{"id":22812,"date":"2012-03-07T09:04:13","date_gmt":"2012-03-07T08:04:13","guid":{"rendered":"https:\/\/www.esteri.it\/sala_stampa\/archivionotizie\/comunicati\/2012\/03\/20120307_dassumercatiesteri\/"},"modified":"2012-03-07T09:04:13","modified_gmt":"2012-03-07T08:04:13","slug":"20120307_dassumercatiesteri","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.esteri.it\/it\/sala_stampa\/archivionotizie\/interventi\/2012\/03\/20120307_dassumercatiesteri\/","title":{"rendered":"Dettaglio intervento"},"content":{"rendered":"<p><P><EM>(fa fede solo il testo effettivamente pronunciato)<\/EM><\/P><br \/>\n<P>Non credo sia il mio compito, oggi, quello di valutare i mercati esteri. E\u2019 stato fatto dagli interventi che mi hanno preceduta. Riprendo solo quelle che mi sembrano le tre indicazioni principali:<\/P><br \/>\n<P>1. Primo, come ha spiegato in modo efficace Paolo Magri, stiamo vivendo un enorme rebalancing del potere economico mondiale. Questa \u00e8 la realt\u00e0, lo sappiamo da almeno 10-15 anni. Sappiamo anche che la Cina, con attorno l\u2019Asia, \u00e8 tornata ad occupare le posizioni relative che aveva fino all\u2019800. Qui il punto non \u00e8 solo quello giustamente sollevato, e cio\u00e8 che governare un mondo del genere, in cui il potere \u00e8 diffuso, \u00e8 molto pi\u00f9 difficile per le economie occidentali (in un libro recente Charlie Kupchan lo definisce \u201cNo one\u2019s world\u201d). Il problema di fondo \u00e8 se questi trends continueranno in modo lineare o no. In realt\u00e0, come Paolo Magri ha mostrato, ci possiamo aspettare nei prossimi anni, nei Brics, una riduzione dei tassi di crescita combinata a un certo aumento dell\u2019inflazione. Il caso principale su cui interrogarsi \u00e8 proprio la Cina; perch\u00e9 la Cina \u00e8 alle prese con una fase politica molto delicata per definizione \u2013 la successione alla quinta generazione di quadri \u2013 e sta entrando in quella \u201cmiddle income trap\u201d gi\u00e0 vissuta da altre economie in rapido sviluppo. Se fossimo a un dibattito politologico, e se non fossi il Sottosegretario agli Esteri, direi che dobbiamo cercare di capire meglio non il fenomeno in qualche modo gi\u00e0 vecchio \u2013 il mondo dei Brics \u2013 ma il fenomeno nuovo: il mondo dei post-Brics, dei Brics potenziali (il Messico per esempio o il Vietnam), con economie occidentali che a loro volta non sono pi\u00f9 nella situazione del 2008. In breve: quando disegniamo la strategia economica internazionale di un sistema come il nostro, la cui crescita potenziale \u00e8 fortemente collegata all\u2019export &#8211; quasi esclusivamente in questo momento di depressione della domanda interna &#8211; dobbiamo avere chiaro che i trends dei mercati emergenti non sono lineari.<\/P><br \/>\n<P>2. Secondo punto: l\u2019Italia, incluse le imprese del Nord Italia che sono le pi\u00f9 dinamiche, continuano ad essere fortemente concentrate in Europa, come dimostrano i dati della ricerca di Assolombarda. Il totale dell\u2019export produce poco pi\u00f9 del 20% del PIL (la met\u00e0 circa di quanto accade in Germania, ma lievemente di pi\u00f9 che nei casi di Francia, Uk e Spagna); una quota molto rilevante di questo 20% resta in Europa. Questo aiuta a capire perch\u00e9 le esportazioni italiane, in crescita costante dal 2000 al 2008, abbiano poi registrato una forte contrazione nel 2009 (anno del contagio della crisi finanziaria dagli Stati Uniti al Vecchio Continente). E\u2019 seguita, a partire dal 2010, una ripresa marcata, sia verso mercati extra-europei (Brasile e Cina) sia verso aree che gravitano