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Governo Italiano

L’impegno della direzione generale per l’Asia e l’Oceania a sostegno della politica italiana verso l’Oriente

 

L’impegno della direzione generale per l’Asia e l’Oceania a sostegno della politica italiana verso l’Oriente

Programma

 

Discorso del Sottosegretario agli Affari Esteri, On. Margherita Boniver

E’ con vivo piacere che mi accingo ad inaugurare  i lavori della “Giornata dell’Asia e del Pacifico”, che costituisce nella storia dei rapporti dell’Italia con tali aree continentali un avvenimento di notevole importanza simbolica, visto che si tiene, in questo formato ufficiale, per la prima volta.
In realtà, quest’ultimo anno è stato molto denso di eventi significativi che hanno avvicinato il nostro Paese agli Stati dell’Asia e del Pacifico, e quindi penso che possiamo parlare con orgoglio di “Anno dell’Italia” in Oriente: un anno che parte con l’importantissima visita del Capo dello Stato in Cina nel dicembre scorso, e viene seguito subito dopo, in febbraio, dalla visita del Presidente della Repubblica in India, occasioni di enorme portata alle quali ho avuto il piacere e l’onore di partecipare.
Un anno durante il quale abbiamo rafforzato la nostra qualificata presenza in Afghanistan, Paese in cui abbiamo intensificato il nostro impegno per la ricostruzione delle istituzioni democratiche, contribuendo all’organizzazione delle prime elezioni libere dopo decenni di guerra; abbiamo espanso le nostre attività nel settore della riforma della Giustizia, in cui l’Italia è il Paese leader;  abbiamo assunto il Comando della Forza di pace ISAF fino alla primavera del prossimo anno ed abbiamo avviato, nuove, interessanti iniziative di cooperazione soprattutto nella regione di Herat.
Un anno in cui l’Italia ha intrapreso iniziative diplomatiche per quanto riguarda la ripresa del  dialogo fra le due Coree, come la mia visita nei due Paesi a luglio scorso, o il recente seminario di Como incentrato sul dialogo intercoreano, sulla normalizzazione della situazione nella Corea del Nord e sul sostegno ai negoziati multilaterali per una soluzione della questione nucleare.
Un anno di sforzi in favore della riconciliazione nazionale in  Sri Lanka, e per la ripresa di un dialogo fra  Myanmar ed i Paesi europei. Anche per quanto riguarda gli Stati Insulari del Pacifico, abbiamo assistito ad un intensificarsi del nostro sostegno al Fondo della FAO per la sicurezza alimentare in quelle aree, ed abbiamo inoltrato ai Paesi che fanno parte del Pacific Island Forum una nostra richiesta per ottenere lo status di osservatore in tale organismo, per seguire più da vicino gli sviluppi regionali.
Un anno in cui siamo tempestivamente ed efficacemente intervenuti nei Paesi colpiti dallo Tsunami, a sostegno delle popolazioni tragicamente colpite dal maremoto, ed abbiamo velocemente avviato la ricostruzione, assieme alle competenti autorità locali. Un anno in cui, di fronte a situazioni di emergenza, indotte da calamità naturali, l’azione dell’Italia in Asia si è caratterizzata per la significativa entità e per la prontezza degli interventi umanitari, da ultimo a seguito del grave terremoto in Pakistan. Ho avuto l’occasione di vedere personalmente la devastazione provocata da queste due immani tragedie.
Un anno di intensa cooperazione in campo economico, con grandi progetti avviati con la Cina e l’India e con un successo, che ci riempie d’orgoglio, per quanto concerne la nostra partecipazione alla Esposizione Universale di Aichi, con lo stand italiano, nobilitato dalla presenza del “satiro danzante”, che è risultato il più visitato fra quelli stranieri, con un afflusso di 3,5 milioni di visitatori.
D’altra parte, la nostra rinnovata attenzione per i Paesi dell’Oriente ha radici profonde ed antichissime. Basti pensare che i primi europei a percorrere le vie dell’Estremo Oriente furono missionari come Giovanni da Pian del Carpine o Giovanni da Montecorvino, o, più tardi il Marignolli, e mercanti come, il più celebre, Marco Polo, o come Francesco Balducci Pegolotti, autore nel 1335 del primo libro di geografia commerciale, nel quale sono raccolte informazioni precise sulla via della seta a beneficio di altri mercanti.
Per diversi secoli l’Oriente, le sue ricchezze e la sua cultura furono conosciute in Europa grazie ai viaggiatori italiani e città come Genova e soprattutto Venezia hanno raccolto ogni notizia in provenienza da quelle lontane regioni e l’hanno propagata fra le capitali europee. Vi era alla Corte dei Khan mongoli una nutrita colonia di italiani, non solo mercanti e missionari, ma anche apprezzati consiglieri, messi e latori di ambascerie di Pontefici e principi. Tra questi possono citarsi Arnaldo di Savignano e Buscarello di Genova. Talmente stretti erano i rapporti tra la corte mongola e quella romana, che il Khan Arghum fece battezzare il figlio Nicola in onore di Papa Nicolò IV. Genovesi e veneti, come Nicolò de Conti, aprirono nuove vie verso l’India, attraverso lo stretto di Ormuz e giunsero in Indonesia e a Sumatra. Su tali vie, in collaborazione con i portoghesi, si inserirono sempre di più anche banchieri ed armatori fiorentini e bolognesi, quali Giovanni da Empoli o Lodovico da Varthema.
