{"id":23647,"date":"2015-02-13T14:52:44","date_gmt":"2015-02-13T13:52:44","guid":{"rendered":"https:\/\/www.esteri.it\/sala_stampa\/archivionotizie\/comunicati\/2015\/02\/una-strategia-per-il-dopo-charlie\/"},"modified":"2015-02-13T14:52:44","modified_gmt":"2015-02-13T13:52:44","slug":"una-strategia-per-il-dopo-charlie","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.esteri.it\/it\/sala_stampa\/archivionotizie\/interviste\/2015\/02\/una-strategia-per-il-dopo-charlie\/","title":{"rendered":"Una strategia per il dopo-Charlie (Limes)"},"content":{"rendered":"<p><strong><i>G<\/i><\/strong><i>LI ATTACCHI DI PARIGI CI COSTRINGONO<\/i><\/p>\n<p><i>a ripensare il nostro approccio ai musulmani di casa come anche ai conflitti nel Grande Medio Oriente. Quattro voci e molte idee (diverse) per attrezzarci alle sfide che minacciano la sicurezza e la coesione delle societ\u00e0 europee.<\/i><\/p>\n<p><i>Cinque suggerimenti per evitare la trappola dello scontro di civilt\u00e0 <\/i>di <i>Francisco <\/i><i>DE <\/i><i>B<\/i><i>ORJA <\/i><i>L<\/i><i>ASHERAS <\/i><i>e <\/i><i>Mattia <\/i><i>T<\/i><i>OALDO<\/i><\/p>\n<p>In seguito agli attentati di Parigi, i politici e i <i>decision-makers <\/i>sono sotto pressione per impedire nuovi attacchi jihadisti e rassicurare la popolazione. Le misure che saranno prese avranno serie implicazioni per le libert\u00e0 e i diritti civili contemplate dal nostro sistema democratico. Un sistema, va riconosciuto, gi\u00e0 significativamente eroso. Da una parte, un decennio e mezzo di guerra globale al terrorismo ha conosciuto frequenti violazioni del diritto interno e internazionale e risposte prevalentemente militari \u2013 solo ridimensionate dall\u2019approccio pi\u00f9 mirato di Barack Obama. Dall\u2019altra, dall\u201911 settembre i paesi europei hanno approvato diverse politiche controverse come la detenzione e la sorveglianza di massa dei cittadini. Un ulteriore aspetto del problema della risposta alle vicende francesi \u00e8 la pressione esercitata dalle crescenti ondate dei partiti eurofobi, islamofobi e anti-immigrazione. Se gli ultimi 14 anni ci insegnano qualcosa \u00e8 che un simile approccio da parte dei leader europei non funzioner\u00e0. Non solo, si \u00e8 rivelato controproducente per la sicurezza europea e per il suo ordine sociale. \u00c8 tempo di ricavare qualche lezione da questo periodo. Per andare oltre e non proseguire in una spirale retrograda.<\/p>\n<p>di <i>Francisco <\/i><i>DE <\/i><i>B<\/i><i>ORJA <\/i><i>L<\/i><i>ASHERAS <\/i><i>e <\/i><i>Mattia <\/i><i>T<\/i><i>OALDO<\/i><i>, <\/i><i>Mario <\/i><i>G<\/i><i>IRO<\/i>,<i>Germano <\/i><i>D<\/i><i>OTTORI <\/i><i>e <\/i><i>Rosario <\/i><i>A<\/i><i>ITALA<\/i><\/p>\n<p><i>\u00a0<\/i><\/p>\n<p><i>L\u2019importanza del discorso pubblico<\/i><\/p>\n<p>La retorica scatenata dagli attacchi \u00e8 di per s\u00e9, in gran parte, fonte di preoccupazione. Nonch\u00e9 rivelatrice di una conoscenza sorprendentemente limitata del mondo musulmano, del fenomeno dell\u2019immigrazione e dei complessi cambiamenti delle societ\u00e0 arabe sperimentati a partire dalle rivolte del 2011. Per nulla limitata a forze come il Front national in Francia o il movimento Pegida in Germania, questa retorica a volte si tinge di islamofobia. Cos\u00ec il problema viene ridotto a una radice confessionale: l\u2019islam sarebbe una religione violenta e inerentemente incompatibile con qualunque forma di modernit\u00e0. Di qui la minaccia alle societ\u00e0 europee e occidentali. In una preoccupante attribuzione di responsabilit\u00e0 collettiva \u2013 pi\u00f9 adatta ai tempi bui del passato dell\u2019Europa e che gioca a favore del vittimismo dell\u2019islamismo radicale \u2013 questa narrazione stigmatizza i musulmani europei, da Neuk\u00f6lln alla Bosnia o all\u2019Albania, che aspirano all\u2019Ue. Cittadini e popoli che hanno gi\u00e0 sopportato il peso di alcuni aspetti delle politiche antiterroristiche.Ovviamente, a questa retorica conviene dimenticare la storia moderna dell\u2019Europa. Attacchi crudeli come quello perpetrato contro i giornalisti di <i>Charlie Hebdo <\/i>erano per esempio all\u2019ordine del giorno nei villaggi della Bosnia orientale degli anni Novanta, testimoni di orribili atrocit\u00e0 anche a sfondo religioso perpetrate dai cetnici cristiano-ortodossi (nazionalisti serbi), soprattutto contro le popolazioni musulmane bosniache. Vale la pena ricordare che \u00e8 musulmana la maggioranza delle vittime deljihadismo nel \u00abGrande Medio Oriente\u00bb. Solo a titolo d\u2019esempio, secondo alcune stime pi\u00f9 di met\u00e0 dei 61 giornalisti uccisi nel 2014 era musulmana 1, ma i media occidentali si sono concentrati soprattutto sulle decapitazioni dei loro colleghi americani o europei. L\u201982% delle violenze legate al terrorismo islamista si sono concentrate in cinque paesi a maggioranza musulmana: Iraq, Afghanistan, Pakistan, Nigeria e Siria. Il 90% degli attentati si \u00e8 verificato in Stati dove si registrano frequenti violazioni dei diritti umani. I principali fattori associati al terrorismo, secondo il Global Terrorism Index, sono le \u00abviolenze sostenute dallo Stato come uccisioni extragiudiziali, rivendicazioni di gruppo e alti tassi di criminalit\u00e0\u00bb 2.Soprattutto, la dominante retorica della \u00abguerra al terrorismo\u00bb o della \u00abguerra di civilt\u00e0\u00bb, piaga delle argomentazioni di molti politici europei (vedi il premier