Questo sito utilizza cookie tecnici, analytics e di terze parti.
Proseguendo nella navigazione accetti l'utilizzo dei cookie.

Preferenze cookies

Audizione della Vice Ministra Sereni sul quadro geopolitico del Mediterraneo

vm_sereni
vm_sereni

(Commissione Esteri Camera, 14 giugno 2022)

Signor Presidente,
Deputate e Deputati,

il tema che affrontiamo oggi è ampio. Vi propongo quindi un percorso articolato in tre momenti. Comincerei dalla più stringente attualità: l’impatto dell’aggressione russa all’Ucraina sull’area MENA. Focalizzerei poi l’obiettivo sui principali Paesi e situazioni di crisi. Cercherei, infine, di evidenziare alcuni spiragli positivi, per poi trarre una conclusione sul ruolo che l’Italia può e deve svolgere in una regione per noi davvero strategica.

Le conseguenze del conflitto ucraino si avvertono soprattutto nei Paesi del Nordafrica, Tunisia e Libia in particolare, ma cominciano a propagarsi anche oltre, ad esempio in Libano e in Iraq, per l’aumento dei prezzi dei beni alimentari. Come ben sappiamo, Ucraina e Russia sono storicamente importanti fornitori di grano nella regione e l’aumento dei prezzi dell’energia, sebbene possa beneficiare alcuni, genera una spinta inflattiva che rallenta la ripresa post-pandemica.
La presenza della Russia in Libia e in Siria e la sua crescente penetrazione nel Sahel sono fattori di disturbo e di instabilità per l’intera area. Altri elementi di criticità sono dati, tra gli altri, dallo stallo del processo di pace israelo-palestinese e dalla grave crisi energetica ed economico-finanziaria in Libano, Paese cruciale per gli equilibri regionali.
Le differenti sensibilità riguardo alla crisi russo-ucraina si riflettono in posizioni che oscillano tra voti di condanna dell’aggressione e astensioni in Assemblea Generale dell’ONU il 2 e 24 marzo scorsi, richiami alla moderazione e una generale propensione a stare alla finestra evitando prese di posizione profilate. Tale situazione è innanzitutto dovuta ai condizionamenti derivanti da legami consolidati con Mosca in ambito economico-commerciale (importazioni di grano e altri cereali, forniture militari, energia, turismo). Entrano poi in gioco valutazioni di carattere politico-strategico e, più in generale, una sensibilità tendenzialmente non allineata alle posizioni occidentali, alle quali viene spesso rimproverato un atteggiamento non coerente (il cosiddetto double standard) rispetto ad altre situazioni di conflitto (dalla Palestina allo Yemen).
Per avere un’idea: tutti i Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo [Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Bahrein, Oman, Kuwait] hanno votato a favore sia della Risoluzione ONU del 2 marzo, che di quella umanitaria del 24 marzo [gli Emirati si erano, inizialmente, astenuti il 25 febbraio sulla Risoluzione in Consiglio di Sicurezza]. L’Iran si è astenuto in entrambe le Risoluzioni dell’Assemblea Generale (2 e 24 marzo). L’Iraq si è astenuto il 2 marzo, mentre ha votato a favore della Risoluzione umanitaria del 24 marzo. In entrambe le occasioni, il Marocco non ha partecipato alla votazione, mentre l’Algeria si è astenuta.
Il 7 aprile, sulla Risoluzione in Assemblea Generale volta a sospendere la Russia dal Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, Algeria e Iran sono passati dall’astensione al voto contrario; Tunisia, Egitto, Giordania, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Iraq, Oman, Kuwait, Yemen, Bahrein, Qatar sono passati dal voto favorevole all’astensione e il Libano da favorevole a non votante.

Se non riusciremo a gestire le conseguenze del conflitto russo-ucraino sulla regione mediterranea, rischiamo di facilitare l’allontanamento di Paesi a noi vicini e di pagare le conseguenze dell’accresciuta instabilità economica geopolitica. Sarebbe un grave errore quello di affrontare la crisi dall’unico prisma del confronto con la Russia. L’Unione Europea e la NATO hanno reagito con straordinaria compattezza, adottando con rapidità misure e iniziative dedicate soprattutto ai Paesi dell’Europa orientale. È tuttavia fondamentale mantenere un approccio strategico a 360 gradi, senza distogliere attenzione e risorse da altri quadranti fondamentali per la nostra pace e prosperità.
Anche dal punto di vista strettamente securitario, non possiamo permetterci il lusso di concentrarci solo su un avversario, o su una determinata tipologia di minaccia.