Nei secoli, il sapere trasmesso da questi personaggi o, successivamente, da Matteo Ricci e dai suoi discepoli ha creato in Italia un’importante tradizione di studi sull’Asia e sul Pacifico, tuttora fiorente grazie ad istituti quali l’IsIAO, l’Università Orientale di Napoli o la Ca’ Foscari di Venezia. Si tratta di un patrimonio di conoscenza che costituisce uno strumento importante per riannodare ora i fili di un rapporto così antico ed articolato e per proiettarlo nel futuro.
L’Italia guarda infatti oggi con rinnovata attenzione all’Asia e al Pacifico, fiduciosa di poter costruire insieme un futuro di cooperazione mutuamente vantaggioso. Il rapporto tra l’Italia e l’Oriente è un rapporto solido e con straordinarie prospettive di crescita, che consideriamo fondamentale, nella consapevolezza dell’eccezionale slancio vitale in termini economici, ma anche politici e culturali, che proviene dai vostri Paesi.
L’Italia intende raccogliere senza esitazioni la “sfida asiatica”, con una molteplice serie di iniziative sul piano politico, economico e culturale. L’organizzazione dell’ambiziosa manifestazione  “anno dell’ Italia in Cina”, nel 2006, mi sembra un ottimo esempio di come il nostro Paese desideri farsi conoscere ed apprezzare meglio, sotto tutti i profili, dai nostri amici cinesi, ma più in generale, dai nostri amici asiatici, visto tra l’altro che alcune iniziative saranno fatte probabilmente circolare negli Stati vicini.
La poderosa crescita, in questi ultimi anni, di giganti come la Cina e l’India, talmente impetuosa che talora i politologi riuniscono le due grandi entità statuali nel suggestivo ed efficace neologismo di “CHINDIA”, non ci deve infatti far trascurare altri importanti miracoli asiatici, con cui l’Italia è chiamata a rapportarsi, come ad esempio gli Stati del Sud Est asiatico, riuniti nell’ organizzazione regionale Asean, o altri Paesi che, in fasi successive, hanno ampliato il novero degli Stati di nuova industrializzazione. Grazie a tassi di crescita medi annui tra il 6 ed il 10%, all’inizio del XXI secolo la produzione dei Paesi asiatici è arrivata a coprire circa il 25% del PIL mondiale (nel 1965 tale quota era inferiore al 9%), consentendo alla regione di incorporarsi a pieno titolo nel binomio Europa-America e sottraendo all’Occidente l’esclusiva del concetto di “modernizzazione”. La maggior parte dei Paesi che nel corso del XX secolo è transitata da una condizione di sottosviluppo ad una di sviluppo si trova nel continente asiatico. Se si pensa che l’Occidente per ottenere risultati analoghi ha impiegato circa un secolo e mezzo, si comprende perché si parli di “miracolo asiatico”, un miracolo peraltro “contagioso”, nel contesto di una dinamica positiva tuttora in corso.
Un grande Stato democratico come l’Italia, membro del G8, vuole essere sempre più un attore “globale”, ed è pertanto chiamato sempre più a rapportarsi con le molteplici realtà asiatiche e del Pacifico. Credo che siano esattamente questi i presupposti sui quali il Governo italiano ha avviato le  apprezzate iniziative diplomatiche che ho citato in apertura del mio intervento. Tali iniziative che, come ho accennato, mi pare siano tenute in alta considerazione non solo dai Paesi asiatici più direttamente interessati, e dai loro vicini, ma anche dai nostri partner europei ed internazionali, ci accreditano sempre di più quali interlocutori affidabili e sinceri sugli scenari asiatici, dove dobbiamo continuare a proporre idee, progetti, eventuali soluzioni a lunghi conflitti ed ad antiche incomprensioni, proprio perché non abbiamo pesanti eredità storiche e coloniali sul continente, ed abbiamo un occhio libero da pregiudizi e preconcetti. 
In questo compito ritengo ci siano di aiuto i valori fondanti della società italiana, che sono dei valori che consideriamo universali. Essi ci hanno sostenuto nella costruzione di uno Stato unitario, che ha dato piena espressione alla nazione italiana che in meno di un secolo e mezzo di storia ha saputo innalzarsi al rango di attore globale. Una nazione dunque forte, ma desiderosa di promuovere la pace ed il mutuo rispetto fra i popoli, una nazione che crede nell’Organizzazione delle Nazioni Unite e nel multilateralismo della politica estera ed è dunque pronta a confrontarsi e a partecipare ad uno sforzo comune nelle istituzioni multilaterali.
Riteniamo che la vocazione universale della comunità internazionale sia incardinata nel sistema delle Nazioni Unite, che deve esprimere valori comuni a tutte le nazioni. L’Italia condivide con i Paesi asiatici l’obiettivo di rendere sempre più efficiente e democratico il funzionamento dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, nell’ambito della quale ogni Paese, grande o piccolo che sia, possa far sentire la propria voce con dignità e dovuto rispetto, ed al contempo possa dare il proprio particolare apporto al rafforzamento della pace e della sicurezza internazionali. In tale prospettiva, le proposte di riforma dell’ONU devono riposare su un ampio consenso fra gli Stati membri, a garanzia del fatto che qualsiasi riforma si intenda perseguire, essa deve presentare fin dall’inizio prospettive solide e durature.