francese Manuel Valls e la sua dichiarazione di \u00abguerra contro il jihadismo\u00bb) e degli esperti spesso astrae del tutto dai vari fattori che alimentano il terrorismo islamico. Il discorso sulla guerra, in linea con quello scaturito dall\u201911 settembre, si accompagna spesso alle consuete categorie \u00abnoi contro loro\u00bb e alle proclamazioni della superiorit\u00e0 morale dell\u2019Occidente. La guerra richiede inevitabilmente uno stato quasi permanente di eccezione e di misure straordinarie, con un ampio margine di discrezione riconosciuto ai governi. Si dimentica spesso che le dinamiche di potere interne al mondo arabo e musulmano hanno incoraggiato, soprattutto a partire dagli anni Settanta, le visioni pi\u00f9 conservatrici o reazionarie dell\u2019islam. Servite a loro volta a giustificare il ricorso alla violenza. Soprattutto nella galassia sunnita, i paesi protagonisti di questa ondata reazionaria sono stati e sono tuttora importanti alleati dell\u2019Occidente. La crisi economico-finanziaria ha poi approfondito l\u2019influenza di molti paesi del Golfo in diversi Stati europei, in termini di investimenti, acquisti di armi o di importanti aziende. Cos\u00ec riducendo significativamente l\u2019indipendenza europea nel confrontarsi con le minacce del radicalismo islamista. Gli attacchi di Parigi e l\u2019evidente fiammata del terrorismo islamista nel mondo meritano una risoluta e complessiva valutazione dei fattori scatenanti e di lungo periodo in grado di spiegare il fenomeno e indicare misure equilibrate per contenerlo. Un simile sforzo deve abbracciare gli affari domestici, la giustizia, le politiche interne dei paesi europei, il nostro stesso discorso politico e, da ultima, la politica estera. Questo riassetto non deve puntare solo ad arginare la minaccia e a prevenire nuovi attentati, n\u00e9 ad azzerare tutte le politiche esistenti. Serve piuttosto a innescare un esercizio di apprendimento delle lezioni emerse dall\u2019applicazione di queste politiche in seguito all\u201911 settembre e agli attentati di Madrid, Londra o Parigi. A suggerire un simile sforzo \u00e8 il profilo stesso di terroristi come i fratelli Kouachi e Coulibaly, simbolo del doppio fallimento delle politiche d\u2019integrazione francesi e dell\u2019intelligence. Molte di queste lezioni, specie nel campo delle politiche estere e di sicurezza europee, non sono altro che mappature. Ma proprio questo richiedono le complesse minacce alla sicurezza, non altre ricette <i>pr<\/i>\u00ea<i>t-\u00e0-porter<\/i>.<\/p>\n<p><i>Prima lezione: il vicinato, una priorit\u00e0 per la sicurezza<\/i><\/p>\n<p>Sospinti da una nuova leadership e da una spirale di instabilit\u00e0 attorno ai nostri confini, gli europei hanno di recente iniziato una revisione della politica di vicinato dell\u2019Ue. \u00c8 pi\u00f9 che mai valido l\u2019obiettivo strategico dell\u2019Unione di costruire un anello di societ\u00e0 dove vigano lo Stato di diritto e una buona <i>governance<\/i>, come bastione contro l\u2019instabilit\u00e0. Gli Stati falliti e le guerre civili offrono asilo ai movimenti jihadisti e attirano i <i>foreign fighters <\/i>europei. Ecco perch\u00e9 una delle priorit\u00e0 deve ancora essere quella di ridurre gli spazi non governati dove le organizzazioni terroristiche prosperano e che circondano i paesi pi\u00f9 prossimi all\u2019Europa. Basta un rapido sguardo alla carta geografica: Libia, Sinai, Yemen, Gaza, Siria, parti dell\u2019Ucraina. Persino i Balcani occidentali, incamminati verso un futuro nell\u2019Ue, sono meno stabili di quanto non sembrasse qualche anno fa e crescono i dubbi riguardo alle connessioni balcaniche dei combattenti stranieri. Affrontare i nostri problemi di sicurezza impone dunque di guardare oltre i nostri confini. Trovare un modo efficace per stabilizzare questo spicchio di mondo \u00e8 una chiave per arrivare alla pace e alla sicurezza. In Europa, non solo fuori dall\u2019Europa. Ora, raggiungere questi obiettivi generali si \u00e8 dimostrato uno sforzo improbo e irto di dilemmi. Ripensare il nostro approccio alle societ\u00e0 non europee e ai loro processi intestini \u00e8 fondamentale. Esportare il nostro modello politico e le nostre istituzioni non funziona. Si sta rivelando problematico in Bosnia e in Kosovo e lo sar\u00e0 inevitabilmente in Marocco e in Libano. Per di pi\u00f9, l\u2019influenza politica degli europei diminuisce mentre quella di altri attori aumenta. Per iniziare, \u00e8 essenziale fissare priorit\u00e0 e, forse, livelli di ambizione diversi, nonostante la comprensibile aspirazione di intrattenere buone relazioni con tutti i vicini. La triste realt\u00e0 \u00e8 che gli europei non hanno priorit\u00e0 condivise nel vicinato allargato, che include il Sahel e il Golfo di Guinea. Se si pensa a possibili santuari del terrorismo, \u00e8 forte l\u2019incentivo perch\u00e9 l\u2019Europa coinvolga il Sahel e la Libia in iniziative per la stabilizzazione e il contenimento di possibili contagi. In una prospettiva di lungo termine, vi \u00e8 un simile incentivo strategico per sostenere il consolidamento della democrazia in Tunisia, le riforme in Ucraina e Moldova e una pace reale nei Balcani. I teatri s\u2019influenzano a vicenda: un successo in Tunisia nel combinare sicurezza e Stato di diritto rappresenter\u00e0 sia un esempio sia un argine per Tripoli, mentre la guerra civile libica potrebbe certamente intaccare la transizione nel paese dei gelsomini, rafforzando la branca locale dello Stato Islamico (Is) e catalizzare l\u2019arrivo di terroristi, per non parlare della tragedia umanitaria dei rifugiati e dei migranti.