L’Italia è chiamata a compiere uno sforzo importante per mantenere alta l’attenzione sul Mediterraneo: a livello di Unione Europea, promuovendo con il vicinato Sud un’area di sviluppo e prosperità; a livello NATO, continuando ad evidenziare la rilevanza, per la sicurezza collettiva, delle sfide proprie del Fianco Sud; e, più in generale, a livello multilaterale. Ricordo, ad esempio, il Dialogo Mediterraneo che abbiamo organizzato e presieduto mercoledì scorso, proprio con l’obiettivo di far fronte alla grave crisi alimentare, che si sta ripercuotendo su molti Paesi del Mediterraneo e dell’Africa a seguito del conflitto russo-ucraino, con il rischio di pesanti conseguenze in termini di tensioni sociali, di stabilità delle istituzioni di quei Paesi e, in ultima analisi, di flussi migratori.

Vorrei ora entrare più nel merito delle situazioni dei singoli Paesi. Certamente la guerra in Ucraina non può e non deve far passare in secondo piano la crisi politica e istituzionale che continua ad attanagliare la Libia. La concreta e duratura stabilizzazione del Paese resta un’assoluta priorità della politica estera italiana, che continuiamo a perseguire, con l’obiettivo di contribuire alla sicurezza dell’intera regione mediterranea.
Il superamento dell’attuale stallo politico-istituzionale risulta oggi ancor più urgente proprio in virtù del mutato scenario internazionale e in ragione della persistente presenza nel Paese di gruppi armati riconducibili alla Russia. La volatilità dell’attuale contesto politico e di sicurezza in Libia rappresenta un potenziale punto di fragilità del nostro Vicinato Meridionale, che può fondersi con ulteriori contesti di crisi nel Maghreb e nel Sahel.
Stiamo dunque rinnovando i nostri sforzi – insieme ai partner europei e internazionali maggiormente coinvolti – per condurre un’azione di sensibilizzazione che spinga le parti libiche a superare l’attuale polarizzazione politica, garantendo lo svolgimento in tempi brevi di elezioni libere, eque e trasparenti. Sosteniamo la necessità di un compromesso fondato su un ampio consenso politico per garantire al Paese un governo che possa condurre il popolo libico al voto.
Occorre aprire una nuova fase di riconciliazione nazionale, che permetta l’unificazione delle istituzioni libiche e l’individuazione di un Esecutivo stabile e pienamente legittimo. Il ruolo delle Nazioni Unite per cercare una mediazione tra tutte le parti coinvolte rimane essenziale e dovrà restare un punto fermo anche nei prossimi mesi, in vista dei possibili ulteriori sviluppi del processo politico ed elettorale. È questo l’obiettivo a cui tende l’azione dell’Italia – l’Inviato Speciale per la Libia del Ministro Di Maio si è recato in missione in Libia nei giorni scorsi e vi ha incontrato i maggiori esponenti politico-istituzionali del complesso panorama libico – in stretto raccordo con i partners europei, Francia e Germania in primis, e internazionali.
In un momento di grande incertezza sui mercati internazionali dell’energia, le risorse energetiche della Libia e i proventi derivanti dal loro sfruttamento devono essere utilizzati a beneficio di tutto il Paese e della sua popolazione, senza divenire strumento di pressione politica legato agli interessi particolaristici di specifici gruppi o parti.

