheran».

Dunque le sanzioni non bastano, l’Europa punta sull’azione diplomatica. Anche perché gli americani perseguono attraverso lo strumento dell’embargo il fine di affermare la propria leadership in un mondo sempre più multipolare?

«Il negoziato nucleare deve iniziare con l’Europa, non c’è dubbio. Ma la strategia delle sanzioni avrà successo solo se un numero consistente di Paesi vi concorrerà».

E l’Italia farà la sua parte? Noi teniamo la linea politica, ma poi le nostre imprese continuano a operare, questa è l’accusa che ci è sempre stata mossa.

«L’Italia concorrerà. Lunedì a Bruxelles discuteremo lo sviluppo delle sanzioni Onu. L’Italia ormai è dietro la Germania, come partner economico dell’Iran, pur nel rispetto degli impegni che avevamo preso. Le sanzioni devono essere efficaci. E sono lo strumento di pressione per riaprire, non per chiudere il tavolo negoziale».


Luogo:

Roma

Autore:

di Antonella Rampino

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