<\/p>\n<p><i>Seconda lezione: la geopolitica conta, ma anche la democrazia<\/i><\/p>\n<p><i>\u00a0<\/i><\/p>\n<p>Con l\u2019aumento dell\u2019instabilit\u00e0 dei vicini e della minaccia jihadista, gli europei stanno in parte rispolverando le alleanze con i regimi autoritari, dal vago sapore pre-2011. L\u2019idea di ricorrere ai \u00abS\u00f8s\u00f8 per contenere l\u2019Isis\u00bb in Siria o in Libia \u00e8 radicata in molti decisori e diplomatici europei. I dilemmi della <i>Realpolitik <\/i>possono essere inevitabili in certi casi. Come quello del Marocco, solido Stato dalla democrazia imperfetta e dalla fedina penale macchiata sui diritti umani, partner della lotta contro il jihadismo di paesi come Spagna e Francia. Il bilanciamento non \u00e8 mai perfetto. Idealmente, gli europei dovrebbero dotarsi di una diplomazia dinamica con i propri partner e spingere su entrambi i dossier. I compromessi devono essere costantemente rivalutati: quel che era accettabile prima del 2011 potrebbe (dovrebbe) non esserlo ora. Tuttavia, in altre occasioni, i compromessi tra sicurezza e democrazia sono chiaramente fallaci e alla lunga rappresentano un viatico per un aumento dell\u2019instabilit\u00e0 e della violenza. La storia ha dimostrato che un governo inclusivo \u00e8 migliore di una dittatura, che solitamente poggia su politiche divisive. In questo, l\u2019ambiguit\u00e0 europea nei confronti di al-S\u00f8s\u00f8, della repressione della Fratellanza musulmana, delle uccisioni e delle generalizzate violazioni dei diritti umani potrebbe rivelarsi un esempio da manuale di scarsa lungimiranza e di fallimento morale. \u00c8 legittimo chiedersi se ci sia pi\u00f9 terrorismo islamista oggi in Egitto rispetto alla primavera del 2013. In generale, qualora diventassero la norma, le inconsistenze rafforzerebbero la narrazione jihadista e si ritorcerebbero contro gli europei in altre crisi. \u00c8 dunque sbagliato lasciare che la politica estera sia guidata unicamente dagli imperativi geopolitici. Peggio, pu\u00f2 addirittura minacciare la nostra sicurezza nel medio o lungo periodo. La democratizzazione e la responsabilizzazione hanno un impatto pure sulla nostra sicurezza, anche se conducono a scenari sgraditi, come l\u2019islam moderato al potere in alcuni Stati confinanti. Le domande popolari non possono essere aggirate a lungo, nell\u2019epoca di quello che Brzezinski chiama \u00abrisveglio politico globale\u00bb. Come reagir\u00e0 l\u2019Europa a un aumento della repressione da parte di regimi dittatoriali e delle grandi potenze? Ecco perch\u00e9 l\u2019obiettivo di una reale democrazia \u2013 che l\u2019Ue si \u00e8 dato dopo lo scoppio delle rivolte arabe \u2013 deve occupare un posto centrale nella nostra politica estera. Il problema continua a essere bilanciare gli standard universali con le circostanze locali. In certi casi, gli europei si dovranno forse preparare per modelli imperfetti e definire molto attentamente il loro sostegno. Sempre tenendo a mente che le trasformazioni delle societ\u00e0 impiegano generazioni a consolidarsi, in mezzo a tensioni, lotte per il potere e pure veri e propri conflitti. Se l\u2019Europa ambisce a essere un attore strategico deve pazientare, come accade per altri dossier, per esempio la campagna contro i cambiamenti climatici. Resta comunque la necessit\u00e0 di un potente incentivo strategico e morale perch\u00e9 l\u2019Europa impedisca alla primavera araba di diventare un inverno arabo. E riveda il suo approccio a questi complessi processi. Alcuni degli strumenti costituiti dall\u2019Ue, come i programmi della politica per il vicinato sulla societ\u00e0 civile, s sono dimostrati secondari. Mentre una determinata diplomazia e il coinvolgimento politico sperimentati da alcuni funzionari europei di alto livello si sono rivelati una componente importante nel successo tunisino.<\/p>\n<p><i>Terza lezione: il dilemma dell\u2019intervento militare<\/i><\/p>\n<p><i>\u00a0<\/i><\/p>\n<p>La spinta a favore degli interventi militari a guida occidentale non si \u00e8 attenuata nemmeno dopo l\u2019Iraq e l\u2019Afghanistan e con governi e opinioni pubbliche estremamente riluttanti a imbarcarsi in impegni illimitati in teatri complessi. Al contrario, nel generale collasso dell\u2019ordine, della <i>governance <\/i>regionale e degli Stati dal Sahel al Medio Oriente, aumenteranno le spinte a intervenire in crisi che coinvolgono popolazioni musulmane. Ma continueranno anche i dilemmi dei governi europei e americani, senza che nessuno trovi un\u2019inesistente regola generale affinch\u00e9 queste operazioni militari abbiano un impatto sulla lotta al jihadismo o quantomeno raggiungano l\u2019obiettivo (arginare tragedie umanitarie o ridurre l\u2019instabilit\u00e0). Tuttavia, l\u2019esperienza degli ultimi quindici anni serba alcune lezioni sull\u2019opportunit\u00e0 e sulle modalit\u00e0 dell\u2019intervento. Una di queste \u00e8 che le operazioni militari occidentali non devono mai sostituirsi alla riconciliazione nazionale e a genuine strategie regionali condivise, per esempio tra Iran e Arabia Saudita,per combattere lo Stato Islamico (Is). Un\u2019altra lezione \u00e8 che evitare a tutti i costi qualunque forma di intervento per non rischiare un altro