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Giro: «Cooperare con l`Africa, è la nostra nuova frontiera» (Unità)

Un investimento sul futuro. Una scelta strategica che va ben oltre il pur rilevante aspetto degli interscambi economici e commerciali. Esserci per contare in un Continente sempre più strategico a livello planetario: l’Africa. Nel vivo della missione nel Continente nero di Matteo Renzi, che ha portato il premier italiano prima in Nigeria, poi Ghana, infine Senegal, l’Unità fa un primo bilancio con Mario Giro, neo viceministro degli Esteri con delega alla Cooperazione internazionale che accompagna il premier in questa missione dai tanti significati.

Da cosa nasce la centralità, ribadita a più riprese da Renzi, dell’Africa per l’Italia?

«Perché l’Africa è la nuova frontiera dell’Italia, è il grande Sud dell’Europa, è la nostra profondità strategica. Quello che è in corso, è il terzo viaggio che Renzi fa in Africa, mai un premier italiano si è tanto occupato d’Africa. La missione è nel quadro della proiezione dell’Italia all’estero, tutta l’Italia, vale a dire l’Italia della sua cultura, delle imprese, degli investimenti dell’aiuto allo sviluppo, della cooperazione. Su quest’ultima ci tengo a sottolineare come i fondi della cooperazione italiana siano aumentati per il 2016 come voluto da Renzi, affinché l’Italia possa essere più presente in Africa».

Un’Africa che sempre più si configura, nel suo insieme, come potenza mondiale, ma anche un’Africa segnata in alcune sue aree strategiche dall’azione del terrorismo jihadista e nel mirino dello Stato islamico.

«Certamente è così. Infatti abbiamo parlato anche di questo negli incontri che il premier Renzi ha avuto ai massimi livelli. Non ci possiamo disinteressare di quello che accade a sud della Libia. La crisi libica, per noi così prioritaria sta avendo degli effetti nefasti anche verso Sud. Nel Sahara e nel Sahel, in particolare, proliferano gruppi armati e noi dobbiamo creare una partnership di sicurezza e di stabilità con i nostri amici africani».

Una partnership che leghi strettamente sicurezza e sviluppo, dunque. In che modo questa visione strategica può dare una prima risposta ad una questione cruciale e di drammatica attualità come è quella dei migranti, molti dei quali provengono da quelle aree e Paesi africani segnati dal terrorismo, come la Somalia, la stessa Nigeria oltreché dal Nord Africa?

«Collegare lo sviluppo e la cooperazione fra i nostri Paesi è anche la risposta a questa grande fuga. Dobbiamo poter rispondere insieme, dando concretezza al valore della solidarietà, a quanti fuggono la guerra e la mancanza di sviluppo».

In precedenza, ha fatto riferimento all’incremento dei fondi alla cooperazione voluto da Renzi, in funzione soprattutto di un rafforzamento della presenza italiana in Africa. C’è chi vede in questa scelta una spesa senza ritorni per il sistema-Italia, così come una “perdita di tempo” le missioni in Africa del premier.

«È vero l’esatto contrario. Le nostre imprese possono trovare qui molte opportunità. C’è già una storica presenza italiana in Africa, fatta di aiuto allo sviluppo, cooperazione. Ma c’è bisogno anche delle nostre imprese, che a loro volta possono dare un contributo importante all’Africa in settori strategici per lo sviluppo, quali le infrastrutture, l’agricoltura, le energie, soprattutto quelle rinnovabili».

Il rafforzamento della partnership economica e commerciale è chiaro come obiettivo da sviluppare. Ma il dialogo con l’Africa è anche culturale?

«Culturale e politico. Gli africani hanno un loro processo d’integrazione come noi europei, combattono la stessa sfida del terrorismo e della guerra, sono per noi degli interlocutori politici essenziali. I nostri destini sono uniti».

Quando si parla del rapporto Europa Africa, da più parti si tende a ragionare in termini di aperture a senso unico, da parte dell’Europa, nei confronti di un Continente che, al di là delle sue ricchezze naturali, altro non può offrire. A Lei che ha una lunga esperienza di rapporti con l’Africa, chiedo: cosa l’Africa può dare all’Italia e all’Europa?

«Sono convinto che l’Africa possegga un suo umanesimo, nel mezzo a tanti mali, fatto di dialogo e convivenza. Molti Paesi africani accolgono milioni di migranti; l’Islam nero tradizionale è tollerante, esiste una tradizione di coesistenza che può insegnare all’Europa e al mondo qualcosa d’importante».

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