{"id":24463,"date":"2012-09-14T11:38:20","date_gmt":"2012-09-14T09:38:20","guid":{"rendered":"https:\/\/www.esteri.it\/sala_stampa\/archivionotizie\/comunicati\/2012\/09\/20120914_dassu_oxygen\/"},"modified":"2012-09-14T11:38:20","modified_gmt":"2012-09-14T09:38:20","slug":"20120914_dassu_oxygen","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.esteri.it\/it\/sala_stampa\/archivionotizie\/interviste\/2012\/09\/20120914_dassu_oxygen\/","title":{"rendered":"Dettaglio intervista"},"content":{"rendered":"<p><P>Ad oltre vent\u2019anni dalla dissoluzione dell\u2019Unione Sovietica, la Russia non ha adottato (ancora?) un modello di democrazia liberale di tipo europeo. Non \u00e8 neanche diventata \u2013 nonostante il \u201creset\u201d dei rapporti Usa-Russia in epoca obamiana &#8211; un convinto alleato degli Stati Uniti. Come molti, con troppa fretta, avevano predetto. La Russia post-sovietica, per aggiustamenti successivi, ha seguito una sua strada e ha scelto un modello istituzionale proprio. Sul piano geopolitico, Mosca continua a guardare verso Occidente e ne ha bisogno per la modernizzazione della propria economia. Ma non c\u2019\u00e8 dubbio che la scelta \u201cpro-West\u201d compiuta nei primi anni post-sovietici sia apparsa all\u2019elite russa, con il passare del tempo, sempre meno remunerativa. Dall\u2019intervento in Iraq, alla questione dello scudo spaziale, alla gestione del dossier Iran, alla guerra di Libia, la Russia ha condiviso poco o niente delle strategie occidentali: in sostanza, ha ritenuto di dare senza ricevere. Sul lato opposto, l\u2019Europa ( o meglio una sua parte) ha puntato verso una partnership strategica sempre pi\u00f9 cementata dagli interessi ma poco ancorata a valori condivisi. Mentre l\u2019America ha prima pensato di potere \u201cperdere\u201d la Russia senza troppi costi e ha poi cercato di recuperarla, ma senza riuscirvi fino in fondo. Tanto meno oggi, nel pieno della campagna elettorale. In sintesi: il triangolo Russia\/Europa\/Stati Uniti \u00e8 caratterizzato da reciproche frustrazioni.<\/P><br \/>\n<P>Se questo \u2013 il tasso di frustrazione reciproca \u2013 \u00e8 un dato da cui \u00e8 impossibile prescindere, altrettanto o ancora pi\u00f9 rilevante \u00e8 l\u2019assenza di alternative reali alla collaborazione reciproca. La tragedia siriana \u00e8 un utile, anche se penoso reminder di entrambi questi dati.<\/P><br \/>\n<P>Guardiamo prima alle opzioni a disposizione di Mosca. Sulla carta, la Russia potrebbe tornare a valutare in termini positivi quella vecchia \u201copzione asiatica\u201d che \u00e8 sempre stata parte del dibattito interno sulla collocazione del paese e che, di recente, \u00e8 stata riproposta da Sergey Karaganov in un Rapporto del Gruppo di Valdai. Solo due anni fa, Karaganov aveva sostenuto l\u2019obiettivo di un\u2019alleanza fra le due \u201cpotenze declinanti\u201d \u2013 Russia ed Europa \u2013 per prevenire la marginalit\u00e0 di entrambe sulla scena globale. Oggi, propone invece un ribilanciamento verso l\u2019Asia della politica russa: un\u2019opzione Asia-Brics, si potrebbe definire cos\u00ec, resa inevitabile dalla crisi dell\u2019euro-zona e dall\u2019esigenza di agganciare Mosca alla crescita della Cina. La tesi di uno dei pi\u00f9 influenti politologi di Mosca, \u00e8 che la Russia sia costretta dalle dinamiche economiche globali a superare un euro-centrismo di stampo ottocentesco, che di fatto considera ancora la Russia un Paese europeo con \u201cpossedimenti coloniali\u201d in Oriente. E per farlo, la Russia deve cominciare a vedere nei territori asiatici della Federazione non pi\u00f9 un peso (o addirittura una minaccia, guardando allo squilibrio demografico con la Cina alle frontiere siberiane), ma come un \u201catout\u201d che potrebbe garantirle un ruolo primario in Asia orientale. Immaginando il futuro di una Russia in grado di giocare un suo ruolo a cavallo dei continenti, la capitale economica della Federazione dovrebbe diventare Vladivostok, quella politica resterebbe a Mosca e quella culturale sarebbe a San Pietroburgo. <\/P><br \/>\n<P>Come sempre, gli scenari sono pi\u00f9 affascinanti della realt\u00e0. E la realt\u00e0 \u00e8 che sembra difficile immaginare un simile \u201crientro\u201d della Russia in Asia orientale, viste le rivalit\u00e0 strategiche sottostanti con la Cina, il peso del fattore Usa negli equilibri del Pacifico, le persistenti difficolt\u00e0 con il Giappone e la scarsa complementariet\u00e0 dell\u2019economia russa con le economie asiatiche. In sostanza: i tempi non sembrano in realt\u00e0 