Iraq, come in Siria nel 2011 o nel 2013 dopo l\u2019attacco chimico, pu\u00f2 generare una situazione altrettanto intricata. Come iniziano a capire Obama e la coalizione internazionale contro l\u2019Is. In generale, i governi occidentali dovrebbe maneggiare con cautela la retorica dell\u2019intervento, se non vogliono restarne prigionieri. La Siria \u00e8 un triste esempio di come gli attori regionali, lasciati quasi del tutto soli dagli europei, se non addirittura con la loro compiacenza, hanno deciso di combattere una guerra per procura invece di trovare quegli accordi che avrebbero impedito l\u2019ascesa dell\u2019Is. Non solo le potenze del Golfo e Teheran non sono riuscite a convergere contro il califfato, ma la spaccatura tra i sunniti ha generato una corsa ad armare gli elementi pi\u00f9 radicali dell\u2019opposizione siriana, emarginando l\u2019ala pi\u00f9 pacifica. Gli interventi chirurgici, come quello in Libia, possono anche portare risultati nel breve periodo (impedire un massacro a Bengasi), ma il successivo vuoto di potere pu\u00f2 generare ancora pi\u00f9 instabilit\u00e0, Stati falliti e covi per i terroristi. La stessa Libia dimostra che gli interventi in paesi musulmani sono sempre insidiosi. Primo, perch\u00e9 sono spesso presentati come interventi occidentali, mentre paesi come il Qatar o gli Emirati svolgono ruoli cruciali. Secondo, perch\u00e9 in questi teatri nascono rivalit\u00e0, come quella tra le due potenze arabe citate sopra. Terzo, perch\u00e9 queste rivalit\u00e0 possono sovrapporsi alle faglie interne, come nel caso libico in cui Qatar ed Emirati sostengono diverse fazioni del fronte anti-gheddafiano che ora alimenta la guerra civile. La Libia \u00e8 inoltre un esempio di come l\u2019intervento in s\u00e9 non sia sbagliato,ma possa rivelarsi dannoso se manipolato dagli attori regionali e locali per avanzare i propri interessi, quasi mai pacifici. Inoltre, l\u2019intervento militare dovrebbe andare di pari passo con una chiara strategia relativa agli esiti del conflitto, focalizzata sulla necessit\u00e0 di una condivisione del potere tra i vincitori e concertata con le potenze regionali. In altre parole, dovrebbe essere il pi\u00f9 chirurgico possibile \u2013 intrapreso unicamente per raggiungere scopi minimi come per esempio l\u2019eliminazione di determinate capacit\u00e0 in seguito a un massacro \u2013 e dovrebbe evitare la trappola del cambio di regime a tutti i costi. Pi\u00f9 in generale, gli europei e gli americani hanno un disperato bisogno di colmare il divario di conoscenza che li separa dal Medio Oriente. C\u2019\u00e8 una forte necessit\u00e0 di condividere l\u2019intelligence e di conoscere l\u2019ambiente strategico, i possibili partner, i rivali e gli attori cooptabili. Mediare accordi di pace pu\u00f2 portare a stringere alleanze occasionali anche con gruppi islamisti pacifici o democratici. In passato l\u2019errore \u00e8 stato di consentire agli alleati regionali dell\u2019Occidente di finanziare gruppi islamisti non democratici n\u00e9 tantomeno pacifici. Niente di peggio di fare di tutti gli islamisti un fascio, mettendo insieme sia quelli che si battono per un islam politico attraverso le urne sia quelli che condannano questa strategia, come An\u00e2\u00e5r al-4ar\u00f8\u2018a in Libia. La diplomazia europea dovrebbe ambire a intessere una rete di alleanze, seppur fragili, e far perno sulle organizzazioni multilaterali per inserire l\u2019intervento nel pi\u00f9 ampio contesto delle iniziative di pace e sicurezza. Svolgere attivit\u00e0 di mediazione nel breve periodo deve essere sempre parte di una fine e credibile strategia di lungo termine. In questo senso, un\u2019altra lezione \u00e8 che gli accordi di pace devono tenere conto del margine di manovra concesso dalle circostanze locali e regionali, anche se portano a risultati non soddisfacenti per gli standard occidentali. Ma come Dayton e l\u2019esperienza nei Balcani in generale insegna, gli europei possono anche imparare a non forzare accordi di pace che limitano le scelte dei paesi coinvolti. Infine, la <i>d\u00e9b\u00e2cle <\/i>della guerra in Iraq e lo sconvolgimento dell\u2019ordine regionale che ne \u00e8 seguito, senza contare le colossali perdite umane, hanno senza alcun dubbio contribuito in vari modi a radicalizzare migliaia e migliaia di musulmani nel mondo. E in Europa, dai quartieri multiculturali di Londra alle <i>banlieues <\/i>parigine, come nel caso di almeno uno degli attentatori di Parigi. Ma i jihadisti sfrutteranno sempre qualunque azione dei governi occidentali. Il rischio di altri attentati non svanir\u00e0. Una meticolosa politica dovr\u00e0 quindi valutare attentamente i pro e i contro di un intervento nei paesi musulmani. Questo per\u00f2 non significa che gli europei dovranno starsene in disparte mentre le minoranze etniche e religiose e gli iracheni in generale vengono massacrati per mano dell\u2019Is.