nell\u2019orbita europea (Turchia, Russia) o verso l\u2019area transatlantica (Usa). Se guardiamo solo all\u2019area milanese, il rapporto fra esportazioni europee ed extra-europee \u00e8 cambiato in modo drastico fra il 2009 ed oggi: oggi l\u2019Europa pesa per il 40%, il resto del mondo per il 60%. Secondo uno studio McKinsey, il dato nazionale (invece che milanese) vede ancora la preponderanza del focus europeo. <\/P><br \/>\n<P>Qualunque proiezione sull\u2019Europa, d\u2019altra parte, indica che lo slow-down durer\u00e0, per ragioni di vario genere, incluse le ragioni demografiche. Il re-balancing geografico \u00e8 quindi indispensabile. Vedremo nei prossimi mesi quanto la firma del compact fiscale, combinata alle nuove misure per la crescita, riuscir\u00e0 a rivitalizzare i mercati europei. Qui, il mio punto \u00e8 quello ricordato spesso da Mario Monti: abbiamo bisogno di completare il mercato unico, e questo significa fra l\u2019altro che il nostro principale mercato di export, la Germania, deve aprirsi di pi\u00f9 nel settore dei servizi. Aggiungo un secondo punto: il mercato nord-americano non va trascurato perch\u00e9 \u00e8 gi\u00e0 in ripresa e perch\u00e9 pesa, per le esportazioni europee, pi\u00f9 o meno quanto il mercato asiatico. Di nuovo: la proposta Monti di un\u2019area transatlantica pi\u00f9 integrata potrebbe aiutare.<\/P><br \/>\n<P>Per concludere su questo: lo shift del potere economico globale impone un rebalancing. Ma le imprese devono anche restare radicate in Europa (e nel vicinato: Mena, Turchia, Balcani, Russia) per una serie di motivi fra cui citerei il fatto che uno dei fenomeni preoccupanti che sta avvenendo in alcuni dei mercati extra-europei \u00e8 il ritorno al nazionalismo economico, con nuove barriere \u2013 regolatorie o non tariffarie \u2013 all\u2019importazione dai paesi avanzati. Se fossimo gi\u00e0 in una fase di post-globalizzazione, o in una globalizzazione numero 2 molto centrata su aree regionali pi\u00f9 integrate al loro interno ma pi\u00f9 chiuse all\u2019esterno, il posizionamento delle imprese italiane in Europa andrebbe visto come un vantaggio competitivo e non solo uno sbilanciamento verso il cortile di casa.<\/P><br \/>\n<P>3. Vengo cos\u00ec al mio terzo punto. Una parte della diplomazia economica dell\u2019Italia avviene al tavolo europeo, come ho cercato di dimostrare con i due esempi di prima. <\/P><br \/>\n<P>C\u2019\u00e8 poi l\u2019altra parte dell\u2019appoggio all\u2019export, che riguarda pi\u00f9 direttamente il MISE assieme al MAE: si tratta appunto del supporto diretto all\u2019internazionalizzazione delle imprese, in una logica \u2013 il famoso Sistema Paese \u2013 che evochiamo costantemente da decenni e di cui altrettanto regolarmente constatiamo le lacune.<\/P><br \/>\n<P>Concentrer\u00f2 su questo la parte finale del mio intervento. Lo faccio, per semplicit\u00e0 di esposizione, rispondendo a tre domande.<\/P><br \/>\n<P>Prima domanda. Perch\u00e9 la logica del sistema paese non ha mai funzionato? Se andate a parlare con gli addetti dell\u2019ICE (morto e resuscitato), gli operatori nazionali e locali, le imprese, le banche etc etc avrete una miriade di risposte diverse. Ve le risparmio perch\u00e9 le conoscete: ciascuno degli attori in gioco scarica sugli altri le responsabilit\u00e0 principali. Sarei tentata di dedurne che la logica del sistema paese non funziona perch\u00e9 l\u2019Italia \u00e8 un paese che &#8211; culturalmente, psicologicamente &#8211; non \u00e8 proprio capace di fare sistema. <\/P><br \/>\n<P>Se ne prendessimo atto, faremmo forse un