{"id":23298,"date":"2017-07-07T10:34:55","date_gmt":"2017-07-07T08:34:55","guid":{"rendered":"https:\/\/www.esteri.it\/sala_stampa\/archivionotizie\/comunicati\/2017\/07\/giro-un-piano-marshall-per-l-africa\/"},"modified":"2017-07-07T10:34:55","modified_gmt":"2017-07-07T08:34:55","slug":"giro-un-piano-marshall-per-l-africa","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.esteri.it\/it\/sala_stampa\/archivionotizie\/interviste\/2017\/07\/giro-un-piano-marshall-per-l-africa\/","title":{"rendered":"Giro: Un Piano Marshall per l`Africa: eppur  l`idea italiana si muove (Avvenire)"},"content":{"rendered":"<p>Un &#8220;Piano Marshall&#8221; per l&#8217;Africa, ovvero una visione geopolitica nel continente per investire e battere la miseria atavica. Quante volte \u00e8 stato annunciato? Gi\u00e0 fine degli anni 80 del Novecento, ad esempio, Margaret Thatcher utilizz\u00f2 la carta di un &#8220;Piano Marshall&#8221; per convincere il governo di Frederik de Klerk a rompere con la politica dell&#8217;apartheid in Sud Africa e a liberare Nelson Mandela. In tempi pi\u00f9 recenti potremmo ricordare il G8 del 2005 in Scozia, quando Tony Blair present\u00f2 un progetto di prestiti agevolati per sostenere lo sviluppo economico dell&#8217;Africa, che comprendeva anche la cancellazione del debito estero. Tali progetti si aggiungono ad altri &#8220;piani&#8221; per combattere fame e povert\u00e0. Nel 2015 l&#8217;ex ministro francese Jean-Louis Borloo ha presentato un &#8220;Piano Marshall&#8221; per ampliare la rete elettrica in tutto il grande continente. Anche Nicolas Sarkozy in piena campagna elettorale promise &#8211; in caso di vittoria &#8211; di porre l&#8217;Africa tra le priorit\u00e0 della politica estera francese, proponendo appunto un \u00abPiano Marshall per lo sviluppo\u00bb.<\/p>\n<p>Alcuni \u00a0di tali piani hanno funzionato, portando a risultati concreti, senza tuttavia risolvere il problema principale: quello di connettere assieme lo sviluppo dell&#8217;Europa e dell&#8217;Africa. Oggi la questione che ci tocca maggiormente in Europa sono i flussi migratori, per cui si parla nuovamente di &#8220;Piano Marshall&#8221; per cercare di porre fine a questa crisi. I flussi migratori impongono di riposizionare al centro del dibattito europeo il problema dello sviluppo congiunto. La sognata Eurafrica di Leopold Sedar Senghor potrebbe nascere da questa crisi. E il ruolo maggiore &#8211; va detto &#8211; \u00e8 stato e potr\u00e0 essere italiano. Riavvolgiamo il nastro. A maggio 2016 il governo Renzi propone a Bruxelles una strategia di investimenti che affianchino l&#8217;aiuto pubblico allo sviluppo. \u00c8 il Migration Compact. In parole semplici: solo in partenariato con i Paesi africani riusciremo a ottenere risultati reali. Per trattare con loro la questione dei flussi, abbiamo bisogno di una forte magnitudine di investimenti. La cooperazione da sola non ce la fa, anche perch\u00e9 le rimesse degli immigrati la superano del doppio. \u00c8 dunque il momento per un &#8220;piano Marshall&#8221;: investimenti mirati, non solo doni, per creare lavoro in terra africana e far contemporaneamente lavorare le imprese europee. Il denaro c&#8217;\u00e8: sta nella Bei, la Banca europea degli investimenti. Occorre darle mandato per operare fuori Europa. Si calcola che servano tra i 30 e i 40 miliardi. L&#8217;obiettivo \u00e8: creare sia lavoro sia un ambiente adatto per la nascita di piccole e medie imprese africane.<\/p>\n<p>Il &#8220;Mc&#8221; provoca subito divergenze: c&#8217;\u00e8 chi pensa che non si possano mescolare due terni (cooperazione e migrazioni); c&#8217;\u00e8 chi non \u00e8 interessato. L&#8217;Italia preme, e ottiene sostegno. Ma siccome a Bruxelles nulla \u00e8 semplice, il &#8220;Mc&#8221; viene diviso in due: subito la parte di capacity (sicurezza e frontiere) che sar\u00e0 collegata al Trust Fund di La Valletta gi\u00e0 esistente (il sottodimensionato parallelo africano dell&#8217;accordo con la Turchia). Il grande strumento finanziario (investimenti) viene invece purtroppo rimandato. E cos\u00ec il risultato che esce dal Consiglio europeo \u00e8 il Migration Framework, che inevitabilmente non \u00e8 ancora dotato della potenza necessaria. La cosa comunque positiva \u00e8 che l&#8217;Italia sia riuscita a mettere la questione al centro dell&#8217;agenda europea. Da quel momento iniziano numerose missioni &#8211; a seguito di quelle italiane, gi\u00e0 svolte<\/p>\n<p>dall\u2019 allora premier Renzi e dai ministri Calenda e Gentiloni. Vanno in Africa commissari Ue, \u00a0ministri francesi e tedeschi, e alla fine anche la Cancelliera Merkel. Iniziano i mini-Compact, accordi bilaterali con Paesi di transito (come il Niger) o di origine (come la Nigeria). Ma mentre attende la nascita dello strumento finanziario e preme per esso, l&#8217;Italia decide quattro cose: far aumentare comunque subito i fondi del Trust Fund La Valletta (per portarli a oltre 2 miliardi, avvicinandosi ai 3 del fondo alla Turchia); iniziare da sola con il Fondo Africa (200 milioni aggiuntivi approvati dall&#8217;ultima legge di Bilancio); aprire &#8220;corridoi umanitari&#8221; e iniziare un complesso lavoro per il contenimento dei flussi nei Paesi di origine (Libia inclusa).