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Terzi:«L’università è strategica per l’Italia» (L’Eco di Bergamo)

Negli ultimi anni la politica estera è sempre più strumento di governance non solo dei rapporti politico-economici fra gli Stati, ma anche di complesse relazioni che su più livelli – intergovernativi, sovrannazionali, ma anche tra comunità e popoli – comprendono il dialogo interculturale, l’accesso alla conoscenza globale, la formazione, la ricerca e l’istruzione. Protagonista in tutti i settori delle relazioni internazionali, ed in particolare nel campo della tutela e della promozione della pace e della sicurezza, l’Italia è «superpotenza» quando il terreno su cui i rapporti tra Stati e tra comunità si sviluppano è quello della cultura. Questa è forse la proiezione più significativa dell’identità italiana nel mondo e, in quanto tale, strumento efficace per gestire e rafforzare la nostra presenza nei moderni processi di globalizzazione. Siamo titolari di un «soft power» scoperto molto prima che il concetto venisse teorizzato dai politologi e costruito non solo sul nostro patrimonio artistico, unico al mondo, ma anche sulle nostre eccellenze nei settori della formazione e della ricerca. Per questa ragione, la promozione culturale rappresenta per la nostra politica estera una componente «eticamente prioritaria». Non soltanto come eredità del nostro passato, ma soprattutto come opportunità per costruire il nostro futuro.


In un mondo caratterizzato da crescente complessità e da vaste «reti» direttamente collegati fra loro, la cultura offre solide basi per intensificare il dialogo fra popoli e governi, siano questi affini o diversi, vicini o lontani. Allo stesso tempo, la globalizzazione ci spinge a valorizzare questo patrimonio unico per rilanciare anche la crescita economica. Se infatti la cultura ha bisogno dell’economia e delle sue risorse, è altrettanto vero che l’economia abbisogna della cultura per garantire una crescita equilibrata e dare continuità a qualsiasi azione di internazionalizzazione economico-commerciale.


Alla luce di ciò, la «diplomazia culturale» è oggi strategica per la nostra azione esterna ed è attuata mediante la rete diplomatico-consolare, gli Istituti italiani di cultura e gli addetti scientifici. A queste strutture è demandato il compito di sostenere l’internazionalizzazione del sistema universitario. Ad esse si affiancano 293 istituzioni scolastiche italiane, 247 lettorati universitari, 162 missioni archeologiche, 10.600 accordi bilaterali vigenti registrati su piattaforma online e 15 Protocolli esecutivi. Nel quadro di questo approccio globale, un’enfasi particolare è posta sulla promozione della lingua italiana, nella convinzione che tale attività possa generare ricadute positive anche per l’economia del nostro Paese. L’italiano è, e deve essere sempre più nel mondo, lingua veicolare in settori chiave della ricerca, ma anche dell’economia.


Sul fronte dell’internazionalizzazione del nostro sistema della ricerca, consideriamo altrettanto prioritario attirare nel nostro Paese eccellenze scientifiche straniere e inserire le nostre nelle grandi reti internazionali, promuovendo la mobilità dei talenti e il rafforzamento di rapporti di collaborazione fra le realtà in cui essi operano e quelle del nostro Paese. Il cammino è ancora lungo, ma siamo orgogliosi che sempre più spesso l’Italia sia vista come un partner di riferimento per innovazione e creatività. In questo senso, non è un caso che la Russia collabori con noi per costruire moderni aeroplani; che negli Stati Uniti esistano poli di ricerca avanzata in settori strategici quali la biomedica in cui il contributo di nostri scienziati e di nostre imprese è determinante; che in Cina guardino alle nostre città, e alla loro capacità di conciliare esigenze produttive e qualità della vita, come modello urbano e ambientale.


Nella medesima ottica di Sistema Paese, anche i numerosi ricercatori italiani all’estero vanno visti come una preziosa risorsa. Innanzi tutto perché la presenza di nostri connazionali in Istituti di ricerca stranieri, spesso di elevatissimo profilo, può favorire una cooperazione più strutturata fra questi ultimi ed analoghi enti italiani. In secondo luogo, perché la loro azione aiuta le nostre istituzioni ad avviare collaborazioni virtuose per lo scambio di informazioni, con positive ricadute sia nel mondo accademico che in quello economico-industriale. Per valorizzare questo straordinario potenziale umano, del quale siamo consapevoli, il ministero degli Affari esteri ha lanciato il progetto «Davinci», una banca dati di più di 2.400 ricercatori italiani all’estero, che può essere utilizzata per promuovere nuove iniziative di collaborazione. E mi fa piacere che l’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università degli Studi di Bergamo mi dia l’opportunità di annunciare che rappresentanti dei nostri ricercatori all’estero si riuniranno il 17 aprile proprio alla Farnesina.


L’Italia è inoltre meta di studenti e ricercatori stranieri che vengono nel nostro Paese e che – arricchendosi culturalmente – condividono con i colleghi italiani esperienze nuove e diverse. Negli ultimi anni l’azione delle università, svolta con il supporto della rete diplomatico-consolare, ha prodotto ottimi risultati e la percentuale di stranieri iscritti ai nostri atenei è passata dall’1,4% del 2000 al 3,7% di quest’anno, con un forte incremento – ad esempio – di quelli cinesi. Il sistema universitario italiano si sta rapidamente adattando a questo fenomeno, dotandosi degli strumenti necessari per attirare i «migliori cervelli» e per offrire loro percorsi formativi di alto livello. Il governo considera questa una delle principali priorità della sua azione per rilanciare l’economia e la società del Paese. Molto è stato fatto, non possiamo fermarci. Altre sfide si profilano all’orizzonte della nostra politica estera. Tra queste, rimarrà prioritaria nei prossimi anni quella di una promozione culturale fondata su un approccio di sistema e capace di coinvolgere tutti gli attori in gioco, evitando inutili frammentazioni ed ottimizzando le risorse disponibili.

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