L’Italia intende inoltre continuare a rafforzare il dialogo tra i Paesi ASEM intorno ai tre pilastri del dialogo stesso (politica, economia e cultura), cercando di apportare il proprio contributo all’individuazione di strategie che possano meglio assicurare i seguiti concreti ai numerosi incontri e conferenze promossi nei vari settori e di pervenire ad una razionalizzazione delle iniziative ASEM. L’Italia è convinta della necessità di approfondire i nessi tra tecnologia, commercio e finanza tra Europa ed Asia al fine di creare interessi comuni capaci di evolversi verso nuove forme di cooperazione, che possano sfociare in un livello superiore di istituzionalizzazione del dialogo euro-asiatico.
In un contesto internazionale nel quale gli Stati vanno aggregandosi dando forma ad organismi regionali con competenze sempre più estese – e penso non solo al processo di integrazione europea, ma anche agli sforzi che in tal senso si stanno realizzando nel continente americano con il NAFTA ed il MERCOSUR – l’Italia guarda con grande interesse ai processi di integrazione regionale in Asia e nel Pacifico ed al sempre maggiore coinvolgimento dei Paesi dell’area nell’economia globale: l’esperienza asiatica insegna che la globalizzazione può essere accompagnata da un sostenuto sviluppo e dal miglioramento delle condizioni di vita di centinaia di milioni di persone, situazione che – auspico vivamente -  possa favorire pace e stabilità.
L’Italia guarda ai Paesi asiatici come partner sempre più importanti. Essa non intende esportare solo beni e servizi, ma è pronta a mettere a disposizione il suo patrimonio culturale, politico e giuridico, consapevole che i tratti distintivi del “genio italiano” hanno suscitato nei secoli e suscitano tuttora ammirazione e tuttora rendono vincente l’architettura, la moda ed il design italiano nel mondo.
Dal confronto tra tradizione e creatività, che senza dubbio ci accomuna ai Paesi asiatici, possono scaturire grandi sinergie. Sta dunque alle due parti  intraprendere la via fruttuosa dell’incremento degli investimenti, delle transazioni e dei progetti congiunti, nonché di collaborazioni innovative nelle arti e nella cultura.
Il modello di sviluppo italiano è caratterizzato da un assetto diversificato e agile ed è sorretto da esperienza, professionalità, inventiva e capacità di interpretare le tendenze dei mercati. I nostri distretti industriali costituiscono un modello di sviluppo che presenta ottime possibilità di essere replicato nei mercati emergenti dell’Asia, come dimostrato dall’iniziativa di sempre più numerosi imprenditori italiani.
Sono fermamente convinta che la straordinaria crescita sperimentata da un numero crescente di Paesi dell’Asia e che pure preoccupa non pochi osservatori del vecchio continente costituisca in realtà una opportunità unica per le nostre imprese e per i nostri operatori. Ben lungi dal chiudersi di fronte all’espansione dei mercati asiatici, dobbiamo esservi presenti, per costruire una trama di collegamenti che contribuisca a creare opportunità economiche di reciproco vantaggio, ma che aiuti anche a creare un mondo più interconnesso, stabile e prospero.
A tale proposito, l’Italia non trascura il fatto che l’Asia ed il Pacifico conoscono una situazione di grandi  disparità di sviluppo e benessere, fattore di tensioni e instabilità a livello regionale. La crescita economica non deve andare a scapito delle fasce più deboli della popolazione e politiche sociali giuste ed equilibrate sono un correttivo necessario ed indispensabile su cui costruire società moderne e solide.
L’Italia guarda dunque con ottimismo agli sforzi di molti Paesi della regione sinceramente impegnati nell’opera di consolidamento delle loro istituzioni democratiche, secondo tempi e modalità e con risultati che variano da Paese a Paese, e che appaiono oggi più attenti alle reali esigenze ed aspettative che sorgono dalle società civili.
Siamo pronti ad intensificare il dialogo politico con i Paesi dell’Asia e del Pacifico, sia sul piano bilaterale che su quello multilaterale, consapevoli e rispettosi delle peculiarità di ogni singolo Paese, ma altrettanto convinti che la democrazia, la libertà ed il rispetto dei diritti umani costituiscono le premesse indispensabili al conseguimento di qualsivoglia tipo di sviluppo equo e duraturo.
L’Italia continuerà pertanto a fornire assistenza tecnica ai Paesi dell’Asia del sud, sud-orientale, e del Pacifico, sia attraverso il canale bilaterale che quello multilaterale, favorendo il cammino di tali Paesi verso lo sviluppo economico e sociale.
D’altra parte, il mondo globalizzato del XXI secolo è un mondo nel quale le sfide cui siamo confrontati sono sfide globali e necessitano di cooperazione internazionale e di solidarietà. Penso alla violenza alimentata da conflitti irrisolti, alla proliferazione nucleare, ma, soprattutto, al fenomeno del terrorismo, che colpisce in Europa, come in Asia, creando sconcerto, insicurezza e panico fra popolazioni inermi. Esso va affrontato e sconfitto insieme, perché è anche tramite la concertazione e la solidarietà internazionale che le reti del terrore, operanti capillarmente in diversi continenti, possono essere debellate. Partendo dall’assunto che la pace e la sicurezza sono indivisibili, considerando che la minaccia terroristica è una minaccia globale e che non vi sono Stati, Governi o popolazioni che possono considerarsi al riparo da essa, dobbiamo lavorare insieme nella repressione di questo fenomeno.
Dobbiamo insieme investire nella prevenzione di questo male, evitando che radicalismi e fanatismi possano prendere piede nelle nostre società. L’Italia, culla della civiltà cattolica, ma anche crocevia delle grandi religioni monoteiste, ha una vocazione spiccata per il dialogo interculturale ed interreligioso. E’ un tema sul quale siamo sicuramente interessati a confrontarci con l’Asia, terra di incontro ove convivono le grandi religioni orientali - Confucianesimo, Buddismo, Induismo e Taoismo - l’Islam e la Cristianità. E’ una convivenza che presenta localmente alcune situazioni  di tensione, ma da un punto di vista globale, è una grande lezione di tolleranza e di dialogo che proviene dai vostri Paesi e che ci accomuna.
L’Italia è pronta ad incontrarsi con le culture, con le religioni, con i popoli dell’Asia e del Pacifico, con la consapevolezza matura e cosciente che grazie al dialogo ed al confronto con civiltà e culture diverse si giunge ad un livello superiore di conoscenza, di comprensione e di reciproco rispetto: l’esperienza di decine di migliaia di cittadini asiatici regolarmente residenti nel nostro Paese durante questi ultimi anni ci ha ampiamente convinti di questo.

