{"id":23686,"date":"2014-11-22T12:26:42","date_gmt":"2014-11-22T11:26:42","guid":{"rendered":"https:\/\/www.esteri.it\/sala_stampa\/archivionotizie\/comunicati\/2014\/11\/20141122_gentfoglioint\/"},"modified":"2014-11-22T12:26:42","modified_gmt":"2014-11-22T11:26:42","slug":"20141122_gentfoglioint","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.esteri.it\/it\/sala_stampa\/archivionotizie\/interviste\/2014\/11\/20141122_gentfoglioint\/","title":{"rendered":"L`interventismo umanitario \u00e8 di sinistra. Gentiloni a tutto campo (Il Foglio)"},"content":{"rendered":"<p><P>Roma. Paolo Gentiloni, neo ministro degli Esteri italiano, sa tenere insieme l`idealismo dell`interventismo umanitario con il realismo della stabilizzazione, due facce della teoria di politica estera spesso inconciliabili, e lo fa tracciando una riga netta tra quello che oggi \u00e8 (diventato) di sinistra e quello che invece \u00e8 di destra. Aprirsi al mondo, intervenire nelle aree di crisi, siglare trattati di scambio e insistere, indefessi, sui negoziati e il dialogo \u00e8 di sinistra. Il protezionismo economico, l`isolazionismo in politica estera e anche la chiusura delle frontiere &#8211; &#8220;no all`immigrazione&#8221;- sono di destra, &#8220;e sbaglia chi pensa di poter mettere un muro tra noi e il mondo, tra noi e i flussi migratori, tra noi e i nostri vicini, chi pensa di poter cavalcare un protezionismo sociale oltre che economico, come la Lega, parte del Movimento 5 stelle&#8221;.<\/P><br \/>\n<P>&#8220;C`\u00e8 una continuit\u00e0 nella politica estera italiana &#8211; dice il ministro al Foglio, nel suo ufficio alla Farnesina &#8211; che si fonda su quattro elementi: l`atlantismo, l`europeismo, l`apertura agli scambi commerciali e l`impegno per peacekeeping e per i diritti umani&#8221;. Questa \u00e8 la nostra storia ed \u00e8 anche una storia di sinistra, e il problema semmai oggi \u00e8 quello di doversi adattare e aggiornare, perch\u00e9 le condizioni esterne cambiano, e lo fanno in fretta. Gentiloni cita le tre D di Hillary Clinton (e il nome dell`ex segretario di stato spicca, perch\u00e9 invece di Barack Obama non sentiremo granch\u00e9 parlare in questa conversazione, anzi quasi per niente), &#8220;Diplomacy, Defence e Development&#8221;, come paradigma cui rifarsi per organizzare una politica estera di continuit\u00e0 e allo stesso tempo moderna. Perch\u00e9 i rischi che si corrono oggi sono tutti nuovi.<\/P><br \/>\n<P>Gentiloni ne individua uno subito, chiarissimo: &#8220;Il pericolo \u00e8 che il conflitto religioso si impadronisca del conflitto israelo-palestinese, stravolgendone la natura, amplificandone la rischiosit\u00e0, e arrivando a creare un filo logico anche con le pi\u00f9 accese dinamiche regionali&#8221;. Pensa all`attacco alla sinagoga, tragico, a Gerusalemme, dei giorni scorsi, &#8220;di una gravit\u00e0 simbolica evidente dice Gentiloni &#8211; E la prima reazione di un governo non pu\u00f2 che essere quella della totale vicinanza e solidariet\u00e0&#8221;. Ma questi attacchi ripetuti a Gerusalemme\u00a0fanno intravedere &#8220;una escalation di natura religiosa&#8221; che finirebbe per snaturare la battaglia stessa dei palestinesi contro Israele, che almeno da parte della leadership di Fatah, unica a interloquire con Gerusalemme, &#8220;ha sempre avuto una connotazione pi\u00f9 nazionalista che religiosa&#8221;. &#8220;La deriva \u00e8 invero rischiosa, aggravata dalle misure israeliane nell`accesso alla moschea di al Aqsa&#8221;, ma anche lo stato attuale del processo di pace \u00e8 piuttosto deprimente. Non ci sono date stabilite cui puntare, mai come ora la leadership israeliana \u00e8 stata tanto dura nel condannare l`Autorit\u00e0 palestinese nell`incitamento all`odio contro gli ebrei. &#8220;Ho parlato con entrambe le parti &#8211; ammette Gentiloni &#8211; e le posizioni sono lontane&#8221;. Ma il processo deve ripartire, il ministro ne \u00e8 sicuro (&#8220;anche perch\u00e9 non ci sono alternative&#8221;), si aspetta il rilancio da parte del