passo avanti, nell\u2019unica direzione che io considero razionale e possibile: una struttura di supporto alle imprese leggera, invece che pesante; concentrata su priorit\u00e0 geografiche e settoriali; e affidata a pochi nuovi strumenti capaci di integrare visione internazionale e supporto all\u2019espansione del sistema produttiva italiana. La filosofia della nuova ICE \u00e8 questa: l\u2019ICE fa parte di questi strumenti, cui va combinato un braccio operativo relativo ai finanziamenti (banche, Cassa depositi e Prestiti) e un nuovo Comitato Strategico per l\u2019attrazione degli investimenti.<\/P><br \/>\n<P>La realt\u00e0 la conosciamo. Le poche grandi imprese italiane non hanno bisogno di strumenti di supporto all\u2019export; semmai, hanno bisogno di accordi fra governi su aspetti specifici (dalla rimozione di dazi, agli accordi sulla difesa, ad aspetti regolatori). <\/P><br \/>\n<P>Le piccole e medie imprese hanno invece bisogno anche di quel tipo di supporto: la chiusura dell\u2019ICE \u00e8 stata certamente un errore. La nascita della nuova Agenzia \u00e8 importante, quindi. Ma non risolver\u00e0 i problemi se l\u2019attivit\u00e0 di promozione non verr\u00e0 affiancata, come prima dicevo, da investimenti esteri dell\u2019Italia e in Italia; se fra Banche e Imprese non nascer\u00e0 un progetto congiunto di internazionalizzazione; se le imprese di dimensioni minori non sceglieranno decisamente di consorziarsi.<\/P><br \/>\n<P>Rispetto a ci\u00f2, le strutture pubbliche hanno funzioni essenziali di organizzazione: dal mio punto di vista, la rete diplomatica all\u2019estero \u2013 che integrer\u00e0 gli Uffici commerciali &#8211; deve essere al servizio della proiezione economica dell\u2019Italia molto pi\u00f9 di quanto non lo sia stata fino ad oggi. Ma nessuno sforzo pubblico riuscir\u00e0 in assenza di uno sforzo privato altrettanto consistente.<\/P><br \/>\n<P>Seconda domanda La diplomazia economica di un paese come l\u2019Italia quali priorit\u00e0 deve darsi? E\u2019 una domanda non scontata per nessun paese, neanche per le principali potenze. L\u2019altro giorno, a Washington, colleghi del Dipartimento di Stato mi spiegavano che Hillary Clinton ha appena organizzato un\u2019intera giornata di discussione, con imprenditori, think tanks etc, sul rapporto fra diplomazia ed economia. Per l\u2019America, come per l\u2019Italia, la politica estera ha ormai un ruolo essenziale a favore della crescita. Ma in che modo esercitarlo in un sistema internazionale in cui l\u2019unica potenza neo-coloniale sembra quasi la Cina (con il suo peso in Africa e sui mercati delle materie prime)?. E come esercitarlo nel caso dell\u2019Italia, visto il paradosso che viviamo: la disciplina fiscale \u00e8 la condizione per continuare a contare in politica estera, partendo dall\u2019Europa; al tempo stesso, questa stessa disciplina fiscale ci obbliga a tagliare parte degli strumenti (la riduzione del bilancio della Farnesina \u00e8 rivelatoria, inclusi i tagli della cooperazione) che ci servirebbero per fare diplomazia economica. Bottom up: dobbiamo scegliere, insieme al mondo economico, delle priorit\u00e0, riducendole. E dobbiamo avere una struttura sufficientemente flessibile, che ci consenta di spostare risorse a seconda degli andamenti dei mercati. Questa giornata di discussione \u00e8 servita a definire alcune priorit\u00e0, le abbiamo sentite: meno Europa, pi\u00f9 Asia (l\u2019importanza dell\u2019India nella strategia di internazionalizzazione delle imprese lombarde \u00e8 indicativa), e io direi anche pi\u00f9 Americhe. Vi d\u00f2 solo un dato: Messico e Brasile hanno volumi di importazione di poco inferiori alla Spagna e alla Turchia. E importano soprattutto in settori \u2013 come il manifatturiero \u2013 in cui l\u2019Italia ha vantaggi comparativi. <\/P><br \/>\n<P>Ma le priorit\u00e0 non sono solo geografiche, evidentemente: si tratta di incrociare i mercati e i settori produttivi dove abbiamo vantaggi comparativi.