Signori Ministri e Capi Delegazione, Signori Ambasciatori, celebriamo oggi un rapporto antico e solido, che intendiamo rinnovare e proiettare con decisione e ottimismo nel futuro. Auspico vivamente che in tale ambizioso intendimento l’Italia possa contare su di voi, e posso rassicurarvi che i vostri Paesi possono certamente contare su di noi.
Mi auguro altresì  che questa iniziativa diventi un collaudato appuntamento annuale; un’opportunità per tracciare un breve bilancio, di volta in volta, delle nostre iniziative in oriente, e per aggiornarle puntualmente rispetto alle concrete esigenze che si manifestino, in modo da poter offrire il contributo italiano ad una crescita asiatica che continui sì ad essere dirompente, ma al tempo stesso equilibrata e pacifica. Tenendo sempre presente che la pace, nel suo significato più elevato, e’ molto di più che l’assenza di conflitti; e che la prosperità, a bene vedere, e’ molto di più di un prodotto nazionale lordo in crescita.
* * *
Prima di concludere e di cedere la parola agli altri illustri relatori, permettetemi un sentito ringraziamento all’ “Istituto Italiano per l’Africa e l’Oriente” che ha collaborato con il Ministero degli Affari Esteri per la realizzazione di questa iniziativa e che con il suo costante lavoro fornisce un apprezzato ed importante contributo al rafforzamento delle relazioni tra l’Italia ed i Paesi dell’area.