Le ripercussioni sui canali di approvvigionamento energetici e alimentari generati dalla crisi in Europa orientale stanno aggravando la già complessa situazione della Tunisia, che la Farnesina segue con particolare attenzione.
Alle già profonde difficoltà economiche del Paese si è aggiunta una grave crisi politica e istituzionale che rischia di compromettere i progressi che la democrazia tunisina ha saputo compiere durante l’ultimo decennio. Il contesto è molto fragile, caratterizzato dallo scioglimento del Parlamento, da interventi unilaterali sul sistema giudiziario e da una gestione del processo costituzionale ed elettorale dubbia, come da ultimo ribadito dalla Commissione di Venezia. L’incremento dei prezzi del grano e la possibile difficoltà di erogare servizi essenziali a favore della popolazione rischiano di accrescere ulteriormente le tensioni sociali, con evidenti ripercussioni per l’Italia e per l’Europa, anche sotto il profilo migratorio.
Nonostante la complicata fase politica, la Comunità internazionale deve continuare ad assistere la Tunisia economicamente, per evitare al Paese un tracollo finanziario gravido di conseguenze. L’Italia auspica che Tunisi posa definire in tempi rapidi un accordo – ormai sempre più urgente – con il Fondo Monetario Internazionale.

Come accennato, gli effetti del conflitto in Ucraina, a partire dall’aumento dei prezzi dell’energia e del grano, stanno avendo un particolare impatto anche sul Libano, già afflitto da una drammatica crisi politica, economica e umanitaria, aggravata dagli effetti della pandemia.
Lo scorso 15 maggio hanno avuto luogo le elezioni parlamentari, un primo passo sulla via di un risanamento istituzionale ed economico che si annuncia lungo e doloroso. Alle forze politiche nazionali spetta ora il compito – e la responsabilità – di formare rapidamente un governo capace di attuare le riforme di cui il Paese ha bisogno per evitare un tracollo che avrebbe conseguenze destabilizzanti in tutta la regione.

Negli ultimi mesi l’Italia ha fortemente rilanciato i rapporti con l’Algeria, allo scopo di approfondire, con un primario attore della regione, un partenariato che possa contribuire alla stabilità dell’area euro-mediterranea in un mutato contesto internazionale. Lo attestano le due Visite di Stato, svoltesi a distanza di pochi mesi, del Presidente della Repubblica in Algeria lo scorso novembre e del Presidente algerino Tebboune in Italia in maggio. Ricordo anche la visita del Presidente del Consiglio Draghi ad Algeri in aprile e i frequenti incontri tra i due Ministri degli Esteri.
È un dialogo strutturato e ad ampio spettro, che muove anche dalla necessità di diversificare i canali di approvvigionamento energetico ma, al contempo, intende approfondire la cooperazione bilaterale in molti altri settori, quali le energie rinnovabili, l’innovazione tecnologica, la lotta alla corruzione, la cultura e il turismo.
È con questa prospettiva che stiamo lavorando al Vertice intergovernativo previsto il 18 e 19 luglio, che offrirà anche la cornice ad un Business Forum per rilanciare le opportunità di investimento in Algeria per le numerose imprese italiane già presenti o interessate.

Gli effetti del conflitto russo-ucraino continuano a farsi sentire anche sull’economia egiziana. Per far fronte alla svalutazione della valuta locale, Il Cairo ha trovato sostegno nei Paesi del Golfo, che hanno annunciato investimenti per oltre 15 miliardi di dollari.
Al centro delle preoccupazioni egiziane vi sono però soprattutto la diminuzione degli approvvigionamenti di grano e l’aumento del suo costo: l’Egitto è il maggiore importatore mondiale di grano, con 11,6 milioni di tonnellate acquistate all’estero nel 2021, il 60% dalla Russia e il 26% dall’Ucraina. Il Cairo punta ora a diversificare le proprie importazioni: ha firmato un accordo con l’India e sono in corso negoziati per aumentare l’import da Francia, Argentina e Stati Uniti. L’auspicio è inoltre quello di avviare colloqui con il Fondo Monetario Internazionale al fine di attivare un nuovo programma d’assistenza finanziaria e preservare in questo modo i risultati fin qui acquisiti con le riforme economiche degli ultimi anni.
L’obiettivo è di provare a limitare le ricadute sulla popolazione, calmierando i prezzi del pane, anche oltre la quota “sussidiata” (che interessa, direttamente o indirettamente, la maggior parte della popolazione), evitando così il rischio di disordini e instabilità che potrebbero avere ripercussioni ben oltre il Paese.
Sul piano regionale, infatti, l’Egitto è riconosciuto come un attore chiave nelle dinamiche mediorientali: determinante è stato, ad esempio, il suo ruolo nel raggiungimento del cessate il fuoco tra Israele e Hamas nel maggio dello scorso anno. Il Cairo continua inoltre a guidare gli sforzi diplomatici per la riconciliazione interna tra fazioni palestinesi, da cui dipende non soltanto la ricostruzione della Striscia ma anche, in prospettiva, il rilancio del processo di pace con Israele.

