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Boniver:« Riflettori puntati su un’area in fermento». (Lab il Socialista)

Sono molti i profondi mutamenti, spesso veri e propri sconvolgimenti, che hanno investito lo scorso anno il Nord-Africa, le cui conseguenze pratiche e dirette che riguardano specialmente l’intera comunità europea, iniziano ad emergere, visti i riflessi al di fuori dei confini nazionali delle vicende di quei paesi interessati da una vera e propria ondata di rinnovamento. Altrettanto importanti sono poi le continue evoluzioni in Medio Oriente, con particolare riferimento all’Iran che da qualche mese si è reso protagonista sulla scena politica internazionale.


Dopo la vista a Tunisi del 18 e 19 gennaio da parte dei parlamentari italiani del Comitato Schengen, guidati da Margherita Boniver ed a seguito delle sanzioni che l’Unione europea ha inflitto allo Stato iraniano guidato da Mahmud Ahmadinejàd a causa del proseguimento del programma nucleare del Paese, abbiamo ascoltato l’autorevolissima Presidente del Comitato Schengen, notoriamente esperta dei temi di politica estera, per cercare di fare il punto della situazione. L’on. Boniver infatti, è l’unica parlamentare che con l’avvicendamento a Palazzo Chigi ha mantenuto l’incarico del quale già era responsabile con il precedente esecutivo, ovvero quello di Inviato Speciale per le Emergenze Umanitarie. Per di più, come la stessa deputata Pdl ci ha riferito nel corso dell’intervista, la Presidente del Comitato Schengen ha ricevuto dal ministro degli Esteri Terzi anche altri due prestigiosi mandati a titolo gratuito: la delega per le Emergenze derivanti dai cataclismi climatici nel Corno d’Africa e nei Paesi del Sahel ed un incarico nella Commissione di Revisione della spesa del Ministero degli Affari Esteri.


Presidente Boniver, il Comitato Schengen da lei guidato è stata la prima delegazione a recarsi in Tunisia dopo il consolidamento del Governo post-rivoluzionario, anche con il fine di comprendere quali fossero le modalità più appropriate per sostenere il Paese sia dal punto di vista politico – istituzionale che da quello economico. Che situazione ha trovato in occasione della visita a Tunisi del 18 e 19 gennaio?


«La missione a Tunisi del comitato Schengen della scorsa settimana è caduta in un momento di grande delicatezza ed importanza per la Tunisia che ha saputo, diversamente da tanti altri Paesi del Nord-Africa coinvolti dalle cosiddette rivoluzioni dell’anno scorso, onorare una road map che era stata decisa dalle istituzioni tunisine dopo la cacciata di Ben Ali per far svolgere le elezioni politiche il 23 ottobre scorso in un clima sostanzialmente di pace e trasparenza senza particolari violenze e soprattutto senza illegalità. Dopo di che è stato costituito questo governo pienamente legittimato il 24 dicembre del 2011 e quindi questa visita del comitato del 18 e 19 gennaio, ci ha dato modo di incontrare importanti ministri del neonato governo, in particolare il ministro degli Esteri, il ministro dell’ Interno e molti sottosegretari con deleghe specifiche per i diritti umani e la immigrazione, i quali ci hanno fatto capire, molto candidamente, quali sono le immani difficoltà che il loro governo è chiamato a fronteggiare, difficoltà con cui è l’intero paese nel suo complesso a dover fare i conti in questo momento, soprattutto dal punto di vista economico. Un conto è la democrazia, altro è trovare le giuste modalità per mettere mano ad un’economia praticamente al collasso. Basti pensare che il 50 % del turismo, settore che costituiva la voce primaria delle entrate tunisine, è venuto a mancare come molto eloquente è il dato che vede ufficialmente ben 800 mila disoccupati in un paese che ha a mala pena 10 milioni di abitanti. Questi dati sono testimonianza drammatica di una crisi economica e finanziaria che già di per se sta mettendo a dura prova le economie più avanzate, per non parlare dei paesi dell’area euro, incluso il nostro che ufficialmente viene considerato come in recessione per il 2012; ma un conto sono le difficoltà economiche per un paese evoluto ed avanzato, altro conto sono evidentemente le difficoltà di medesimo tipo per un paese con poche risorse prime coma la Tunisia».


I dati sull’occupazione e, più in generale, quelli relativi allo stato in cui versa l’economia tunisina sono quindi tutt’altro che confortanti, il che lascia presagire un legame anche con i flussi migratori, talvolta anche imponenti, che già di per se da sempre interessano l’area Nord-africana.


«Ovviamente c’è una stretta interconnessione tra i due fenomeni. E’ lapalissiano capire che se centinaia di migliaia di giovani tunisini hanno poche speranze di trovare lavoro a casa loro nel breve periodo, fanno, come hanno fatto e continueranno a fare, l’ impossibile per cercare uno sbocco economico in Europa o comunque all’estero».


Rimanendo in tema di immigrazione, ma in riferimento alla Libia, altro Paese interessato e dilaniato dalla rivoluzione dello scorso anno, è di pochi giorni fa la dichiarazione ministro dell’Interno Fawzi Abdelali, membro del Cnt, il quale ha espressamente dichiarato che la Libia non sarà la Guardia di Frontiera dell’Europa. Sembrerebbe, insomma, che in tema di immigrazione clandestina il Cnt libico segua perfettamente le orme del decaduto regime di Gheddafi. Come dovremmo accogliere e interpretare quello che si pone come un vero e proprio proclama del governo provvisorio libico?


