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Boniver: «Due facce della stessa medaglia» (LAB)

La soluzione al caso Grecia era attesa da mesi. E dopo cinque manovre finanziarie, 1 milione di disoccupati ovvero il 21% della popolazione, 12 punti di Prodotto interno lordo persi, il debito pubblico fermo al 160% della ricchezza nazionale, deficit stabile al 10% e salari minimi lordi precipitati a 580 euro, il Parlamento ellenico, in conclusione di estenuanti negoziati e soprattutto alle prese con la difficile reazione della popolazione greca, è riuscito ad approvato le misure che la Commissione Troika (composta da FMI BCE E Ue) ha posto come condicio sine qua non per lo sblocco di altri aiuti. Ad ogni modo sarà l’Eurogruppo proprio oggi a valutare la ratificare della nuova tranche da 130 milioni, anche se questa volta, l’ennesima, non dovrebbe spuntare nessun incognita. Le misure di austerity richieste da Troika e approvate dalla Grecia hanno scatenato una rivolta popolare, comprensibile visto che il Paese si troverà ad affrontare grandissimi sacrifici sociali e nei mesi che verranno una inevitabile recessione. Il 2011 per il paese ellenico è stato il quinto anno di recessione e le prospettive sono ancora peggiori visto che è dell’ultima ora la notizia che l’economia greca ha subito una contrazione del Pil pari al 7% tendenziale nel quarto trimestre. Si tratta di un dato ancora peggiore delle ultime stime, che prevedevano una contrazione del 6% legata all’impatto dei tagli alle retribuzioni e degli aumenti delle tasse chiesti da Ue e Fmi. I ministri delle finanze si troveranno sì ad affrontare il caso Grecia, ma non faranno in tempo a tirare un sospiro di sollievo, che dovranno fare i conti con le borse (nuovamente altalenanti) e le agenzie di rating. Infatti le piazze europee, dopo essere virate in positivo, tornano con il segno meno. Tutto sommato non male visto che ancora non si è riusciti ad assaporare lo scampato default che arriva subito la stangata delle agenzie di rating, alle quali, forti del potere che esercitano sui mercati, sembra non bastare mai nulla. Ed infatti l’ultima bordata da parte di Moody’s verso l’Europa, ha preso di mira anche tre paesi con la tripla A. Francia, Austria e Gran Bretagna, solo nel mirino. L’agenzia è invece già intervenuta su 9 paesi dell’Unione europea, alcuni con immediati declassamenti di rating, come Italia e Spagna, altri come i tre sovra citati con un peggioramento delle prospettive sul rating, preludio di possibili tagli nei mesi a venire.


Partendo da situazioni diverse ognuno di questi paesi ‘primi della classe’ ha reagito a modo suo. Unica salva la prima vera della classe, la Germania. Per fortuna le agenzie sembrano aver perso un po’ di appeal e le comunicazioni non hanno scatenato il panico al quale altre volte purtroppo abbiamo dovuto assistere. Vero è che hanno placato il volo che le borse stavano spiccando visto il passo decisivo che con la questione greca, l’Europa si appresta a fare. Alla luce di questo complesso quadro l’on. Margherita Boniver, deputato Pdl e Presidente del Comitato Schengen, ha fornito un’analisi attenta ed accurata della situazione economica e finanziaria non solo del vecchio Continente, ma guardando ad una panoramica, quella dei mercati finananziari, che va ben oltre i confini europei.


Qual’è il suo punto di vista circa i provvedimenti approvati nei giorni scorsi dal Parlamento greco e che hanno fatto parlare addirittura di misure indispensabili per il salvataggio dello Stato ellenico, mentre per le strade di Atene andava in scena una violentissima rivolta proprio contro il provvedimento che l’Assemblea ha varato?