<\/P><br \/>\n<P>In estrema sintesi: se guardo a una delle mie aree di delega, le Americhe appunto, abbiamo una forte possibilit\u00e0 di catching up, perch\u00e9 si tratta di mercati in crescita e perch\u00e9 l\u2019Italia \u00e8 chiaramente sotto-dimensionata su quei mercati. Per farlo, dobbiamo combinare azione pubblica e privata in un programma di intervento mirato, che includa una serie di azioni (dagli accordi di diplomazia economica al sostegno finanziario alle imprese).<\/P><br \/>\n<P>Terza e ultima domanda. Stiamo facendo quello che sto dicendo? S\u00ec, abbiamo cominciato a farlo. <\/P><br \/>\n<P>Abbiamo visto nel corso della mattina che nei prossimi tre anni potremo difficilmente aspettarci una crescita della domanda interna: il peso dell\u2019export e dell\u2019internazionalizzazione sar\u00e0 ancora pi\u00f9 decisivo per assicurare la crescita del PIL. La fotografia \u00e8 gi\u00e0 questa: a fronte di una produzione industriale che a febbraio \u00e8 calata dell\u20191,1% e che si trova ancora di oltre il 20% al di sotto del picco pre-crisi (aprile 2008), le esportazioni italiane hanno ripreso a crescere rapidamente dopo la flessione del 2009, hanno raggiunto il livello del 2008 e lo supereranno nei prossimi mesi. <\/P><br \/>\n<P>Come avete documentato, parecchie imprese \u2013 specie quelle lombarde &#8211; si sono gi\u00e0 attrezzate e hanno ripensato le loro strategie di internazionalizzazione, passando dalla semplice esportazione a forme pi\u00f9 complesse di penetrazione dei mercati esteri, studiando forme di aggregazione e cos\u00ec via. <\/P><br \/>\n<P>Naturalmente, si tratta di scelte che comportano profili di rischio maggiori, rispetto alla semplice attivit\u00e0 di export, e costi pi\u00f9 elevati; ma \u00e8 una scelta obbligata di fronte alla competizione globale. Le piccole imprese hanno problemi molto maggiori perch\u00e9 non dispongono dei mezzi necessari ad affrontare i mercati nuovi. La costituzione di reti di PMI e il sostegno delle istituzioni diventa fondamentale. <\/P><br \/>\n<P>Il Ministero degli Esteri ne \u00e8 consapevole. La Direzione Generale per la Promozione del Sistema Paese \u00e8 stata creata proprio per mettere al servizio del sistema produttivo italiano (economico, culturale, scientifico) le informazioni trasmesse dalla rete diplomatico-consolare (ma anche da fonti esterne). Riteniamo che sia un nostro compito essenziale quello di contribuire a una strategia integrata di promozione e coordinamento dell\u2019internazionalizzazione dell\u2019Italia.<\/P><br \/>\n<P>Naturalmente, la Farnesina non pu\u00f2 n\u00e9 vuole agire da sola. La sua attivit\u00e0 si svolge in raccordo con tutta una serie di attori, anzitutto il Ministero per lo Sviluppo Economico, le Autonomie territoriali, Confindustria, ABI, Unioncamere, Rete Italia Impresa. Non \u00e8 certo un caso che la nuova ICE sia retta da una Cabina di Regia. <\/P><br \/>\n<P>E\u2019 decisivo che la nuova Agenzia per la Promozione all\u2019estero \u2013 la nuova ICE \u2013 sia in grado di operare rapidamente, decidendo dove investire le risorse umane e finanziarie a disposizione. Come abbiamo visto, i margini per un\u2019espansione dell\u2019Italia nei mercati