«Questa non è la posizione ufficiale del governo libico, ma sono delle dichiarazioni che ha fatto a titolo personale il ministro dell’Interno Fawzi Abdelali. E’ bene ricordare come la recente visita del presidente Monti a Tripoli e la dichiarazione di Tripoli, ma anche e soprattutto il contenuto di questi incontri, essenzialmente ricompatta la sostanza dell’accordo di cooperazione e amicizia firmato dopo lunghi decenni di trattative tra Gheddafi e Berlusconi, ricalca l’impostazione che era stata data dal precedente governo. Non si deve parlare soltanto di petrolio, ma anche di diritti umani e di immigrazione. Con questo aggiungo anche che il paese è in via di stabilizzazione, non è dunque ancora stabilizzato, come abbiamo visto anche dai recenti moti, ma certamente non sono proponibili quelle operazioni spericolate messe in atto da Gheddafi prima del crollo del suo regime, prima, soprattutto, di essere massacrato e morire. Mi riferisco a quell’operazione che ha visto importare, tra virgolette, migliaia di clandestini dai Paesi del Sahel, farli passare dal territorio libico, dopo di che imbarcarli, a volte anche in modo forzato, su quei banconi fatiscenti che poi hanno trovato la strada per Lampedusa. In verità non tutti hanno raggiunto la meta, visto che molti sono anche periti in mare in questa spregiudicatissima operazione voluta da Gheddafi per utilizzare questi clandestini, questi africani disperati, come vere e proprie bombe umane da lanciare contro l’Italia e contro l’Europa».


Per quanto riguarda poi un altro fronte molto caldo che riempie le pagine di politica internazionale, quello dell’Iran con particolare riferimento alle recenti sanzioni inflitte al paese mediorientale dall’Unione Europea per il proseguimento del programma nucleare in atto, c’è il rischio di un’acuirsi delle tensioni già alte di per se attorno alla questione stretto Hormuz, alla ribalta ormai dallo scorso mese di dicembre?


«Naturalmente, ogni azione diplomatica ha i suoi risvolti negativi. D’altro canto con il procedere speditamente e spregiudicatamente da parte del governo degli Ayatollah, il quale ha ignorato ben sei risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU in materia di controllo dello sviluppo e delle capacità di produrre uranio per scopi bellici, queste sanzioni che sono state a lungo meditate e a lungo anche oggetto di trattativa, ovviamente con gli iraniani stessi i quali avrebbero potuto evitarle se avessero fatto dei passi avanti nel senso di rispettare le decisioni del Consiglio di Sicurezza e soprattutto della IEA (International Energy Agency, ndr), si sono rese indispensabili. Alla luce di tutte queste considerazioni è scaturito il voto recentemente, solo qualche giorno fa, dell’Unione Europea che ha optato per le sanzioni che si aggiungono a quelle già inflitte in passato. Credo infatti che questo sia il quarto o il quinto round di sanzioni verso l’Iran che vede, tra l’altro, compatta l’asse Europa – Stati Uniti. Sulla chiusura dello stretto di Hormuz credo siano soprattutto le minacce iraniane che vanno valutate attentamente, ma che difficilmente potrebbero materializzarsi, visto che su quelle rotta viaggia non soltanto il petrolio destinato agli approvvigionamenti dei paesi sanzionatori, ma anche il greggio che il paese più grande produttore al mondo esporta in altre parti del globo».


Ipotizziamo per assurdo che l’Iran dia attuazione pratica a quelle che al momento sono solo minacce, cosa succederebbe alla luce del diritto marittimo da un lato e del principio della libertà mari sancito da una Convenzione delle Nazioni Unite nel 1994, dall’altro?


«E’ difficile prevederlo. Il buon senso detterebbe ovviamente una cautela assoluta, anche per tutelare i propri interessi economici da parte dell’Iran. D’altro canto su questi argomenti hanno già parlato chiaro gli Stati Uniti che hanno più volte sottolineato come in nessun caso permetterebbero la chiusura dello Stretto di Hormuz. Speriamo semplicemente che non si arrivi a questo».


La sua riconferma come Inviata Speciale per le Emergenze Umanitarie, unica delega prorogata dal Governo Monti rispetto alle nomine effettuate dal precedente esecutivo, sarà stata certamente molto gradita, anche vista l’importanza e la delicatezza del prestigioso incarico


«La scelta della proroga del mio incarico è stata fatta personalmente dal ministro degli Esteri Terzi il quale ha sostanzialmente riconfermato la delega molto gradita che mi era stata affidata precedentemente dal ministro Frattini. L’ attuale titolare della Famesina ha, inoltre, aggiunto ancora due volani. Oltre che Inviato Speciale per le Emergenze Umanitarie adesso il mio incarico prevede anche le Emergenze derivanti dai cataclismi climatici nel Corno d’Africa e nei Paesi del Sahel e quindi c’è anche un’aggiunta alla vecchia delega. Inoltre il ministro Terzi mi ha anche nominata per far parte, assieme a parlamentari di Pd e Terzo Polo, di una Commissione di Revisione della spesa del Ministero degli Affari Esteri. Ovviamente per me, l’affidamento di questi incarichi sono una cosa molto gradita, tenuto anche conto che il Ministero degli Affari Esteri ha subito dei tagli da cataclisma al proprio budget negli ultimi anni e addirittura la Cooperazione allo Sviluppo, fiore all’occhiello della politica estera italiana, è stata interessata da una decurtazione di quasi 1’80%».