“Una vergogna! Una vergogna ancorché la Troika sia riuscita a strappare un voto da questa configurazione politica presente in Grecia che è, beninteso, diversa da quella italiana, perché a parte il tecnico Papademos il resto del governo è di Unità nazionale ed è composto quindi da politici. Si tratta, dicevo, di una vergogna dal momento che, come nelle tragedie shakespeariane, in cambio di un prestito si chiede letteralmente una libra di carne, perché chiedere di far mettere nero su bianco il licenziamento di 15 mila impiegati statali, compromettendo in tal modo la quotidianità anche delle loro famiglie, è una vergogna. Chiedere l’ abbattimento del 20/22% del salario minimo è un’altra vergogna. Ci sono delle condizioni capestro che sicuramente hanno un senso da un punto di vista contabile e della difesa di quello che resta degli interessi dei creditori, però al contempo si mette in questo modo, e questa non è la prima né l’ultima manovra vista la situazione drammatica delle finanze greche, in ginocchio, probabilmente per diversi decenni, un’intera nazione”.


Invece l’Europa ha plaudito a queste misure….


“No, non l’Europa, le borse hanno timidamente applaudito. D’altro canto ormai siamo in uno stravolgimento di quella che una volta si chiamava economia di mercato perché sono anni che le grandi corporation americane, ma non solo, volano in borsa ogni qual volta licenziano migliaia di addetti o di operai. E’ una fotografia dell’esistente che diventa giorno dopo giorno sempre più intollerabile, anche se è, evidentemente, molto difficile dire che cosa bisognerebbe fare per invertire questa tendenza. Siamo andati ben al di là di ogni soglia di pericolo, vi sono alcuni che parlano di nazismo finanziario e risulta difficile sostenere che abbiano completamente torto”.


Da tempo ormai, per quanto riguarda la situazione italiana, giungono ai cittadini delle rassicurazioni che mirano a fare dei paragoni con la situazione greca, ma vista la drammaticità dello stato finanziario ellenico e le condizioni in cui versano la sua economia, costituisce un buon termine di paragone per l’Italia?


“Naturalmente no, nel senso che è ovvio che l’economia italiana che rappresenta per grandezza, spessore, profondità e solidità la terza in Europa, ha ben poco a che vedere con la piccola e fragile economia greca; fragile anche prima del divampare della crisi economica, visto che la Grecia diversamente dall’Italia esporta qualcosa nell’ agroalimentare, ma vive soprattutto di turismo. Senza voler sminuire le capacità e le potenzialità greche questi sono i dati. Tuttavia, sempre sottolineando che l’Italia non è la Grecia, la violenza della speculazione e la spregiudicatezza dei movimenti massicci di enormi quantità di denaro sul filone speculativo, fanno di qualsiasi paese, quindi anche dell’Italia, un obiettivo che potrebbe essere centrato. Ricordiamo che questo tipo di vicenda inizia un ventennio fa, quando l’economia argentina venne messa nel mirino degli speculatori e ci fu un crollo verticale del Pil del paese che comportò milioni di senza lavoro e tutte quelle conseguenze ben note, passate agli onori della cronaca. Oggi l’Argentina si è ripresa alla grandissima ed è una delle maggiori economie in crescita, però ricordiamolo la vicenda in sé potrebbe costituire una sorta di ‘modello’ tra virgolette. Per di più, se elenchiamo la oramai lunghissima lista di paesi membri dell’Unione Europea, a cominciare dall’Irlanda, dal Portogallo, dalla Spagna, dalla Grecia, ma anche guardando ai nuovi paesi come l’Ungheria, in grandissima difficoltà malgrado il fatto che non adotti la moneta unica, la lista di Stati a rischio è talmente lunga e impressionante che c’è letteralmente da rabbrividire”.


Cosa si può fare?