extra-europei sono ampi. I criteri da prendere in considerazione sono la dimensione dei mercati, i loro potenziali di crescita, le peculiarit\u00e0 della struttura produttiva italiana, la composizione dell\u2019export per settore merceologico. <\/P><br \/>\n<P>All\u2019interno di questa strategia non per l\u2019export tout court ma per l\u2019internazionalizzazione, rientrano anche le missioni imprenditoriali all\u2019estero, che sempre pi\u00f9 spesso vedono coinvolti i Ministri: rispetto alle vecchie missioni di sistema, aumenta il peso delle missioni settoriali, sempre pi\u00f9 ritagliate sulle esigenze dalle imprese e finalizzate a fornire a queste ultime adeguato supporto politico. <\/P><br \/>\n<P>Il Ministro Terzi \u00e8 appena rientrato da un viaggio in Asia, dove \u00e8 stato accompagnato da un numero di imprenditori. Io stessa a met\u00e0 maggio condurr\u00f2 una missione di diplomazia economica in Messico, Per\u00f9 e Colombia, che stiamo organizzando con Promos, Unioncamere e Confindustria. <\/P><br \/>\n<P>Stiamo anche intensificando gli eventi \u2013 Business Forum, Country Presentation &#8211; volti a presentare le opportunit\u00e0 dei singoli contesti nazionali, con il coinvolgimento delle imprese e delle ambasciate straniere; cito per tutti la Conferenza che si terr\u00e0 il 22 e il 23 marzo a Roma, dedicata ai mercati dell\u2019ASEAN.<\/P><br \/>\n<P>Concludendo, la sfida che la competizione globale pone al sistema italiano (alle istituzioni e alle imprese) pu\u00f2 essere descritta come il passaggio fra l\u2019export in senso stretto e l\u2019internazionalizzazione. <\/P><br \/>\n<P>Ci\u00f2 significa che la promozione commerciale, per quanto necessaria, non \u00e8 pi\u00f9 sufficiente. Esistono almeno due altri strumenti di grande importanza. Anzitutto, la capacit\u00e0 di attrazione e di retention degli investimenti esteri in Italia, nelle varie tipologie: fondi sovrani, investimenti dei fondi pensione, fondi di private equity, venture capital, investimenti industriali. In secondo luogo, il rafforzamento degli strumenti finanziari a disposizione delle imprese per accrescere la penetrazione dei mercati ed ovviare alla sottocapitalizzazione che affligge le nostre PMI. <\/P><br \/>\n<P>Due studi recenti indicano quanto l\u2019insufficienza di crediti (o il vero e proprio credit cruch) ledano le possibilit\u00e0 di crescita delle nostre imprese sui mercati internazionali.<\/P><br \/>\n<P>Anche guardando al caso delle imprese milanesi, con la loro dinamicit\u00e0, solo le imprese medio-grandi hanno una percentuale significativa di partecipazione straniera al proprio capitale o arrivano a fatturare all\u2019estero quasi il 50% del totale, percentuale che scende a meno del 30% per le PMI. <\/P><br \/>\n<P>Affrontare questi problemi in modo strutturale, in un\u2019ottica di lungo periodo, \u00e8 quello che il Governo sta cercando di fare, coinvolgendo gli operatori del settore. Creare una Rete pubblico\/priva \u00e8 il presupposto di una diplomazia economica aperta, che funzioni al servizio del paese. Anche per questo, e per l\u2019interesse delle cose che ho ascoltato, ringrazio Assolombarda e ISPI per avermi invitato a partecipare alla discussione di oggi.<\/P><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"(fa fede solo il testo effettivamente pronunciato) Non credo sia il mio compito, oggi, quello di valutare i mercati esteri. E\u2019 stato fatto dagli interventi che mi hanno preceduta. Riprendo solo quelle che mi sembrano le tre indicazioni principali: 1. 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