cos\u00ec maturi, nonostante la creazione di organismi come l\u2019organizzazione di Shanghai (SCO), per un ri-posizionamento ad Est della Russia. <\/P><br \/>\n<P>Pi\u00f9 modestamente, la Russia ha per ora combinato all\u2019opzione europea, che resta dominante, un tentativo di riaffermazione nella sua area pi\u00f9 tradizionale di influenza:l\u2019estero vicino, l\u2019Europa Orientale, il Caucaso, l\u2019Asia Centrale. E\u2019 la cosiddetta scelta \u201ceuroasiatica\u201d, sostenuta da vari esponenti del variegato schieramento culturale e politico che si ispira al nazionalismo russo. Nella visione euroasiatica, la Russia \u00e8 culturalmente legata all\u2019Europa, ma capace di trarre dalla sua storia e dalle sue tradizioni modelli di sviluppo e organizzazione sociale originali e indipendenti dalla \u201csuggestione\u201d occidentale. Torna ad avere peso il mito dell\u2019Eurasia come continente geopolitico posto tra Occidente e Oriente, senza che la Russia appartenga pienamente all\u2019una o all\u2019altra parte. Negli anni di Vladimir Putin, il mito euroasiatico, che ha radici antiche, ha assunto la veste di un disegno politico apparentemente pi\u00f9 coerente, ma mai alternativo alla centralit\u00e0 dei rapporti con l\u2019Europa. In questa ottica, \u00e8 possibile inquadrare la proposta lanciata nel 2010 di un\u2019Unione Doganale con Belarus e Kazakhstan &#8211; da gennaio diventata Spazio Economico Comune, retto da una Commissione la cui struttura \u00e8 ricalcata sulla Commissione UE \u2013 e l\u2019eventuale varo nel 2015 dell\u2019Unione Euroasiatica. <\/P><br \/>\n<P>Queste iniziative a carattere apparentemente economico hanno in realt\u00e0 un preciso obiettivo politico, che \u00e8 quello di mantenere legate alla Russia i principali Paesi del suo vicinato, condizionando cos\u00ec il resto degli aspiranti a rapporti con l\u2019Unione Europea e la NATO; qui la vera posta in gioco \u00e8 la collocazione dell\u2019Ucraina, che coltiva ambizioni europee e che ha finora rifiutato di aderire all\u2019Unione Doganale. Alla stessa finalit\u00e0, ma perseguita con metodi ben pi\u00f9 spicci, rispondeva l\u2019intervento in Georgia nel 2008, quale conferma del ruolo egemone di Mosca nella regione. <\/P><br \/>\n<P>Il Presidente russo, d\u2019altra parte, ha un approccio essenzialmente pragmatico. Tornato al Cremlino, ha confermato di volere combinare una politica estera assertiva con la ricerca di una crescente collaborazione tecnologica ed economica con gli Stati Uniti e l\u2019Europa. Resistendo alle pressioni interne, Putin ha portato a compimento la lunga, faticosa adesione della Russia all\u2019OMC. Sul piano strategico, ha confermato la collaborazione con la NATO sul dossier Afghanistan. E nell\u2019insieme, Putin non ha smentito, nonostante la crisi dell\u2019euro-zona, la direttrice strategica verso l\u2019Ue. <\/P><br \/>\n<P>Dal punto di vista del Cremlino, Europa significa Germania, anzitutto. E poi Italia. Non \u00e8 un caso che, negli incontri con Merkel e Monti, il capo del Cremlino abbia sottolineato non solo l\u2019importanza della collaborazione industriale ma anche l\u2019intenzione di mantenere l\u2019elevato livello di riserve valutarie in Euro, superiore al 40%. In breve: per una Russia non proprio ben messa (fra trend demografici e scosse socio-politiche interne, indice del malcontento di settori delle classi urbane), e per un paese che si sente esposto alle possibili onde d\u2019urto delle rivoluzioni arabe, l\u2019ancoraggio europeo resta comunque una garanzia di stabilit\u00e0. <\/P><br \/>\n<P>Nel perseguire questa politica &#8211; la modernizzazione almeno come ispirazione ricorrente attraverso il rapporto con l\u2019Occidente, concedendo qualcosa ma non troppo alle spinte nazionaliste (e nel qualcosa rientra la legge restrittiva sui finanziamenti esteri alle Ong) e rivendicando l\u2019autonomia delle proprie politiche interne (il neo-sovranismo ha anche qui i suoi teorici) &#8211; Putin 2 pu\u00f2 contare ancora sulla sua vera leva di influenza: la saldatura fra settori importanti dell\u2019establishment economico e settori dei \u201csiloviki\u201d (gli apparati della sicurezza). I dati macro-economici e la disponibilit\u00e0 di notevoli riserve estere garantiscono lo spazio per interventi redistributivi. Ma entrambi i settori, in realt\u00e0, sono consapevoli che il paese deve riuscire a fare evolvere il proprio sistema economico: un sistema che resta fortemente vulnerabile alle oscillazioni dei prezzi delle materie prime, come dimostra il crescente deficit <I>non-oil<\/I> della bilancia dei pagamenti. Gli esperti stimano che se il prezzo del petrolio scendesse per un lungo periodo al di sotto dei 90 dollari, la Russia avrebbe forti difficolt\u00e0: economiche e socio-politiche.