La crisi ucraina – dobbiamo essere realisti – rende oggi ancora più complicate le possibilità di ripresa del Processo di pace israelo-palestinese, a causa del consolidarsi di una tendenza all’isolamento di Mosca dai contesti internazionali in cui la questione viene discussa. È il caso innanzitutto del cosiddetto “Quartetto Internazionale”, formato da ONU, Stati Uniti, Unione Europea e Russia, unico meccanismo legittimo sancito dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per mediare nel conflitto israelo-palestinese, ma ormai collocato su un binario morto. Simile la situazione dell’Ad Hoc Liaison Committee, il principale meccanismo di coordinamento a livello politico per l’assistenza allo sviluppo dei Territori Palestinesi, dal quale la Federazione Russa è stata esclusa.
Questi sviluppi si inseriscono peraltro in un quadro di rinnovata tensione in Israele e nei Territori Palestinesi, dove nelle ultime settimane si sono registrati una ripresa degli attentati terroristici in varie città israeliane e scontri tra forze di sicurezza israeliane e giovani palestinesi a Gerusalemme Est e in Cisgiordania. Violenze che, in un bilancio che si aggrava ogni giorno, hanno già causato centinaia di feriti e decine di morti, tra cui – come ben noto – il decesso della giornalista di Al Jazeera, Shireen Abu Akleh. Un evento di per sé tragico, che è stato ulteriormente aggravato dalle inaccettabili violenze al suo funerale. Come già ho avuto modo di sottolineare qualche giorno fa in questa stessa Commissione, il Governo italiano è fermamente convinto della necessità di chiarire le circostanze di questa terribile morte e di individuare e perseguire i responsabili attraverso un’approfondita indagine indipendente. Sul campo, proseguono poi le attività di costruzione di insediamenti in Cisgiordania e a Gerusalemme Est, così come non accennano a diminuire le demolizioni di proprietà palestinesi e gli sfratti. Si tratta di azioni contrarie al diritto internazionale – che l’Italia peraltro non manca e non cessa di denunciare – che aumentano le tensioni e rischiano di generare ulteriore violenza.
A preoccupare è soprattutto il clima sempre più arroventato attorno ai luoghi santi di Gerusalemme, in particolare la Spianata delle moschee/Monte del Tempio che è ormai teatro di scontri quasi quotidiani. Gerusalemme deve tornare ad essere città di pacifica convivenza, non di intolleranza né di nuovi spargimenti di sangue. Non posso quindi che ribadire con forza la necessità che lo status quo dei Luoghi Santi venga rigorosamente rispettato, evitando azioni unilaterali e inutili provocazioni che rischiano di causare reazioni incontrollabili.
Questa nuova ondata di violenza è un’ulteriore prova dell’insostenibilità della situazione attuale. Occorre evitare l’ennesima spirale distruttiva. È questo uno dei principali messaggi che il Presidente del Consiglio, in missione ieri e oggi in Israele e Palestina, sta veicolando ai propri interlocutori: una soluzione a due Stati, giusta e sostenibile, negoziata direttamente tra le parti, in linea con i parametri stabiliti dal diritto internazionale e dalle rilevanti risoluzioni del Consiglio di Sicurezza, rappresenta la sola via per la pace e la stabilità della regione. L’Italia inoltre si sta adoperando – ed intende continuare ad adoperarsi – a Bruxelles al fine di spingere l’Unione Europea a recuperare un ruolo più attivo ed efficace per un rilancio del processo di pace.

