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“Perché molti Sì sono diventati astensionisti” (Mario Giro, Il Manifesto)

In un’«età delle follie», come scrive El País, un altro fulmine a del sereno: il No (di stretto margine) all’accordo di pace colombiano. Tutti i sondaggi davano il Sì vincente sulla linea del 60%. Come si spiega il voltafaccia dell’opinione pubblica? Innanzitutto l’astensione: ha votato meno del 40% degli aventi diritto. Vuoi dire che molti orientati per il Sì alla fine non sono andati al seggio. I commentatori scrivono ora che l’accordo non è perfetto. Soprattutto si attardano sulla paura dei cittadini del castro-chavismo, sulle obiezioni alle formule di perdono e giustizia, sulla contrarietà alla rappresentanza in Parlamento delle Farc-Ep. Ma tutte queste cose si sapevano da tempo. Chiediamoci dunque perché chi, pur avendo risposto ai sondaggisti che avrebbe votato Sì, ha poi deciso di astenersi. Si tratta di un passaggio delicato, divenuto oggi una vera frattura per la Colombia, che mette a repentaglio la pace. Non basta aggiungere il motivo di trattative svolte nel segreto e a Cuba. È l’obiezione dell’altro gruppo ribelle, Eln, che da mesi chiede contrattazioni aperte, fatte in piazza. Tuttavia negoziati di questo tipo si svolgono sempre riservatamente. Sotto i fari dei media le parti sarebbero portate a giustificarsi e non a mediare. Inoltre il testo dell’accordo è stato reso pubblico da tempo. Il problema Cuba è anch’esso fuorviante: i cubani sono stati molto attenti a non ingerirsi; l’intero processo è stato in mano ai colombiani. Nemmeno la spiegazione del rancore/revanscismo giustifica l’astensione.

Coloro che hanno reagito all’accordo con rabbia (anche giustificata) hanno certamente votato No. Tra loro i sostenitori della soluzione militare ma anche gente sinceramente convinta che le condizioni del ritorno alla vita civile dei ribelli fossero troppo blande. Sul tema della giustizia vs perdono la discussione può essere lunga: l’impunità garantisce o no la non ripetizione del crimine? Alcuni sono convinti di no ma non pochi rammentano le formule di restorative justice messe in atto in Sud Africa o altrove. All’inizio anche Mandela fu criticato ma oggi non più. Difficile portare la storia in tribunale. Tutto questo i colombiani lo sanno bene. Credo che ciò che ha trattenuto molti dal votare (e votare Sì) sia stata la paura. Non la paura delle Farc ma quella del futuro. Alle Farc la società colombiana si è da tempo abituata, anzi la soluzione dei sostenitori del No è quella – come dicono – di “accoralare” (chiudere in un recinto) la guerriglia. C’è una vecchia Colombia assuefatta a vivere in uno Stato dove un pezzo di paese (per lo più povero) rimane fuori controllo. Si tratta di un fuori-controllo relativo, con cui si è convissuto da decenni. Il referendum obbligava a scegliere per una nuova Colombia, dove le distanze, le polemiche e il dibattito politico sarebbe uscito dalla sua fase militare, per accedere ad una nuova fase politica. A questo molti colombiani non sono abituati. Quando si giudica la Colombia non va solo rammentato il periodo Farc (dal 1964) ma anche i decenni precedenti che hanno provocato con la “la Violencia” la stessa quantità di morti. La pace diviene così una svolta epocale, un cambiamento di tutto il sistema. Potremmo dire: passare da una Colombia limitata ma che funziona, ad una Colombia sconosciuta anche se compiutamente democratica. E a questo molti colombiani non sembrano ancora pronti.

 

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