<\/p>\n<p><i>Quarta lezione: polizia e giustizia, non guerra<\/i><\/p>\n<p>Dichiarare guerra al terrorismo \u00e8 facile e piace ai media. Ma se si guarda alle opzioni concrete e realistiche, a funzionare qui in Europa \u00e8 un\u2019efficace combinazione di giustizia, polizia e politiche intelligenti. Alcuni strumenti hanno gi\u00e0 dimostrato la loro validit\u00e0 in passato. Altri richiederebbero faticosi compromessi politici in comunit\u00e0 spazzate dall\u2019antieuropeismo. In primo luogo, se il problema \u00e8 la libert\u00e0 di muoversi liberamente all\u2019interno dell\u2019Ue, dovremmo allora accelerare la creazione di un\u2019effettivo ministero dell\u2019Interno dell\u2019Unione in cui la condivisione dell\u2019intelligence e degli strumenti d\u2019indagine sia rapida e automatica. Se oggi scambiarsi informazioni \u00e8 un\u2019opportunit\u00e0, domani deve essere un obbligo. Piuttosto che riesumare i controlli alla frontiera dentro l\u2019area di Schengen, i decisori europei potrebbero ricorrere a due strumenti parte di quel trattato: l\u2019European Police Office (Europol) e lo Schengen Information System. Secondo quanto riferisce la stampa, a Hayat Boumedienne, complice degli attentatori di Parigi, \u00e8 bastato andare in Spagna per evitare il sistema di sicurezza transalpino e volare in Turchia per dirigersi in Siria. Se le informazioni su di lei fossero state condivise automaticamente all\u2019interno dei meccanismi esistenti, la sua fuga s arebbe stata molto pi\u00f9 ardua. In secondo luogo, invece di annunciare nuove e speciali leggi antiterrorismo o sistemi di sorveglianza, sarebbe meglio incrementare le capacit\u00e0 investigative di modo che gli inquirenti non debbano ricorrere al <i>triage <\/i>cui sono stati costretti in Francia: smettere di controllare terroristi conosciuti e cresciuti in patria per concentrarsi sui combattenti stranieri. Peccato che i primi, non i secondi, siano i responsabili degli attacchi di Parigi. Un terzo punto importante \u00e8 la lotta ai colletti bianchi dell\u2019estremismo, a chi ricicla denaro, fornisce risorse finanziarie, appoggia in segreto i terroristi, acquista le armi. Perseguire queste figure e, dove possibile, negare loro l\u2019accesso al territorio europeo e ai mercati finanziari modificherebbe i calcoli del jihadismo. Tendiamo a dimenticare che le moderne organizzazioni terroristiche spesso condividono molte delle caratteristiche della mafia. L\u2019Italia dovrebbe avere una discreta <i>expertise <\/i>da condividere con i suoi partner. Lungi dall\u2019essere esaustivi, questi tre aspetti sono importanti per l\u2019approccio dell\u2019Europa al suo vicinato: la reazione agli attacchi di Parigi si \u00e8 focalizzata sulle libert\u00e0 e sulla tolleranza proprio in un periodo in cui il continente sta diventando meno tollerante, pi\u00f9 xenofobo e pi\u00f9 ossessionato dallo straniero. Una deriva non solo ingiusta. Ma pure del tutto inefficace.<\/p>\n<p><i>Quinta lezione: difendere gli standard internazionali ed europei<\/i><\/p>\n<p><i>sui diritti umani<\/i><\/p>\n<p>Un\u2019altra cruciale lezione degli ultimi anni \u00e8 che se stai dalla parte dei diritti umani, della democrazia e dello Stato di diritto devi essere coerente. Sia nei confronti dei tuoi alleati e dei tuoi partner nella lotta contro il terrorismo islamista sia nelle tue scelte politiche. Una scomoda verit\u00e0 di questi anni \u00e8 che gli europei, dalla <i>rendition <\/i>della Cia alla tortura, hanno tollerato, agevolato e spesso attivamente contribuito a seri abusi dei diritti umani e altre violazioni del diritto internazionale, per non parlare delle legislazioni interne. Pratiche che hanno coinvolto in maggioranza i musulmani \u2013 molti dei quali cittadini europei rivelatisi innocenti \u2013 e, ugualmente irritante, per le quali i governanti sono stati chiamati a rispondere solo in parte: le rivelazioni sulle oscene torture guidate dalla Cia confermate dal rapporto Feinstein del Senato degli Stati Uniti non porteranno ad alcuna incriminazione. Di simile avviso le opinioni giuridiche in qualche paese europeo sul programma di <i>rendition <\/i>dell\u2019agenzia di spionaggio americana: l\u2019Audiencia Nacional spagnola, per esempio, ha di recente archiviato il procedimento. Tutto ci\u00f2 ha seriamente intaccato, forse senza rimedio, la reputazione normativa dell\u2019Occidente e dell\u2019Europa. Il profondo impatto nel mondo musulmano della proliferazione di immagini di uomini incappucciati legati come fossero in croce, con scosse elettriche ai loro genitali, ci perseguiter\u00e0. Simili abusi soffiano sulle fiamme dell\u2019estremismo, ingrossando le file delle reclute del <i>jih\u00e5d<\/i>. E hanno spesso fornito pochissime informazioni o prove da usare nella lotta al terrorismo. Anzi, queste pratiche si sono rivelate pateticamente inefficaci, come dimostra l\u2019uccisione di bin Laden, permessa da informazioni ottenute per vie legali. Nella lotta alla minaccia del terrorismo, \u00e8 necessaria un\u2019uguale lotta all\u2019impunit\u00e0 dei nostri abusi.<\/p>\n<p><i>Conclusioni<\/i><\/p>\n<p>La minaccia del terrorismo islamista \u00e8 destinata a durare. In un\u2019\u00e8ra segnata da un\u2019insicurezza globalizzata e da social media che veicolano odio, dobbiamo accettare certi livelli di pericolo. Non si pu\u00f2 contenere questa minaccia con facili scelte politiche, nonostante ne esistano alcune che hanno dimostrato la loro efficacia senza necessariamente alterare il nostro stile di vita. La premura con cui alcuni governi europei stanno spingendo per nuove restrizioni, arrivando a ventilare pure nuovi Patriot Act, bench\u00e9 comprensibile dal punto di vista delle responsabilit\u00e0 pubbliche, dovrebbe essere fonte di preoccupazione. Troppo spesso i capricci di politici miopi hanno prevalso su altre opzioni pi\u00f9 solide. Troppo spesso gli obiettivi politici hanno ignorato i fatti portati alla luce