Capitolo Iran. Centrale resta il negoziato per il ripristino dell’accordo sul nucleare, architrave dell’architettura globale di non proliferazione. Il JCPoA può e deve tornare ad essere esempio di un multilateralismo efficace. La sua attuazione è cruciale per la sicurezza regionale e internazionale.
Abbiamo seguito da vicino i colloqui a Vienna, un’opportunità unica per preservare e rilanciare l’accordo. Di fronte all’ultima interruzione dell’esercizio, riteniamo necessario che le parti tornino a quell’approccio pragmatico e costruttivo che ha caratterizzato sinora le discussioni, nell’ottica di superare le questioni ancora irrisolte.
I benefici che il rilancio dell’accordo avrebbe per l’Iran sono enormi, in termini di reintegrazione a pieno titolo nel sistema internazionale, sia sotto il profilo politico, sia sotto quello economico. Tanto più nel frangente attuale ove si va configurando un nuovo assetto internazionale a seguito dell’inaccettabile condotta russa.

Con riferimento allo Yemen, abbiamo accolto con favore gli sviluppi positivi, da ultimo l’accordo raggiunto lo scorso 2 giugno per estendere di due mesi la tregua che era stata concordata in aprile. Si tratta di un risultato importante che auspichiamo possa tradursi in un cessate-il-fuoco duraturo.
Ci auguriamo che il nuovo assetto istituzionale, con la cessione dei poteri del Presidente della Repubblica a un Consiglio Presidenziale di nuova istituzione, crei le condizioni per una soluzione politica sostenibile sotto l’egida delle Nazioni Unite.
Come abbiamo sempre ribadito, non esiste soluzione al conflitto se non nell’ambito di un processo politico inclusivo, che richiede il coinvolgimento non solo di tutte le parti yemenite – comprese le donne, i giovani e la società civile – ma anche il contributo degli attori regionali.

L’aggressione della Russia all’Ucraina ha inciso in modo significativo anche sulla questione siriana, sotto diversi profili. Gli Stati Uniti hanno sospeso il dialogo con Mosca che lo scorso anno aveva prodotto importanti risultati, consentendo il rinnovo della Risoluzione sugli aiuti cross-border e la spinta ai progetti di early recovery (che puntano a riabilitare i servizi essenziali e le attività economiche a livello locale per consentire alla popolazione di uscire gradualmente dalla dipendenza dagli aiuti di emergenza). Da parte europea si è deciso di non invitare la Federazione russa alla Conferenza di Bruxelles sulla Siria del 10 maggio, con un ulteriore inasprimento delle tensioni con Mosca. Anche sul piano bilaterale è stato interrotto il dialogo con Mosca in materia di early recovery e rifugiati, che era apparso molto promettente. Senza contare l’impatto della crisi alimentare sulla Siria, uno dei Paesi più a rischio.
Le indicazioni raccolte finora fanno stato della volontà russa, almeno per il momento, di tenere la Siria fuori dal confronto russo-ucraino, per non aprire un nuovo fronte nelle complesse dinamiche dei rapporti con la Turchia. Nonostante l’irritazione per la chiusura dello spazio aereo turco ai suoi sorvoli, Mosca non ha ad esempio incrementato la pressione militare su Idlib, mentre il reclutamento di mercenari siriani sembra essersi tradotto solo in pochi casi in effettivo invio sul teatro ucraino. Erdogan ha invece annunciato che sarà presto avviata una nuova operazione militare oltre confine contro le forze curde nel Nord della Siria, con probabili ulteriori ripercussioni negative sulla stabilità regionale e sulla campagna militare contro lo Stato Islamico.
Non manca del resto chi legge nella recente amnistia adottata da Damasco una reazione a un ruolo russo percepito come più debole, ciò che spingerebbe il regime ad aperture anche verso Occidente. Alla luce dei numeri ancora limitati e ricordando gli effetti quasi nulli delle precedenti amnistie non mancano i motivi per ritenere l’iniziativa di carattere strumentale. Ma per gli stessi americani, oltre che per Pedersen, inviato speciale del Segretario Generale ONU, essa può rappresentare un passo nella giusta direzione, sempre che trovi un’attuazione completa.
Non possiamo al contempo dimenticare che a 11 anni dall’inizio della crisi la situazione umanitaria risulta addirittura peggiorata rispetto al periodo del confronto militare. Il tasso di persone che vivono al di sotto della soglia di povertà ha raggiunto il 90%, mentre metà della popolazione è ancora sfollata all’interno o all’estero.
Per questo, pur in circostanze tanto complesse, l’Italia continuerà a dare alla popolazione siriana segnali del nostro persistente impegno, ribadendo sul piano politico il sostegno all’Inviato ONU Pedersen per l’attuazione della Risoluzione 2254 e confermando sul piano umanitario il livello di impegni assunti negli anni precedenti [45 milioni di euro] – come abbiamo annunciato in occasione Conferenza di Bruxelles – destinandone buona parte ad interventi di early recovery. Ricordo il ruolo chiave dell’Unione Europea, primo donatore insieme agli stati membri, con circa il 75% degli aiuti.