<\/p>\n<p>Il rifinanziamento del Trust Fund La Valletta si dimostra complicato: ci vogliono mesi per riuscirci. L&#8217;apertura dei &#8220;corridoi&#8221; \u00e8 un&#8217;idea di successo di Sant&#8217;Egidio, Chiese Evangeliche e Tavola Valdese fatta propria dal governo e sostenuta sin da principio dalla Chiesa cattolica italiana che, poi, ha deciso di sostenere come Cei la stessa iniziativa a partire dal Corno d&#8217;Africa. I &#8220;corridoi&#8221; sono contraddistinti da viaggi sicuri, sicurezza garantita e nessun costo per lo Stato. Infine il negoziato con i Paesi di origine e transito portato avanti dal governo, e con l&#8217;impulso decisivo del ministro dell&#8217;Interno Minniti, inizia a produrre accordi di trattenimento. A Bruxelles la discussione sullo strumento finanziario va avanti lentamente: si litiga per il controllo della leva finanziaria, che servir\u00e0 a moltiplicare le risorse sul mercato e a garantire le perdite, si discute con la Bei. Il negoziato coinvolge varie Direzioni generali della Commissione europea e gli Stati membri. L&#8217;Italia non molla e finalmente, nel corso del 2017, una bozza di Eip (External Investment Plan) \u00e8 pronta. Ma la trattativa ha partorito un dispositivo ancora sbilanciato: corpo grosso e testa piccola (una sola divisione&#8230;). Proprio ieri \u00e8 arrivata l&#8217;approvazione definitiva da parte del Parlamento europeo. Alla fine sar\u00e0 il Consiglio a dare l&#8217;ultima parola.<\/p>\n<p>Nel frattempo, come detto, la Cancelliera Merkel si \u00e8 recata in Africa, come avevano gi\u00e0 fatto Renzi e Gentiloni. L&#8217;idea comune \u00e8 mettere in piedi un vero piano di sviluppo con l&#8217;apporto del settore privato. Nei mini-Compact sono compresi anche i temi sulla sicurezza, l&#8217;antiterrorismo e lo Stato di diritto. Il cuore della nuova politica \u00e8 orientata a uno sviluppo che non si basi solo sull&#8217;aiuto pubblico. La Germania si \u00e8 convinta che soltanto una politica di investimenti possa funzionare, soprattutto se si vuole davvero alleviare la crisi delle migrazioni. E l&#8217;idea che l&#8217;Italia ha proposto, e che ora Berlino fa propria, \u00e8 di connettere la forza d&#8217;urto degli investimenti privati a quella dell&#8217;aiuto pubblico allo sviluppo. Una vera crescita economica si pu\u00f2 ottenere solo se il settore privato \u00e8 coinvolto. La lettera che l&#8217;Alto Rappresentante della politica estera e di sicurezza dell&#8217;Unione Europea e cinque capi di Stato e di Governo del G5 Sahel hanno inviato a questo giornale e che il direttore Tarquinio ha pubblicato e commentato domenica scorsa 2 luglio 2017 sono un&#8217;altra testimonianza del non facile, non scontato ma indispensabile processo in corso e dell&#8217;importanza di ben indirizzarlo.<\/p>\n<p>Come funzioner\u00e0, dunque, l\u2019 External Investment Plani? Si tratta di un veicolo grazie al quale 3,3 miliardi di denaro degli aiuti pubblici possono far leva sul mercato finanziario per movimentarne 44. \u00c8 il solo modo per attrarre i privati laddove non andrebbero spontaneamente, e avere anche garanzie sulle eventuali perdite. Le proposte italiane si sono dunque fatte strada. L&#8217;Africa \u00e8 divenuta una priorit\u00e0 strategica sia per economia e sicurezza, sia per le migrazioni. Su quest&#8217;ultimo tema, un vero partenariato potr\u00e0 venire alla luce per una gestione in comune delle difficolt\u00e0 e delle opportunit\u00e0. L&#8217;Africa deve essere messa in grado di non perdere la risorsa dei suoi giovani. L&#8217;Europa pu\u00f2 aiutarla a crescere. Le sfide sono reciproche: entrambi i continenti vogliono sconfiggere disoccupazione, estremismi, terrorismi e rischi connessi al cambiamento climatico e alla povert\u00e0. Concludiamo con la cronaca pi\u00f9 recente: il G7 di Taormina ha citato nel suo documento finale l&#8217;Eip. Ora il G20 lo rilancia a sua volta. C&#8217;\u00e8 da riconoscere al nostro Paese l&#8217;audacia di un progetto complessivo, la testardaggine di perseguirlo, il coraggio politico di spingersi in avanti prima degli altri. Come si \u00e8 visto, moltissimo resta da fare, ma non siamo pi\u00f9 all&#8217;anno zero.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"Un &#8220;Piano Marshall&#8221; per l&#8217;Africa, ovvero una visione geopolitica nel continente per investire e battere la miseria atavica. Quante volte \u00e8 stato annunciato? 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