dipartimento di stato americano (&#8220;ci vorranno alcune settimane&#8221;), a cui \u00e8 collegata anche la questione del riconoscimento dello stato palestinese. Che non \u00e8 un`arma da brandire, quanto piuttosto uno strumento da utilizzare per rilanciare il dialogo, per evitare che l`Autorit\u00e0 palestinese perda la sua leadership&#8221; e venga definitivamente &#8220;compromessa la soluzione dei due stati&#8221;. La posizione del ministro \u00e8 equidistante? Risponde diplomatico che &#8220;il cuore \u00e8 per la pace, la mente riconosce che ci sono problemi da entrambe le parti&#8221;, e quando va nel dettaglio cita &#8220;l`ammirazione per la societ\u00e0 israeliana e quel che \u00e8 riuscita a creare&#8221;.<\/P><br \/>\n<P><STRONG>La saldatura della minaccia jihadista<\/STRONG><\/P><br \/>\n<P>E` pericolosa la saldatura tra la minaccia jihadista rappresentata dallo Stato islamico- che il ministro chiama esclusivamente &#8220;Daesh&#8221;, acronimo di Dawlah Islamiyahfi Iraq wa Sham, usato in senso spregiativo dagli avversari perch\u00e9 assomiglia al verbo &#8220;calpestare&#8221;: la Francia lo usa in tutti i comunicati ufficiali &#8211; e la causa palestinese. Di fronte a questo rischio il realismo di Gentiloni si affaccia potente: fortuna che c`\u00e8 l`Egitto. Il presidente, Abdel Fattah Sisi, \u00e8 in visita in Italia luned\u00ec, ma non \u00e8 la semplice cortesia diplomatica a spingere il ministro a essere tanto convinto sul ruolo del leader del Cairo. &#8220;L`Egitto esercita un ruolo positivo nella regione &#8211; spiega &#8211; Non ci sarebbe stata la pace a Gaza quest\u2019estate senza l`intermediazione egiziana e la battaglia contro il jihadismo trova in lui un alleato forte&#8221;. Apprezzando questo ruolo, Gentiloni dice che, due anni fa, lo scontro violento che ha portato alla destituzione dell`ex presidente islamico Mohammed Morsi &#8220;non \u00e8 stato un golpe militare&#8221; (\u00e8 la versione obamiana della questione, opinabile), &#8220;ma un intervento a valle di un`imponente mobilitazione della piazza contro le inefficienze del governo islamico&#8221;: &#8220;Questo non significa che dobbiamo chiudere gli occhi sulle violazioni dei diritti umani&#8221;, precisa Gentiloni, ma \u00e8 come se dicesse: ora badiamo al male peggiore, con buona pace dell`ideale dell`islam moderato che \u00e8 nato e poi morto nelle primavere arabe (domanda: qual \u00e8 un esempio di islam moderato al potere che funziona? Unico caso trovato: &#8220;La Tunisia&#8221;). Il male peggiore \u00e8 il Daesh, non soltanto per la violenza e l`efferatezza di Abu Bakr al Baghdadi, ma perch\u00e9 sta facendo saltare i confini tra i paesi, con le loro dinamiche interne e di rapporti con l`esterno. &#8220;Qual \u00e8 l`end game della battaglia contro il Daesh?&#8221;, chiede Gentiloni. &#8220;Ci sono due vie: rassegnarsi al fatto che i confini stabiliti un secolo fa sono cancellati e che ci troveremo di fronte a una regione ridefinita secondo linee etnico-religiose del tutto diverse da quelle che conosciamo; oppure riconoscere che abbiamo il dovere di lavorare perch\u00e9 lo schema esistente si rinnovi senza saltare per aria&#8221;. Gentiloni sceglie la seconda strada, dice che in Libia una frattura del paese in Tripolitania e Cirenaica &#8220;non porterebbe vantaggi a nessuno, e sarebbe solo frutto di una guerra sanguinosa&#8221;. Lo stesso vale per la Siria, che \u00e8 il centro della battaglia. Il paese deve rimanere unito, il Daesh, che ne controlla una buona parte, deve essere sconfitto, ma poi chi la governa, la Siria?