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Governo Italiano

Storia della collezione Ambasciata di Parigi

 

Storia della collezione Ambasciata di Parigi

Come per le altre sedi della rappresentanza diplomatica aperte dopo la creazione dello Stato unitario, la scelta e la richiesta di opere giunte dai più importanti Musei e collezioni del territorio italiano, costituiscono un’ interessante testimonianza delle linee del pensiero del primo Novecento di intellettuali e di uomini di Stato riguardo al dibattito, vivace all’epoca, sull’opportunità di rappresentare l’Italia all’estero con opere in prestito dalle collezioni d’arredo delle Ambasciate che si andavano formando proprio all’epoca.

Già negli anni Dieci del Novecento si decideva la destinazione all’estero di molte opere prima che le vicende militari che avrebbero coinvolto l’Italia giocassero un ruolo fondamentale contribuendo alla dispersione di alcune opere del patrimonio museale italiano.

Un telespresso degli anni Venti riportava l’elenco delle numerose opere date in prestito a Uffici, Ministeri e Ambasciate estere da parte dell’allora Ministero della Pubblica Istruzione. Anche per l’Ambasciata di Parigi, quindi, la formazione dell’importante collezione di dipinti, mobili e oggetti rientrava nel progetto politico di rappresentare la potenza italiana attraverso l’espressione più alta che essa detenesse all’epoca: la sua cultura, in tutte le forme, dalla pittura alla scultura archeologica, dall’ebanisteria all’arazzeria etc...

Il primo ingresso di opere a Parigi avvenne negli anni 1910-11 coincidente con l’acquisto da parte del governo italiano dell’Hôtel de Galiffet, prima sede dell’Ambasciata italiana: le numerose opere provenivano da Gallerie distribuite in tutto il territorio italiano. Giunsero dall’Accademia di Venezia (15/12/1910), i seguenti dipinti: Giosuè che ferma il Sole di Felice Meyer (inv. MAE 9 ex 199, INV. N. 639); Mosè che batte la rupe di Scuola veneta (inv. MAE 13, ex 311, INV. N.640); la Veduta di porto di mare con sfinge di Ambito veneziano (inv. MAE 51, ex 1410 INV. N. 459), dalla Galleria Sabauda di Torino (12/6/1911), il Ritratto di Beatrice di Portogallo (inv. MAE 10, ex 206, INV. N.808), attribuibile a Jan de Krack; la coppia di putti in terracotta di Francesco Ladatte (inv. MAE 49-50, ex 1173-1174, INV. N. 168), dalla Galleria Nazionale d’Arte Antica di Roma (17/2/1911), il Martirio dei SS. Cosma e Damiano di Scuola di Veronese (inv. MAE inv. 5, ex 171, INV. N. 1216, F. N. 802), la Carità Romana, copia da Guido Reni (inv. MAE 14, ex. 342, INV. N. 1312, F. N. 972), Lucrezia in atto di ferirsi, un’altra copia dal Maestro bolognese (inv. MAE 12 ex 272, INV. N. 1383, F. N. 968), il Ritratto di donna con libro di Anonimo fiammingo, poi restituito (17/12/2004); il Paesaggio con casa in riva al fiume (inv. MAE 17 ex 700, INV. N. 1325) e il Paesaggio con pescatori e rocce (inv. MAE 18 ex 701, INV. N. 1326, F. N. 846), entrambi riferibili a pittori fiamminghi, il Paesaggio con il Tempo che rapisce Amore (inv. MAE n. 21, ex. 792 INV. N. 1399, FN 901) e il Paesaggio con Pan e Siringa (inv. MAE n. 22, ex 793, INV. N. 1398, F.N. 898) di Ambito di Francesco Albani, la Marina di Ludolf Backhuisen (inv. MAE 34 ex 925 INV. N.1243, F.N. 960), il Paesaggio con fiume e guerrieri (inv. MAE 48 ex 1155, INV. N. 1342, F.N. 912) di Scuola di Salvator Rosa. Infine, dalle Gallerie di Capodimonte di Napoli furono inviati a Parigi (29/4/1912) due Nature morte di Gaetano Cusati (invv. MAE 6 ex 172, INV. N.3548 SM e 8 ex174, INV. N. 3528 SM) e altre due di Baldassarre De Caro (invv. MAE 7 ex 173, INV. N.3122 SM e 16 ex 679, INV. N. 3523 SM). L’anno successivo (1913), giunse anche una scena di Campo di battaglia di Antonio Marini, dalla Pinacoteca di Bologna (inv.MAE 4 ex 157, INV. N. 836). Si trattava di numerosi dipinti concessi in deposito temporaneo che esprimevano alcuni momenti ritenuti significanti dell’arte italiana, come il periodo antico romano e i suoi modelli, il Rinascimento maturo veneto, il classicismo emiliano seicentesco, il naturalismo seicentesco meridionale. Sul piano iconografico, la scelta cadeva sulla pittura di paesaggio, sulla natura morta e sull’archeologia, come testimoniano l’arrivo di alcune sculture richieste al Museo Nazionale Romano e già appartenenti al Museo Kircheriano; tra queste, la Testa di Satiro in porfido e la Testa di Athena in marmo bianco.