 

Intervento del Direttore Generale della FAO, Jacques Diouf “FAO-government of Italy cooperation in Asia and Pacific”

It is a great honour and privilege for me to partecipate in this  important event the “Giornata dell’Asia e del Pacifico”. It offers an opportunity to highlight the close cooperation which exists with the countries of Asia and the Pacific. I wish I express my appreciation to the Minister of Foreign Affairs of Italy for the kind invitation.
To translate the World Food Summit commitment into action, FAO has initiated and strengthened concrete programs and projects at country regional and global level. The special program for food security adopted in 1994 initially focused on securing production and increasing agricultural productivity. From the initial 15 countries, the program is today operational in 105 countries, of which 19 are in Asia and 14 in the Pacific. Since 1995, some 66.8 million of which 9.8 from FAO’s own resources have been put in this program. With regard to the Pacific, 6.2 million has been commited and the SPFS (Special Programme for Food Security) is currently living upskilled to the national level in twelve countries in Asia and in two countries is already been skilled for an overall budget of 740 million dollars. FAO has assisted 21 regional economic organizations globally, of which three in Asia: ASEAN, SARC and PIF in the preparation of regional programs for food security which complement and reinforce national policies and programs.
By addressing the issues which are of regional character, since 2003 FAO has been implementing regional program for food security in the Pacific Islands Forum countries. The program, covering 14 countries, is currently financed by the italian contribution of 4.5 million through the FAO Voluntary Trust Fund and by the 2.8 million from the FAO Technical Cooperation Program.
In mid-2005, the Ministers of South-South Cooperation approved the expansion of this program to cover 72 million dollars during a period of five years.
The involvement of regional economic organization has been facilitated by the implementation of this program, which also benefits from the assistance by China and Philippine under the South-South Cooperation Program. In addition the program is providing consultance to be recruited under the TCDC technical cooperation program among developing countries’ initiative. It also promotes complementarity with other ongoing initiatives such as the development of sustainable agriculture in the Pacific, supported by the European Union and the regional trade facilitation program supported by Australia and New Zealand.
FAO has been active in the emergency and riabilitation work in Asia and the Pacific. In 2004-2005 biennium, the region benefited from 90 projects, on the whole 87 million dollars.
As observed already, the government of Italy’s contribution to the Voluntary Trust Fund for food security and food safety has acted as an important catalyst for the development of the regional program for food security for the Pacific Islands countries.
However, the FAO-government of Italy cooperation goes well beyond that. In fact, over the past 26 years, 70 countries have benefited through the FAO-government of Italy cooperative program. Currently, this program is globally supporting 37 projects, on the whole 77 million dollars in 27 countries. In Asia alone, the government of Italy is supporting projects, on the whole over 32 million dollars.
Initiatives have been and are been executing, inter alia, in all the different regions. Areas covered include food security, environment and sustainable development and istitutional support and the policy assistance.
And I wish to take this opportunity to thank the government of Italy  for its generous support to FAO and its member countries.
Your Excellencies, Ladies and Gentlemens, FAO’s values are cooperation and collaboration with the government of Italy and the Asian and Pacific countries and stands ready to continue assisting the latter in their quest for agricultural development and food security, and to me, the goals of the World Food Summit and the Millenium Development Goal.
I thank you for your kind attention.