“E’ inutile sperare nella fine del ciclo di ragionamento economico basato sul virtuosismo della fiscalità e sulla bontà delle politiche restrittive e deflattive e di tagli alla spesa pubblica che sono una costante non soltanto del pensiero tedesco ma anche degli Stati Uniti. Questo filone di pensiero ancora incredibilmente regge, malgrado gli autorevolissimi interventi che per di più, ironia della sorte, si leggono anche sui maggiori quotidiani finanziari come il Financial Times, come il Sole 24 Ore, che spiegano sostanzialmente come queste misure di austerità e null’altro ci porteranno in un baratro recessivo. Bisognerebbe avere la forza, ma questo spetta soprattutto alla politica, di ribaltare il tavolo e di innescare un meccanismo neokeynesiano a partire ad esempio da un grande sostegno alla spesa per le infrastrutture. Occorrerebbe, in sostanza, riprendere la ricetta keynesiana che prevede un grande sostegno alle misure in grado di creare sviluppo e occupazione”.


Insomma investire in determinati settori per sollecitare un rilancio della crescita….


“Naturalmente. A tagliare, mettere sul lastrico, prosciugare, sono capaci in tanti, ma abbiamo visto come tutto questa serva pressoché all’unico scopo di rendere ancora più fosco il presente e l’immediato futuro. Soprattutto, questo atteggiamento non offre alcun tipo di orizzonte, perché non c’è nessuno che, ad esempio, può dire ai greci fate i sacrifici oggi perché tra tre anni tornerete a correre. Nessuno è in grado di assicurare questo e quindi alla mortificazione ed alla disperazione provocate da questi massacri dei mercati internazionali, dai sacrifici richiesti per i prestiti, non scaturisce neanche la possibilità di dire che ci può essere un barlume di speranza. Non c’è per il momento alcun tipo di orizzonte, di speranza e questo deve farci ulteriormente credere che il pericolo che alla fine si arrivi ad uno stravolgimento del metodo democratico sia un rischio assolutamente imminente”.


Cosa manca in concreto a questa Europa dalla quale i cittadini dei singoli stati membri si vedono, se vogliamo, sempre più lontani come senso di appartenenza ad una grande comunità, ma nei confronti della quale al contempo si sentono schiavi da un punto di vista economico? Da più parti si è detto serve una governance più forte, basterebbe?


“Innanzitutto quantomeno, come ho detto, sono indispensabili degli aggiustamenti nella visione delle misure di austerità come unico metodo. Non può essere l’unico metodo. Se il virtuosismo contabile non si accompagna con un dovute iniezioni per lo sviluppo, è oramai accertato e matematico che queste misure di austerità e basta porteranno dritti al cartello recessione e siccome tutti sono consapevoli che rischiamo una recessione sul tipo di quella che caratterizzò gli Stati Uniti negli anni ’20, l’allarme credo sia arrivato al culmine. Sul fronte speculativo l’obiettivo è, infatti, innanzitutto quello di prosciugare quell ‘enorme massa di denaro pubblico che le nazioni europee e le democrazie in genere investono nel Welfare State e che rappresenta evidentemente una spesa non produttiva. Mi riferisco a quelle risorse destinate, ad esempio, alla cura dei malati o al sostegno degli anziani negli ospizi che suscita appetiti osceni. Infatti in pericolo in questo momento nelle democrazie europee è soprattutto quella straordinaria conquista dell’umanità che è stata la nascita e l’affermazione del Welfare State così come l’abbiamo conosciuto”.


Quanto ha pesato sulla situazione greca e sulle ultime misure intraprese dal governo Papademos il pesante e onnipresente giudizio delle agenzie di rating?