dall\u2019intelligence. Troppo spesso la stessa intelligence ha violato diritti e libert\u00e0 cruciali. E troppo spesso questi abusi sono stati insabbiati all\u2019occorrenza. Oggi l\u2019Europa \u00e8 un po\u2019 meno libera,meno tollerante e meno sicura. Almeno in questo, i terroristi hanno vinto. In termini di politica estera, questo flagello non fa altro che rafforzare l\u2019incentivo ad approfondire il nostro coinvolgimento nelle sfide per la pace e la sicurezza dei nostri vicini, bench\u00e9 sopravvivano ardui dilemmi. Oggi pi\u00f9 che mai serve una rapida e agile diplomazia degli statisti in grado di bilanciare la geopolitica con i princ\u00ecpi, gli strumenti militari con la democrazia e la responsabilizzazione. In patria, rinforzare il nostro modello fondato su democrazia, diversit\u00e0 e libert\u00e0 civili deve far parte della risposta al jihadismo. E le misure specifiche d\u2019intelligence tese a sventare attentati e a contenere la radicalizzazione devono dimostrarsi perfettamente compatibili con i contrappesi democratici e giuridici. Queste sono politiche efficaci. Non elimineranno il terrorismo islamista, ma di certo non peggioreranno il problema, neutralizzandone alcuni fattori e contribuendo nel lungo periodo a ridurre la minaccia. Se non altro, l\u2019esperienza successiva all\u201911 settembre mostra la necessit\u00e0 di dare un taglio alla narrazione di una guerra al terrorismo che ha contribuito all\u2019insicurezza, all\u2019instabilit\u00e0 regionale e all\u2019estremismo. Continuare a parlare di scontri di civilt\u00e0 non far\u00e0 altro che avverarne la profezia. Immergendoci in scenari inizialmente impensabili.<\/p>\n<p><i>(traduzione di Federico Petroni)<\/i><\/p>\n<p><i>\u00a0<\/i><\/p>\n<p><i>\u2018Il jihadismo si sconfigge nelle scuole e nelle periferie\u2019<\/i><\/p>\n<p>Conversazione con Mario GIRO, sottosegretario agli Esteri<\/p>\n<p>a cura di <i>Niccol\u00f2 <\/i><i>L<\/i><i>OCATELLI<\/i><\/p>\n<p><i>\u00a0<\/i><\/p>\n<p><strong>LIMES <\/strong>Prima l\u2019ascesa dello Stato Islamico (Is), poi gli attentati a Parigi. In diverse forme, il terrorismo jihadista torna a colpire. Con quale obiettivo?<\/p>\n<p><strong>\u00a0<\/strong><\/p>\n<p><strong>GIRO <\/strong>Il vero obiettivo \u00e8 la leadership del mondo sunnita, per la quale c\u2019\u00e8 nell\u2019islam una contesa che dura da tempo. \u00c8 un conflitto che a volte attraversa fasi acute come quella attuale, favorite anche dalle nostre reazioni (leggi: guerre in Medio Oriente e crisi lasciate aperte). I terroristi vogliono farci reagire istericamente, portarci sul loro terreno per ottenere una vittoria simbolica: far prevalere la paura e costringerci a modificare la qualit\u00e0 della nostra democrazia. In tale ottica ricorrono a tutto l\u2019armamentario del marketing politico e propagandistico, usando con destrezza anche i social media. Naturalmente non possiamo lasciare loro l\u2019egemonia nel Medio Oriente n\u00e9 possiamo regalare tutto l\u2019islam ai jihadisti considerandolo nemico della civilt\u00e0. Dobbiamo mantenere la lucidit\u00e0, allearci con i musulmani che non vogliono la guerra, negoziare con i sunniti che si oppongono agli estremisti, sostenere il dialogo tra le religioni e favorire un \u00abislam europeo\u00bb che condivida i nostri valori.<\/p>\n<p><strong>LIMES <\/strong><strong>Cosa pu\u00f2 fare l\u2019Occidente per sconfiggere il jihadismo?<\/strong><\/p>\n<p><strong>GIRO <\/strong>I governi occidentali, europei <i>in primis<\/i>, devono fare la loro parte. Ci\u00f2 vuol dire rafforzare la sicurezza, accettando di cooperare maggiormente in ambiti (polizia e intelligence) che toccano nel vivo la sovranit\u00e0 nazionale di ogni paese. L\u2019Unione Europea ha inoltre bisogno di una politica migratoria e d\u2019asilo comune. Un aspetto poco considerato ma fondamentale \u00e8 quello del controllo delle carceri, che assieme alle moschee irregolari sono uno dei luoghi preferiti dal proselitismo jihadista. La cultura ha un ruolo importante: bisogna difendere il valore della convivenza. Il contrasto al terrorismo non pu\u00f2 che passare dalla scuola, l\u2019istituzione pi\u00f9 odiata dai terroristi e conseguentemente quella che pi\u00f9 dobbiamo proteggere. Ci siano d\u2019esempio il premio Nobel per la pace Malala e suo padre, che ha avuto sempre l\u2019ambizione di fondare scuole anche nella valle dello Swat, quella parte di Pakistan e di mondo sunnita pi\u00f9 conservatrice e retriva. In tutto ci\u00f2, \u00e8 fondamentale mettere in chiaro che non stiamo dichiarando guerra all\u2019islam. I jihadisti odiano le scuole, sono contro l\u2019istruzione delle bambine.<\/p>\n<p><strong>LIMES <\/strong><strong>Qualcuno ha ventilato l\u2019ipotesi di sospendere gli accordi di Schengen<\/strong>.<\/p>\n<p><strong>GIRO <\/strong>Come ha dichiarato il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, la sospensione degli accordi di Schengen sarebbe una resa al terrorismo e non una risposta alla vera sfida che questo ci pone. I responsabili degli ultimi atti terroristici, compresa la strage di Parigi, sono cittadini europei di seconda o terza generazione, non cittadini stranieri sbarcati da poco sul nostro continente. Il terrorista non rischia certo la morte su un barcone\u2026 La minaccia non \u00e8 arrivata da fuori ma da dentro. Dobbiamo interrogarci su cosa ci\u00f2 significhi, come ha detto il premier Matteo Renzi.