 

Intervento del Presidente Senatore Giulio Andreotti

La collega Boniver ha toccato il piano dei rapporti culturali che si sono da tempi lontanissimi intrecciati tra i Paesi qui rappresentati, e che costituiscono tuttora uno dei mezzi con cui si può contribuire a realizzare una “casa internazionale” magari non proprio comune, ma sicuramente meno rissosa e conflittuale.
In vista di questo obiettivo, dovremmo auspicare, per il futuro, che non vi sia soltanto una giornata italiana in cui si parli di Asia e di Pacifico, ma che vi siano giornate europee dedicate all’Oriente. Può sembrare azzardato oggi, ma certamente il nostro impegno deve indirizzarsi in questa direzione.
È come ciò che successe a Maastricht, quando forse fummo all’avanguardia nel parlare di politica estera e sicurezza comune; forse sarebbe stato più giusto dire graduale avvicinamento delle politiche estere e di sicurezza. Ma si è trattato comunque di un passo avanti, e bisogna pur sempre proporsi nuove sfide.
Questa deve essere la linea. Del resto quando nacque la Comunità Europea si ebbe subito la coscienza della necessità di un qualcosa che andasse a rimuovere il sospetto e la diffidenza internazionale verso questa nuova istituzione percepita come una sorta di “Fortezza Europa” chiusa nei confronti dell’esterno. Si crearono dunque quei programmi, materialmente non molto rilevanti, ma pieni di significato, cosiddetti ACP (Africa, Caraibi, Pacifico), tramite i quali si volle istituire un contatto con quei Paesi e, nello stesso tempo, si contribuì anche alla creazione delle strutture rappresentative dei nuovi Stati, intrecciando significative relazioni diplomatiche.
Ai grandi personaggi già ricordati dalla collega Boniver, vorrei aggiungere un personaggio, a mio parere, straordinario e interessantissimo, il gesuita Matteo Ricci.
Questo eccentrico missionario nel ‘600 dedica molti anni allo studio del cinese, diffonde lì le nostre tradizioni (studio dei classici e scoperte scientifiche), fa conoscere meglio la Cina in Europa, al punto di esser considerato uno dei più importanti punti di riferimento non solo per la sinologia, ma per la cultura universale; ma, perché la storia in fondo è fatta di contraddizioni, riesce a fare pochissimi battesimi. Il suo merito, inconfutabilmente, è quello di aver creato un profondo rapporto culturale e scientifico tra la Cina e il nostro Paese.
Bene, il suo corpo è sepolto nell’edificio che fu dei Gesuiti e che oggi è sede della Scuola Centrale di Partito a Pechino, e il suo nome figura tra i pochi stranieri nell’enciclopedia nazionale cinese.
Apparentemente strano quindi, ma intanto quella sepoltura gli fu concessa dall’imperatore, nonostante la tradizione lo vietasse, per i suoi notevoli meriti; e tuttora continua ad essere molto apprezzato. Infatti, quando, una volta, mi condussero a visitare la Scuola Centrale del Partito feci notare di non avere molti interessi da condividere con il partito comunista, così mi spiegarono il motivo di tale visita e mi dissero una frase molto particolare che prendo ad emblema: “è uno degli stranieri che ci ha aiutato a capire la Cina”.
Mi sono dilungato su questo, non per creare adesso delle differenziazioni all’interno del mondo che indistintamente chiamiamo “Asia e Pacifico”, ma che di fatto comprende realtà profondamente eterogenee e anche talora conflittuali, ma per sottolineare ulteriormente il profondo interesse e gli antichi legami che legano l’Italia ai vostri Paesi.
A mio giudizio, sono oggi particolarmente rilevanti i rapporti di tipo mercantile: quando il Presidente del Consiglio parlò qualche tempo fa di un certa unità di azione delle nostre Rappresentanze anche per quanto riguarda i problemi di carattere economico, riscosse delle critiche. Quello stesso giorno, tuttavia, si svolgeva una riunione del Dipartimento di Stato americano, a cui hanno preso parte tutti gli ambasciatori degli Stati Uniti e, quindi, anche quello italiano e quello della Santa sede. In questa occasione, venne discussa una tesi importante quanto innovativa proposta dal Dipartimento: gli ambasciatori sarebbero stati giudicati in base ai contratti economici che avrebbero concluso e in base alle quote di crescita delle esportazioni americane verso i singoli rispettivi Paesi.