“Queste agenzie rappresentano parte integrante di questo catastrofico scenario, sembrerebbe irrimediabilmente compromesso, salvo appunto misure, che comunque non sono dietro l’angolo, di mercati speculativi privi di qualsiasi confine. Come sappiamo servendosi delle moderne tecnologie informatiche possono essere portati nel giro di una frazione di secondo enormi quantità di denaro da una parte all’altra dei mercati e questo a prescindere dalla serietà delle riforme che un paese, ad esempio come l’Italia, sta perseguendo, a prescindere dalla solidità del proprio sistema economico, come sempre nel caso italiano che è una media potenza industriale, a prescindere dalla serietà dei politici che non sono tutti da mandare al rogo come vorrebbero alcuni organi si stampa, guarda caso di proprietà del grande sistema bancario. Certamente una delle debolezze della politica oggi sono i suoi stessi tempi. E’ ovvio che ci vuole meno, con un colpo sulla tastiera del computer, a spostare tonnellate di denaro piuttosto che attestare magari un dibattito o, addirittura udite udite, un sacrilego voto di un’Assemblea nazionale per approvare dei provvedimenti necessari. Anche questa battaglia, anticasta, antipolitica, di demonizzazione e di ridicolarizzazione di strumenti principi della democrazia che sono i parlamenti eletti con suffragio universale segreto fanno parte, a mio avviso, di questa fortissima vera e propria guerra. Non c’è bisogno di mandare delle bombe atomiche sul territorio di qualche paese, basta spostare con un clic gli interessi del mercato da un lato all’ altro del globo”.


Che anche l’Italia sia sotto assedio di queste agenzie, tutte americane, è ovvio anche perché abbiamo subito diversi declassamenti da parte delle meglio note ‘Tre sorelle’, motivati per giunta diversamente. Ieri il problema era l’ex governo in carica, oggi sono i tassi di crescita molto bassi. E’ possibile che a distanza di così poco tempo si continuino a subire dei downgrade con motivazioni sempre differenti? In questo contesto, un’agenzia di rating europea, come è stato proposto da più parti potrebbe riuscire a contrastare questo tipo di atteggiamento speculativo come l’ha ben definito lei?


“Un’agenzia di rating europea, la creazione degli eurobond, il rafforzamento in senso espansivo del ruolo della Bce, la disciplina fiscale di bilancio dei Paesi e un maggiore rigore dei conti sono tutti strumenti utili e necessari ma che ancora non hanno preso corpo. Nel frattempo dobbiamo subire questa vera e propria ignominia di sentenze di rating che vengono da quelle stesse identiche agenzie anglo americane che cinque anni fa promuovevano con la tripla A quella enorme massa di prodotti bancari derivati, i cosiddetti titoli tossici, che hanno poi incominciato a incrinare, a far scricchiolare e addirittura a mettere in pericolo alcune tra le più importanti economie del mondo, compresa quella statunitense. Quindi è una vergogna docilmente cancellabile che le stesse agenzie di rating che hanno commesso questo errore di conferire la tripla A ai titoli tossici e all’interno delle quali siedono, guarda caso, gli stessi membri delle grandi corporation che hanno più interessi di molti altri a speculare, possano erigersi a giudici creando tanto danno. E’ una vera e propria vergogna! ”


C’è quindi una deviazione rispetto a venti venticinque anni fa di queste agenzie che sembrano diventate molto più violente se così le si può definire.


“Si, comunque violente o meno, sono il fulcro del conflitto di interessi, proprio per la partecipazione nei loro consigli di amministrazione degli stessi identici soggetti che possono poi beneficiare della speculazione sui loro titoli o meno. Ma soprattutto, così come tutto il filone della Bce o anche dei grandi istituti finanziari non rispondono alle regole democratiche, perché sono composti da funzionari, anche eccellenti intendiamoci, come nel caso di Mario Draghi e Christine Lagarde, i quali spadroneggiano, soprattutto il Fondo Monetario Internazionale, fanno quello che meglio credono, ma non rispondono minimamente a dei criteri elettivi democratici, non fanno capo ad alcun governo, non devono tener conto a nessun interesse costituito in nome del popolo. Sono anch’essi diventati degli organismi ipertrofici e sotto alcuni profili veramente anche pericolosi.”

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