<\/P><br \/>\n<P>Sulla figura di Bashar el Assad, dittatore d\u00ed Damasco che ha fatto strage del suo popolo (sono 200 mila i morti), interventismo umanitario e realismo cozzano grandemente,ed \u00e8 una contraddizione che nemmeno la Casa Bianca si sta premurando di risolvere. &#8220;E` arrivato il momento di pensare a un futuro senza Assad&#8221;, dice Gentiloni, ricordando le tante e imperdonabili responsabilit\u00e0 del regime siriano, ma allo stesso tempo dice che la decisione tormentata, l`anno scorso, sulla guerra o non guerra contro Assad \u00e8 poi precipitata dalla parte giusta: &#8220;Non attaccare \u00e8 stato prudente&#8221;. Le conseguenze erano imprevedibili, ovvio, ma perch\u00e9 l`interventismo umanitario vale in Libia e non vale in Siria? &#8220;In Libia la situazione non \u00e8 stata chiarita, ancora oggi la parola che banalmente riassume quel che accade tra Tripoli e Bengasi \u00e8 `caos`, ma si sa che il post Assad &#8211; che il ministro auspica &#8211; ha contorni se possibili pi\u00f9 incerti&#8221;.<\/P><br \/>\n<P><STRONG>La politica di sicurezza nelle nostre mani<\/STRONG><\/P><br \/>\n<P>Il ragionamento di Gentiloni ci porta a porre una domanda doverosa che si lega a uno dei grandi equivoci moderni delle democrazie occidentali e che si sintetizza in una parola di tre lettere: l`Onu. Chiediamo al ministro: possiamo dire o no che gli ultimi vent`anni hanno dimostrato la sostanziale inutilit\u00e0 strategica delle Nazioni Unite? Gentiloni si fa serio e pesa le parole: &#8220;Riflettevo sul tema giusto alcuni giorni fa durante il ventesimo anniversario della caduta del Muro di Berlino. Dobbiamo essere onesti. Dieci anni dopo \u00e8 caduto rapidamente un altro mito: che nel mondo ci potesse essere una super potenza capace di governare tutti i processi mondiali. Nell`era post Torri gemelle e nell`era post Lehman Brothers \u00e8 tramontata l`illusione della fine della storia. Le Nazioni Unite hanno un ruolo importante in alcuni contesti ma non riescono a colmare il vuoto aperto dalla fine del bipolarismo geopolitico. Tutti i paesi, compreso il nostro, devono fare la propria parte all`interno di una dinamica nuova: non esiste un soggetto esterno a cui delegare le nostre politiche di sicurezza, magari essendo poi accusato, come gli Usa, di fare il gendarme. E siamo noi, noi Europa, a volte anche singolarmente, i protagonisti del processo. La bussola della nostra politica estera non \u00e8 cambiata ma ci troviamo di fronte a un mare che \u00e8 improvvisamente diventato oceano, spesso in tempesta. E` inaccettabile pensare che si possa essere passivi nel determinare la nostra sicurezza. L`interventismo umanitario \u00e8 e deve essere un principio saldo del pensiero democratico&#8221;. Gentiloni filosofo del regime change? &#8220;Non esattamente. Non faccio fatica a riconoscere che l`intervento scelto dal nostro paese di appoggio agli Stati Uniti in Afghanistan sia stato oltre che moralmente doveroso anche giusto e non faccio fatica a dire che l`intervento in Iraq sia stato invece un errore. Il principio deve essere questo: si interviene in un quadro internazionale condiviso e con un orizzonte strategico definito. Senza questi due elementi nessun intervento pu\u00f2 essere considerato lecito. Alla nostra strategia aggiungerei anche un altro concetto di cui non dobbiamo vergognarci&#8221;. Quale? &#8220;Gli interessi nazionali&#8221;. Concetto che ci sembra piuttosto ben presente su un altro terreno di gioco: i nostri rapporti con la Russia.<\/P><br \/>\n<P>&#8220;Solo uno stato miope pu\u00f2 pensare di ragionare sulla politica estera senza pensare ai propri interessi nazionali. Ma badate bene: per interessi nazionali non si intendono soltanto gli interessi economici ma si intende anche un campo pi\u00f9 largo, che \u00e8 quello degli interessi di geopolitica. Perquanto riguarda la Russia, noi siamo i primi a dire che sulle sanzioni occorre fermezza, e su questo tema non accettiamo lezioni da nessuno perch\u00e9 l`Italia \u00e8 uno dei paesi che le applica con pi\u00f9 coerenza. Contemporaneamente dobbiamo anche batterci per far capire che l`Europa non pu\u00f2 limitarsi a essere un generatore automatico di sanzioni ma deve sporcarsi anche le mani e deve agire su entrambi i fronti: spingendo la Russia a rispettare i principi basilari della autonomia ucraina e vigilando contemporaneamente sul processo di riforme a Kiev&#8221;.