Nel 1939, a seguito del trasferimento dell’Ambasciata nella nuova sede nell’Hôtel de La Rochefoucauld-Doudeauville e del completamento degli allestimenti delle “Sale italiane”, giunsero a Parigi, da Roma, vasi e porcellane varie, in prestito temporaneo dal Museo Nazionale di Palazzo Venezia di Roma (2/2/1939). Si soddisfava, in tal modo, l’ esigenza di accrescere la raccolta di pitture e sculture antiche e moderne preesistente nell’Hôtel de Galiffet, con oggetti di alto artigianato italiano. Contemporaneamente Loewi e l’Ambasciatore Cerruti procedevano all’acquisto di pezzi di rilevante bellezza seguendo il gusto italiano, rappresentato dalla fortuna del Settecento veneziano e piemontese, dalla pittura di Paesaggio, dalle chinoiseries e dal rococò del Regno delle due Sicilie. Nel 1954 la donazione privata dell’Enfant malade di Medardo Rosso (senza inv.) arricchiva con un esemplare d’arte contemporanea la collezione di sculture.

Nel 1961 vennero inviati dal Ministero degli Esteri altri dipinti di diverso interesse, tra cui una coppia di Architetture fantastiche con rovine di Ambito di Viviano Codazzi (inv. MAE 1480). Il ricco mobilio che ancora oggi arreda fastosamente tutte le sale in gran parte fu frutto degli acquisti effettuati nel territorio francese e in quello italiano, in particolare, a Venezia presso la Galleria antiquaria di Loewi, a Torino presso quella dell’antiquario Pietro Accorsi e a Roma presso la Galleria Sangiorgi.

L’Ambasciata, presenta, oggi, una ricchissima collezione di mobili, tra cui alcuni esemplari di rara importanza come il tavolo da centro con piano in commisso di pietre dure; la coppia di tavoli da gioco intarsiati in legni vari della fine del sec. XVIII– inizi sec. XIX della Bottega di Maggiolini (invv. MAE 817-818), la coppia di tavoli parietali veneziani del sec. XVII; la commode a ribalta di Bottega romana del terzo quarto del sec. XVIII, con traliccio, da confrontare con quella esistente in Collezione Barberini; la commode con finimenti in bronzo dorato sulla cimasa in legno intagliato e dorato, d’influsso d’oltralpe; la consolle-table dal raffinato intaglio, la commode Luigi XV in legno laccato (inv. MAE 1124) e la consolle Régence francese del 1720; il mobile a firma dell’ebanista milanese Colombo (inv. MAE 842); la commode a ribalta, con decorazioni a trompe l’oeil, su disegni di Angelica Kauffmann, del terzo quarto del sec. XVIII, la coppia di sgabelli piemontesi del sec. XVIII, inoltre, molte suites di divani, poltrone e sedie in stile Luigi XVI, in legno finemente intagliato e dorato (invv. MAE 801-810) e arredi lignei particolari, come il tavolo Régence en cabaret, con vassoio in lacca cinese, di Manifattura lombarda, databile 1766 e 1795 del primo quarto del sec. XVIII, in pessime condizioni (inv. MAE 1127) o il Paravento con pannelli decorati da Visioni di porti (inv. MAE 1306), il più notevole tra quelli esistenti in ogni Ambasciata italiana.

Molte e di particolare pregio le altre collezioni: quella di busti “all’antica” in marmo bianco e in mischio, con preziosi drappeggi, la collezione di arazzi tra cui quelli di G. Rost (1535-1564), con grottesche (inv. MAE 1324), di Frederic Moucheron (1633-1686) o del figlio Isaac (1667-1744). E ancora, la raccolta assai rara di orologi e pendole, tra cui si segnala l’orologio Régence a torre, in legno di rosa e violetto (1725), firmato, la pendola Luigi XV con l’elefantino, esempio di “orologio– animalier” (inv. MAE 1123) e la pendola con strumenti musicali; la raccolta di oggetti in marmo, di stampo classicheggiante, come alcuni vasi in marmi antichi e dei secc. XVI-XVIII, provenienti da scavi archeologici, poi abbelliti e impreziositi da successivi decori in bronzo; tra i quali è degna di nota la serie di 5 vasi brucia profumi (invv. MAE 746-747). Di grande eleganza la collezione di biscuits di porcellana di Sèvres (invv. MAE 938, 941, 942, 944). E ancora, la raccolta di soprammobili conserva molte riproduzioni di vasi cinesi del sec. XVI, risalenti agli inizi del sec. XX (inv. MAE 251), in porcellana bianca e blu con manici in bronzo o più antichi (invv. MAE 2855-2856), della prima metà del sec. XVIII (1700-1750), di ambito olandese, infine, alcune ceramiche a smalto di Delft.

Alle collezioni dell’Ambasciata di Parigi, come a tutte le altre Ambasciate, non mancano le riproduzioni a stampa, tra le quali si segnala una Veduta di Roma di Giuseppe Vasi (1710-1782) del 1765 (inv. MAE 594), conservata presso l’OCSE. Si aggiunge, una coppia di calendari Almanacchi per l’Anno MDCXCIII”, di produzione parigina, di Pierre Landry (1630-1701) (inv. MAE 596).

Di provenienza francese, i begli arazzi con le Storie di Ester e di Giasone, le pitture dei sovrapporta, i camini di marmo, i tappeti Aubusson, diversi lampadari e alcune torciere del Seicento.

L’attuale Istituto di Cultura conserva, nella Sala espositiva, quattro grandi tele già appartenenti alla Collezione Farnese ed inviate dal Museo di Capodimonte di Napoli negli anni Trenta, due attribuite a Luca Giordano e due a Ilario Spolverini che raffigurano tutte Scene di battaglia, disposte su pareti curve anziché rettilinee, ponendo reali problemi di conservazione.


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