<\/P><br \/>\n<P>Frustrazioni a parte, l\u2019impostazione descritta ha una conseguenza: Europa e Stati Uniti restano, da punto di vista di Mosca, interlocutori indispensabili. L\u2019Europa per la modernizzazione economica; gli Stati Uniti, per il rango internazionale che la ex-superpotenza riuscir\u00e0 a mantenere. <\/P><br \/>\n<P>Come si notava, nella percezione russa l\u2019Europa \u00e8, prima dell\u2019Ue, la Germania. La Germania con altri (il gruppo di Weimar con Francia e \u2013 ma con pi\u00f9 difficolt\u00e0 &#8211; Polonia). E l\u2019Italia. Non si tratta di un esito ideale, per il Vecchio Continente: ma l\u2019assenza di una vera e propria politica energetica comune e le differenze di percezione fra i membri vecchi e nuovi, l\u2019hanno reso praticamente inevitabile. Berlino, prima degli altri, si \u00e8 mossa con grande determinazione sfruttando la complementariet\u00e0 delle due economie; e si sta trasformando in un <I>hub<\/I> per i flussi energetici che dalla Russia giungono in Nord Europa (Nord Stream). Lo stesso disegno che interessa, pi\u00f9 a Sud, l\u2019Italia. <\/P><br \/>\n<P>L\u2019Italia ha a sua volta gli strumenti per rafforzare il partenariato con la Federazione, facendo leva su una radicata presenza economica nel Paese, con oltre 500 imprese sul territorio e un volume in crescita di investimenti esteri diretti nelle due direzioni. La missione del Presidente del Consiglio del 23 luglio \u00e8 stata la prima dall\u2019inizio del nuovo mandato al Cremlino di Vladimir Putin e ha confermato la volont\u00e0 di intensificare il dialogo strategico, avvalendosi di una serie di meccanismi esistenti: dai Vertici intergovernativi, che coinvolgono oltre ai capi dell\u2019esecutivo numerosi Ministri, alle consultazioni in formato 2+2 dei Ministri degli Esteri e della Difesa &#8211; che si sono svolte a Mosca nell\u2019aprile scorso. Seguite, in luglio, dalle visite dei Ministri Passera (potenzialit\u00e0 di sviluppo economico) e Severino (cooperazione nel settore della giustizia). Il punto \u00e8 che la solidit\u00e0 dei rapporti economici e commerciali \u2013 per continuare a crescere in un contesto altamente competitivo &#8211; va alimentata e ribilanciata, rispetto allo squilibrio collegato alle importazioni di gas.<\/P><br \/>\n<P>Nel corso della missione Monti sono state non a caso firmate \u2013 alla presenza del Primo Ministro Medvedev &#8211; sei intese industriali in settori di primaria rilevanza e di elevato potenziale come l\u2019energia, i servizi, le costruzioni, la tecnologia ambientale, che si aggiungono alle tante collaborazioni industriali italo-russe gi\u00e0 esistenti. <\/P><br \/>\n<P>Dopo la Germania, l\u2019Italia \u00e8 il secondo fornitore europeo della Federazione Russa, con un intercambio che nel 2011 ha superato i 46 miliardi di dollari. Per una serie di piccole e medie imprese italiane, il mercato russo costituisce gi\u00e0 una destinazione primaria. In una fase congiunturale in cui la domanda interna stenta a riprendere, si tratta di ossigeno necessario per il sistema produttivo italiano. <\/P><br \/>\n<P>Per l\u2019Italia, la Russia \u00e8 quindi un partner strategico, anche se problematico: importante sotto il profilo economico ma importante anche per la definizione degli assetti di stabilit\u00e0 nello spazio europeo e mediterraneo, al di l\u00e0 delle innegabili divergenze. L\u2019evoluzione della crisi siriana dir\u00e0 quanto un partner bilaterale cruciale per alcuni dei principali paesi europei, fra cui il nostro, possa anche tornare a pensarsi come attore indispensabile dei futuri equilibri sull\u2019arco di instabilit\u00e0 che va dal Mediterraneo al Mar Nero. Quanto pi\u00f9 la Russia diventer\u00e0 parte della soluzione, e non del problema, tanto pi\u00f9 Mosca superer\u00e0 le vecchie frustrazioni. Ritrovando, per questa via, una sua collocazione internazionale.<\/P><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"Ad oltre vent\u2019anni dalla dissoluzione dell\u2019Unione Sovietica, la Russia non ha adottato (ancora?) un modello di democrazia liberale di tipo europeo. Non \u00e8 neanche diventata \u2013 nonostante il \u201creset\u201d dei rapporti Usa-Russia in epoca obamiana &#8211; un convinto alleato degli Stati Uniti. Come molti, con troppa fretta, avevano predetto. 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