<\/P><br \/>\n<P>Possiamo dire che questo \u00e8 l`unico terreno internazionale sul quale c`\u00e8 profonda sintonia tra l`Italia e la Germania? Gentiloni ci riflette e affronta un tema importante a cavallo tra la politica estera e la politica economica. &#8220;Con la Germania il terreno comune \u00e8 molto vasto. Io sono orgoglioso di un governo come il nostro che \u00e8 stato capace di mettere in discussione la linea della ortodossia tecnocratica. Il piano Junker non sar\u00e0 un piano Marshall ma pu\u00f2 essere decisivo visto l`outlook della crescita europea dei prossimi mesi&#8221;. Chiediamo a Gentiloni se l`ipotesi, estrema, di sforare il prossimo anno il deficit sia una prospettiva possibile e il ministro ricorda quanto scritto nel 2013 nella mozione congressuale presentata da Renzi alle primarie: l`Italia potr\u00e0 &#8220;superare&#8221; il parametro del tre per cento solo a fronte di un serio percorso di riforme. Gentiloni, ci siamo? &#8220;Io credo che il nostro posizionamento oggi sia corretto: nel momento in cui l`Italia dice di voler rispettare le regole e di voler solo sfruttare al massimo la flessibilit\u00e0 concessa dei trattati, deve comportarsi cos\u00ec. Con il procedere delle riforme alcune regole si possono discutere ma fino a che non vengono ridiscusse violarle semplicemente non si pu\u00f2&#8221;. Ma se i risultati dovessero attardarsi ad arrivare per l`Italia potrebbe valere la regola del Giappone? Economia che va bene, governo che va avanti. Economia che collassa, governo che torna dagli elettori. &#8220;Renzi non \u00e8 quel genere di politico che ha intenzione di governare a tutti i costi ma io sono convinto che questa legislatura durer\u00e0 pi\u00f9 di quanto qualcuno voglia far credere, e vedrete che si andr\u00e0 avanti fino alla fine&#8221;.<\/P><br \/>\n<P><STRONG>&#8220;Quando Roberto scrive&#8230;&#8221;<\/STRONG><\/P><br \/>\n<P>I cronisti provano a incastrare Gent\u00ecloni mostrandogli un messaggio malizioso e inequivocabile postato su Twitter qualche mese fa dal vicepresidente della Camera, Roberto Giachetti, vecchio amico del ministro dai tempi della giunta Rutelli: &#8220;Caro@matteorenzi purtroppo sono stato facile profeta su riforme&#8230; Fidati di me andiamo a votare. #machitelofafare&#8221;. Il #machitelofafare, quel giorno, venne rituittato anche da Gentiloni. Sorride il ministro: &#8220;E` che quando Roberto scrive spesso rituitto&#8230; ovvio che oggi non lo rifarei!&#8221;. L`Italia, dunque. E il governo. Proviamo a chiedere a Gentiloni se lo schiaffo dato tre giorni fa dalla Rai a Renzi possa essere letto come il presagio di un prossimo schiaffo parlamentare al governo ma Gentiloni, unendo in preghiera le mani, dice di non voler commentare la Rai, dal suo posto di governo. Ma sul governo e i nemici di Renzi qualcosa il ministro la dice: &#8220;E` un dato curioso di cui dobbiamo tenere conto. Le resistenze politiche al nostro governo arrivano da posizioni tra loro culturalmente distanti. Landini e Salvini sono quanto di pi\u00f9 diverso e lontano ma i cambiamenti radicali hanno sempre degli avversari radicali e trasversali, come successe all`inizio del 2000 con il governo Schrilder, contestato da destra e da sinistra&#8221;. I collaboratori di Gentiloni guardano con preoccupazione l`orario, mostrano ai cronisti il quadrante dell`orologio ma prima di andare via il ministro indicato da molti come il perfetto candidato di Renzi al Quirinale riceve la domanda: ci dica le caratteristiche che deve avere il prossimo presidente della Repubblica. Gentiloni sorride e controlla anche lui l`orologio. Ragazzi, magari ne parliamo un`altra volta&#8221;.<\/P><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"Roma. Paolo Gentiloni, neo ministro degli Esteri italiano, sa tenere insieme l`idealismo dell`interventismo umanitario con il realismo della stabilizzazione, due facce della teoria di politica estera spesso inconciliabili, e lo fa tracciando una riga netta tra quello che oggi \u00e8 (diventato) di sinistra e quello che invece \u00e8 di destra. 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