Ciò dimostra come non vi sia nulla di scandaloso nell’ipotesi avanzata del nostro Premier.
A questo punto, allora, dobbiamo analizzare cosa possiamo reciprocamente dare e ricevere nella varietà dei Paesi di Asia e Pacifico.
Una delle questioni più rilevanti riguarda direttamente i rapporti culturali, interessando il piano dei contatti tra università e la presenza di studenti stranieri in Italia e di nostri studenti all’estero. Io credo che un grande passo in avanti per la creazione di quella “casa internazionale” possa essere realizzato attraverso un’intensificazione di questo tipo di scambi (come nel campo degli studi nucleari cominciati in tempi ormai lontani), perché ciò contribuisce alla creazione di radici comuni e valori condivisi nonché all’instaurarsi di rapporti personali ed amicizie, che abbattono le mura della diffidenza, dei luoghi comuni, della paura. Solo in questo modo si combattono quelle divisioni e contrapposizioni che nutrono il terrorismo. Infatti, cos’è il terrorismo se non uno scontro ideologico, e talvolta religioso? Il rischio, altrimenti, è quello di alimentare questi contrasti con atteggiamenti di “contrapposizione frontale” che purtroppo hanno avuto anche eminenti esponenti del mondo della cultura.
A tale riguardo io credo che un ottimo punto di partenza per allentare la tensione sia quello, per esempio, di organizzare presso il Ministero un convegno di laureati e professionisti stranieri, in cui non si discuta di politica, ma si inizi un dialogo tra posizioni e tradizioni diverse.
La possibilità del confronto culturale con l’ “altro” vede l’Italia quale paese privilegiato, avendo avuto e avendo tuttora noi, ad esempio, un certo numero di studenti stranieri presso una delle università pontificie, “Propagande Fide Urbaniana”, dove studiano allievi al sacerdozio di tutte le nazionalità, compreso un certo numero di cinesi provenienti dalla cosiddetta Chiesa Patriottica.
Voglio sottolineare, con gli esempi citati finora, come la religione ci abbia fornito nei secoli la possibilità dell’incontro e del confronto con realtà che sembrano essere apparentemente troppo distanti dalla nostra. Ma, nel tentativo e con il fine di evitare scontri, anche solo formalmente sanguinosi, dobbiamo, a mio parere, risolverci all’utilizzo di mezzi culturali piuttosto che bellici.
Io sono fermamente convinto che esistano dei valori universali come la pace, il rispetto dell’individuo e la tutela anche della diversità. La democrazia si presta, certamente meglio di altri sistemi politici, alla salvaguardia di questi valori, che nella diversità delle culture tendono ad esprimersi con mezzi differenti. Non credo, a differenza di altri però, che la democrazia sia uno strumento esportabile sic et simpliciter: è pur sempre un prodotto storico-geografico della nostra civiltà occidentale; non credo tantomeno che vada esportata o insegnata con le tecniche che attualmente si utilizzano. Altrimenti, così facendo, ci troveremmo a vestire ancora i panni dei colonizzatori e dei carnefici. Sotto la bandiera della pace ci ritroveremmo ad esportare l’odio tra i popoli.
È, concludendo, per questo motivo che ritengo essere il dialogo culturale nettamente migliore dello scontro politico, come mezzo per avvicinare le civiltà, per far sì che queste si conoscano e comunichino.
Alla luce di quanto esposto voglio sottolineare come non si debba assolutamente lasciar passare in sordina un evento così importante e utile come la “Giornata dell’Asia e del Pacifico”, ma, anzi, come si debbano impiegare le nostre energie perché questa occasione abbia la possibilità di ripetersi e conquistare maggior risonanza anch


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