<\/p>\n<p><strong>LIMES <\/strong><strong>Avrebbe senso un intervento di terra contro lo Stato Islamico?<\/strong><\/p>\n<p><strong>GIRO <\/strong>La guerra \u00e8 uno strumento superato, oltre ad essere il terreno di scontro preferito da chi vuole la distruzione della collaborazione internazionale. Da sola non pu\u00f2 funzionare: se una forma di intervento \u00e8 necessaria, occorre darsi uno strumento nuovo. \u00c8 un dilemma cui ancora non c\u2019\u00e8 risposta: quando intervenire, come, con quali mezzi? Ci vuole una politica. Tramite l\u2019Onu, la comunit\u00e0 internazionale potrebbe ad esempio dotarsi di una forza di sicurezza e di polizia internazionale, anche con mezzi militari, che sia legittima e soprattutto efficace \u2013 caratteristica quest\u2019ultima difficile da soddisfare, dato che ormai le guerre non le vince pi\u00f9 nessuno. La generica \u00abchiamata alle armi\u00bb di chi vuole lo scontro di civilt\u00e0 \u00e8 una riposta isterica che aumenta la patologia. Per convincere cuori e menti in Medio Oriente non bastano denaro e armi. In generale, se intervento deve essere, allora occorre fare presto, senza lasciar marcire le situazioni. Spesso la politica \u00e8 troppo lenta. Per quanto riguarda lo Stato Islamico, occorre coinvolgere tutti gli attori esterni della crisi: \u00e8 meglio che essi siano parte della soluzione piuttosto che del problema.<\/p>\n<p><strong>LIMES <\/strong><strong>Il mondo musulmano \u00e8 la prima vittima del terrorismo jihadista. Cosa possono fare l\u2019opinione pubblica islamica e i governi dei paesi arabi per combatterlo?<\/strong><\/p>\n<p><strong>\u00a0<\/strong><\/p>\n<p><strong>GIRO <\/strong>L\u2019islam deve compiere un percorso al suo interno, isolando i violenti, come auspicano del resto molti teologi e imam. Basti pensare alla lettera degli oltre 130 studiosi di diritto islamico sunnita indirizzata ad al-Ba\u00f4d\u00e5d\u00f8: un testo molto severo, che ha avuto poca rilevanza mediatica \u2013 forse anche perch\u00e9, essendo scritto con linguaggio teologico, \u00e8 di difficile lettura. Anche il recente discorso del presidente egiziano al-S\u00f8s\u00f8 all\u2019Universit\u00e0 al-Azhar, che ha avuto maggiore eco in Occidente, \u00e8 un passo nella giusta direzione. I governi arabi moderati con cui siamo alleati (Arabia Saudita, Turchia, monarchie del Golfo eccetera) devono rivedere la loro politica nei confronti dei gruppi fondamentalisti. Non potranno tenerli in questa maniera lontani dal loro territorio. \u00c8 una strategia che non funziona, ormai \u00e8 dimostrato: la globalizzazione abbatte le frontiere e anche il jihadismo \u00e8 globale.<\/p>\n<p><strong>LIMES <\/strong><strong>Da Jihadi John ai fratelli Kouachi, i terroristi del post-bin Laden sono cittadini comunitari.<\/strong><\/p>\n<p><strong>GIRO <\/strong>Purtroppo i jihadisti nati e cresciuti in Occidente da tempo non rappresentano una novit\u00e0; l\u2019identikit degli attentatori della metropolitana di Parigi (1995) \u00e8 simile a quello dei fratelli Kouachi, responsabili dell\u2019assalto a Charlie Hebdo \u2013 che tra l\u2019altro avevano conosciuto i primi in carcere: piccola delinquenza, carcere, islamizzazione, viaggio iniziatico e alla fine jihadismo. Come vediamo, erano tutti schedati. Anche gli attentatori della metropolitana di Londra del 2005 (55<\/p>\n<p>morti) erano di nazionalit\u00e0 britannica.<\/p>\n<p><strong>LIMES <\/strong><strong>Adesso per\u00f2 i jihadisti hanno anche il loro califfato\u2026<\/strong><\/p>\n<p><strong>GIRO <\/strong>Anche l\u2019<i>appeal <\/i>terroristico dello Stato Islamico come centrale di indottrinamento e addestramento militare non \u00e8 un fenomeno del tutto nuovo: basti pensare agli \u00abafghani\u00bb, ossia ai giovani di origine algerina delle <i>banlieues <\/i>parigine che negli anni Novanta, dopo aver combattuto contro l\u2019Urss a Kabul, facevano ritorno in Europa o nella stessa Algeria. Pi\u00f9 di recente, anche prima della proclamazione del califfato, l\u2019Iraq del post-Saddam ha offerto ampie possibilit\u00e0 di addestramento ai terroristi. Lo stesso vale per la Siria da quando la rivolta contro al-Asad si \u00e8 radicalizzata. Ma certo l\u2019Is ha fatto ora un pericoloso salto di qualit\u00e0 verso il totalitarismo: nella narrazione che ha elaborato viene ritorto contro di noi l\u2019armamentario post-ideologico e nichilista. Ci\u00f2 attecchisce in giovani vuoti cui nessuno parla pi\u00f9.<\/p>\n<p><strong>LIMES <\/strong><strong>Lo Stato Islamico \u00e8 anche il frutto avvelenato delle cosiddette \u00abprimavere arabe\u00bb, che finora sembrano aver avvantaggiato quasi unicamente jihadisti e dittatori. Con la parziale eccezione della Tunisia, che per\u00f2 continua a esportare jihadisti<\/strong>.