Vorrei concludere con l’Iraq, attore di importanza geostrategica in Medio Oriente, che ho visitato ad inizio giugno e con cui l’Italia ha un dialogo bilaterale strutturato che testimonia la sincera amicizia tra i due Paesi.
La democrazia irachena sta mostrando incoraggianti segnali di progresso: le elezioni dello scorso ottobre hanno rappresentato un test importante. A Baghdad abbiamo espresso il compiacimento italiano per il corretto svolgimento dell’appuntamento elettorale, cogliendo al contempo l’occasione per incoraggiare i diversi interlocutori a superare rapidamente lo stallo che, dopo quasi otto mesi, non ha ancora consentito ai partiti politici iracheni di trovare un accordo sulla formazione del nuovo Governo e sulla nomina del Presidente della Repubblica.
In questa fase politicamente delicata, riteniamo fondamentale continuare a sostenere l’Iraq, dal punto di vista securitario, ma anche sul piano della collaborazione bilaterale e della cooperazione allo sviluppo. Ricordo che dallo scorso 10 maggio l’Italia ha assunto il comando della Missione NATO e, allo stesso tempo, manteniamo il nostro impegno all’interno della Coalizione internazionale per combattere Daesh. Inoltre, l’Iraq è Paese prioritario per la nostra Cooperazione, con risorse destinate alla stabilizzazione, alla tutela dei gruppi più vulnerabili – incluse le minoranze religiose – nonché alla protezione delle donne e all’empowerment femminile. Contribuiamo anche significativamente alla protezione del patrimonio archeologico e culturale iracheno.

Dopo aver evidenziato le tante sfide e criticità, vorrei ora sottolineare – ed è il mio terzo e ultimo punto – anche alcuni segnali positivi. L’azione della diplomazia italiana deve impegnarsi a consolidare ed espandere questi spiragli e favorire tutto ciò che va nella direzione della condivisione e del dialogo tra gli attori regionali. Vorrei fornire qualche esempio.

La regione del Golfo ha recentemente registrato dinamiche incoraggianti. Tra queste, la normalizzazione dei rapporti all’interno del Consiglio di Cooperazione del Golfo. Si tratta di uno sviluppo che agevola la distensione, crea le condizioni per ravvivare la collaborazione regionale e per consolidare la stabilità e la sicurezza nell’area.
I progressi nel Golfo hanno mutato il contesto regionale favorendo anche l’intensificazione dei rapporti bilaterali tra Paesi che per lungo tempo hanno visto le loro relazioni caratterizzate da tensioni e disaccordi. Segnalo in particolare l’attivismo di Ankara nel ravvivare i rapporti con alcuni Paesi della regione, tra cui Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita, come dimostrato dalla visita di Erdogan a Riad a fine aprile.
Una stabilità a lungo termine nell’area del Golfo non può essere raggiunta senza il pieno coinvolgimento di tutti gli attori interessati: per questo non lesiniamo sforzi per incoraggiare Ankara a mantenere un atteggiamento costruttivo nel dialogo con gli attori della regione – tra cui Riad – anche su questioni sulle quali i punti di vista sono diversi. In particolare dovrebbe essere mantenuto un dialogo costante e ampio sui dossier regionali, nell’ottica della realizzazione di un quadro di sicurezza inclusivo, basato sulla stabilità, il dialogo e la cooperazione.