<\/p>\n<p><strong>GIRO <\/strong>La \u00abprimavera araba\u00bb \u00e8 stata una sorpresa per tutti, anche per al-Q\u00e5\u2018ida. Un mondo che sembrava geopoliticamente congelato si \u00e8 dimostrato molto pi\u00f9 vitale del previsto. \u00c8 sbagliato generalizzare, anche perch\u00e9 queste rivolte dal basso hanno assunto caratteristiche distinte in ogni paese. In Tunisia per esempio si sta compiendo una complessa transizione verso la democrazia. L\u2019alto numero di jihadisti tunisini partiti per andare a combattere con lo Stato Islamico \u00e8 un segnale allarmante, ma nel pesare il dato va considerato che la Tunisia ha un\u2019amministrazione \u00a0civile ben funzionante: le sue cifre sono pi\u00f9 accurate di quelle degli altri Stati della regione. Altrove ci sono stati periodi di disordine o anarchia seguiti da ritorni all\u2019indietro o da frammentazione. Non tutti gli Stati sono uguali: per esempio in Libia non ci sono minoranze rilevanti e le varie milizie si battono per la legittimit\u00e0 rivoluzionaria (oltre che per il potere), mentre in Siria solo il 60% della popolazione \u00e8 sunnita. Rimangono da fare due considerazioni. Innanzitutto, il cambio di regime imposto dall\u2019esterno non funziona. Il vero passaggio alla democrazia deve essere interno, anche se l\u2019Occidente deve sostenerlo ed evitare le derive. Se fossimo intervenuti presto in Siria, all\u2019inizio della rivolta, quando le proteste erano ancora pacifiche, probabilmente al-Asad avrebbe dovuto rendere conto della repressione che stava portando avanti e gli estremisti non avrebbero avuto lo spazio che hanno oggi.<\/p>\n<p><strong>LIMES <\/strong><strong>A proposito di <\/strong><strong><i>regime change<\/i><\/strong><strong>: rovesciato Gheddafi, la Libia sta diventando un buco nero.<\/strong><\/p>\n<p><strong>GIRO <\/strong>La Libia \u00e8 la nostra principale preoccupazione, come ha ricordato il ministro Gentiloni. Non \u00e8 tanto questione di petrolio quanto di vicinanza geografica, quindi geopolitica. Avremmo dovuto costringere le parti a parlarsi da subito. Adesso dobbiamo essere realisti: se non abbiamo la soluzione magica alla crisi, possiamo almeno provare a gestirla. Da una tregua ci si pu\u00f2 muovere a piccoli passi verso un negoziato, sapendo che neanche quest\u2019ultimo \u00e8 di per s\u00e9 indice di successo. L\u2019Italia non \u00e8 comunque disponibile a nessuna ipotesi di frammentazione della Libia: vogliamo un paese unitario e chiediamo presto un negoziato tra le parti.<\/p>\n<p><strong>LIMES <\/strong><strong>Torniamo in Europa: come ha potuto attecchire il jihadismo nel Vecchio Continente?<\/strong><\/p>\n<p><strong>\u00a0<\/strong><\/p>\n<p><strong>GIRO <\/strong>C\u2019\u00e8 un fattore endogeno, europeo ma anche globale, di cui dobbiamo tener conto: le giovani generazioni delle periferie delle grandi citt\u00e0 ricevono profferte di identit\u00e0 perversa e violenta. \u00c8 un fenomeno che si verifica ad ogni latitudine. In America Latina come affiliazione ai narcotrafficanti e alle maras (gang giovanili di strada e il culto di Santa Muerte a necessario corollario); in Europa il giovane di ascendenze arabe delle <i>banlieues <\/i>parigine pu\u00f2 trovare nella propaganda dello Stato Islamico o di al-Q\u00e5\u2018ida una risposta alla sua marginalit\u00e0, vera o presunta. Organizzazioni come quella di al-Ba\u00f4d\u00e5d\u00f8 sono collegate nominalmente a religioni e culture, ma in realt\u00e0 sono nuovi prodotti religiosi creati di sana pianta nel grande supermercato delle identit\u00e0 che \u00e8 diventata la globalizzazione. Dobbiamo quindi prestare maggiore attenzione alle periferie urbane e umane, come dice papa Francesco. C\u2019\u00e8 una generazione marginale che si sente \u00abscarto\u00bb e accetta di sottomettersi ad appartenenze malvagie. Non possiamo concentrarci solo sulle cosiddette \u00abcitt\u00e0 utili\u00bb, sul centro direzionale delle metropoli: altrimenti l\u2019assenza dello Stato (a cominciare dalla polizia per finire con tutti gli altri servizi pubblici)verr\u00e0 presto colmata da organizzazioni criminali o terroriste. L\u2019esempio delle periferie delle nostre citt\u00e0 italiane, abbandonate all\u2019identit\u00e0 perversa offerta dalle mafie, \u00e8 l\u00ec a ricordarcelo. Ovunque c\u2019\u00e8 una ricerca di senso che si rivolge al male.<\/p>\n<p><strong>LIMES <\/strong><strong>Dopo la strage di Parigi, che ruolo possono avere nella lotta al jihadismo le comunit\u00e0 islamiche d\u2019Europa e nello specifico d\u2019Italia?<\/strong><\/p>\n<p><strong>GIRO <\/strong>Le comunit\u00e0 islamiche devono sentirsi parte della comunit\u00e0 nazionale per espellere tutti gli elementi ambigui, evitando isolamenti, vittimismi e la sindrome che \u2013 rifacendoci alla storia d\u2019Italia \u2013 potremmo chiamare \u00abdei compagni che sbagliano\u00bb. Vanno prese le distanze chiaramente dai terroristi e nel contempo il resto della nostra societ\u00e0 deve tendere una mano. Come \u00e8 necessario che nel cuore dell\u2019islam arabo avvenga la revisione che auspica al-S\u00f8s\u00f8, cos\u00ec abbiamo bisogno di una scuola islamica europea che abbia voce nella comunit\u00e0 islamica globale. Ho partecipato anch\u2019io alla grande manifestazione dell\u201911 gennaio a Parigi e vi ho visto uno spirito unitario e una coscienza matura da parte delle comunit\u00e0 islamiche francesi: spirito che va assimilato anche in Italia. Le comunit\u00e0 islamiche d\u2019Europa possono sviluppare una loro identit\u00e0 di convivenza nel quadro della democrazia. \u00c8 quello che i francesi chiamano \u00ab<i>esprit r\u00e9publicain<\/i>\u00bb. Noi dobbiamo aiutarle, non stigmatizzarle e regalarle al fanatismo. Sarebbe una follia.<i><\/i><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"GLI ATTACCHI DI PARIGI CI COSTRINGONO a ripensare il nostro approccio ai musulmani di casa come anche ai conflitti nel Grande Medio Oriente. Quattro voci e molte idee (diverse) per attrezzarci alle sfide che minacciano la sicurezza e la coesione delle societ\u00e0 europee. 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