Se le possibilità per una ripresa dei negoziati diretti tra israeliani e palestinesi appaiono pressoché nulle – anche a causa dalla progressiva erosione del sostegno parlamentare all’eterogenea coalizione dell’Esecutivo Bennett, che ne riduce fortemente i margini di manovra politici – importanti passi in avanti si registrano sul fronte della normalizzazione in corso tra Israele e alcuni Paesi arabi. Si tratta di un processo che in Israele può contare su un’ampia convergenza tra le forze politiche e sul forte sostegno nell’opinione pubblica.
Il Vertice tenutosi lo scorso 27 marzo in un kibbutz nel deserto del Negev ha riunito per la prima volta in Israele i Ministri degli Esteri di Marocco, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Egitto nonché il Segretario di Stato USA. Si è trattato di un passaggio chiave nel percorso di riavvicinamento e distensione tra Israele e il suo vicinato, che fino a poco tempo fa sembrava impensabile. Riteniamo che questo nuovo corso possa aprire interessanti prospettive – ancorché purtroppo al momento non si sia dimostrato in grado di produrre impatti positivi sul Processo di pace israelo-palestinese.

Guardiamo inoltre con favore e seguiamo con interesse il dialogo fra Teheran e Riad, avviato lo scorso anno con la mediazione dell’Iraq. Nel corso della mia visita a Baghdad ho manifestato alle autorità irachene l’apprezzamento dell’Italia per il ruolo svolto. Accogliamo con soddisfazione il fatto che, dopo una temporanea sospensione, esso sia stato riavviato con la prospettiva di una normalizzazione dei rapporti bilaterali.
L’Italia ritiene molto positiva questa dinamica, quale passo verso la distensione e la creazione di un ambiente favorevole al dialogo e a una cooperazione più ampia nella regione.
Sappiamo che si tratta di una sfida non facile, perché su molti dossier le visioni e le posizioni dei due attori regionali sono differenti. Al contempo è un percorso obbligato, che difficilmente può avere alternative se si intende giungere alla stabilità, alla pacificazione e a uno sviluppo duraturo in tutta la regione.

Conclusione
La stabilità e la sicurezza nel Mediterraneo sono obiettivi prioritari per la politica estera italiana.
Il nostro approccio si è sempre basato su una profonda interconnessione fra i vari teatri del Mediterraneo, arrivando fino al Sahel. La nostra centralità, non solo geografica, nel Mediterraneo ci chiama sempre più ad essere architrave nel rapporto dell’Unione Europea coi partner della regione, sia come tramite delle istanze europee, sia per stimolare l’Europa a fornire sicurezza nelle sue svariate dimensioni.
Nel settembre 2020 abbiamo contributo – tramite un nostro documento, poi confluito in un paper congiunto con altri partner mediterranei quali Spagna e Francia – a delineare la Nuova Agenda per il Mediterraneo dell’Unione Europea. Al centro, vi è l’idea dei “beni comuni mediterranei”.
Mi riferisco in particolare a quelle risorse, materiali e immateriali, condivise dai Paesi e dalle comunità dell’area, il cui impiego può innescare un circolo virtuoso di investimenti e creazione di ricchezza: le fonti energetiche; la transizione verde, necessaria anche per contrastare i cambiamenti climatici; l’economia blu; la ricerca e l’innovazione digitale; la diplomazia scientifica e culturale; la gestione dei flussi migratori; la salute – per citarne solo alcune.
La strada è proprio quella di favorire una gestione congiunta dei “beni comuni mediterranei” per lo sviluppo sostenibile dell’intera regione. L’Italia si è sempre fatta promotrice in ambito europeo di un approccio inclusivo, basato sulla promozione di un’agenda positiva che rovesci l’equazione tradizionale e presenti il Mediterraneo non soltanto come luogo di instabilità, minacce e frammentazioni, ma anche e soprattutto come spazio di straordinarie potenzialità di cooperazione, di opportunità da cogliere assieme.
Il Mediterraneo è, di per sé, un “bene comune” per i Paesi che vi si affacciano e ne condividono le risorse e le straordinarie potenzialità. Grazie.