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Governo Italiano

2. I MECCANISMI FLESSIBILI DEL PROTOCOLLO DI KYOTO

 

2. I MECCANISMI FLESSIBILI DEL PROTOCOLLO DI KYOTO
a. Il Protocollo di Kyoto offre opportunità di sviluppo internazionale per le aziende italiane

La lotta ai cambiamenti climatici e al riscaldamento globale influenza le scelte di politica economica a tutti i livelli e sta alimentando la crescita della cosiddetta low carbon economy.

Le politiche per il sostegno alle imprese che operano nei settori energia e stanno assumendo una straordinaria rilevanza economica, industriale e finanziaria e si annunciano come uno dei principali volani dell’innovazione in campo energetico dei prossimi anni.

Il Protocollo di Kyoto impegna i Paesi industrializzati firmatari a ridurre, in media del 5%, entro il periodo 2008-2012, le proprie emissioni di gas a effetto serra rispetto ai livelli rilevati nel 1990.

Per facilitare il raggiungimento degli obiettivi, assieme all’adozione di misure interne di riduzione delle emissioni, il Protocollo di Kyoto prevede l’utilizzo di strumenti che - al fine di stimolare processi virtuosi di sviluppo sostenibile a livello globale - consentono di effettuare investimenti per il trasferimento di tecnologie pulite o comunque volti a ridurre le emissioni in Paesi in via di sviluppo (Clean Development Mechanism, CDM) o in altri Paesi con obblighi di riduzione, in particolare quelli con economia in transizione (Joint Implementation, JI).

Nel 2006, sono stati investiti 75.4 miliardi di US $ in progetti, società e tecnologie specializzate nella produzione di energia pulita. Nel 2007 si è passati a quasi 120 miliardi. Molti di questi finanziamenti sono stati rivolti ai meccanismi del tipo CDM e non hanno coinvolto solo la produzione di energia rinnovabile o l’efficienza energetica, ma anche i settori dell’agroindustria, dell’edilizia, dei trasporti e delle foreste.

A gennaio 2009, i progetti relativi ai meccanismi CDM in corso di realizzazione (compresi quelli in fase iniziale) risultano essere 4200.

I meccanismi di flessibilità hanno creato un mercato della CO2 in fortissima crescita.


b. Definizione di “Clean Development Mechanism” 

Il Clean Development Mechanism (CDM) è disciplinato dall’art. 12 del Protocollo di Kyoto.

Permette alle imprese dei Paesi industrializzati con vincoli di emissione (elencati nell’Allegato I della Convenzione delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici) di realizzare progetti che mirano alla riduzione delle emissioni di gas serra nei Paesi in Via di Sviluppo che non hanno vincoli di emissione.

In pratica, un'azienda privata, ovvero un soggetto pubblico, può realizzare un progetto in un PVS per la riduzione/abbattimento delle emissioni di gas ad effetto serra.

La differenza fra la quantità di gas serra emessa realmente e quella che sarebbe stata emessa senza la realizzazione del progetto (scenario di riferimento o baseline), è considerata “emissione evitata” ed è accreditata sotto forma di “crediti di carbonio” aventi un valore di mercato dipendente dal numero dei crediti generati e dal prezzo dei crediti (prezzo non fissato a priori ma determinato dall’andamento del mercato).

L'impiego del CDM presenta i seguenti vantaggi per un Paese industrializzato e per le imprese del Paese stesso:

  • minori costi marginali di abbattimento: a parità di riduzione delle emissioni, è solitamente meno oneroso intervenire nei Paesi in Via di Sviluppo.
  • miglioramento della redditività di un investimento potendo contare sul ricavo che deriva dalla vendita dei crediti di carbonio generati. Le emissioni evitate dalla realizzazione dei progetti generano crediti di emissioni chiamati Certified Emission Reductions - CERs. (1 CER = 1 tonnellata di CO2 equivalente).
  • opportunità commerciale ed industriale di entrare nei nuovi mercati di Paesi emergenti in settori come energia pulita, innovazione tecnologica, riqualificazione industriale, efficienza energetica, agroindustria.

    Per maggiori informazioni si può consultare il sito: http://cdm.unfccc.int/index.html


c. Definizione di “Joint Implementation” 

Il meccanismo di Joint Implementation (JI) è disciplinato dall’art. 6 del Protocollo di Kyoto.

Il meccanismo di JI permette alle imprese dei Paesi industrializzati con vincoli di emissione (elencati nell’Allegato I della Convenzione delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici) di realizzare progetti che mirano alla riduzione delle emissioni di gas serra in altri Paesi ugualmente soggetti a vincoli di emissione.

Lo scopo del meccanismo di JI è di ridurre il costo complessivo derivante dall’adempimento degli obblighi di Kyoto permettendo l'abbattimento delle emissioni laddove è economicamente più conveniente.

Le “emissioni evitate” dalla realizzazione dei progetti relativi ai meccanismi di JI generano “crediti di emissioni” chiamati Emissions Reduction Units – ERUs (1 ERU = 1 tonnellata di CO2 equivalente), che possono essere utilizzati per l'osservanza degli impegni di riduzione assegnati.

A differenza di quanto accade per il CDM, questo meccanismo coinvolge Paesi che hanno dei limiti di emissione. I crediti generati dai progetti, pertanto, sono sottratti dall'ammontare di “permessi di emissione” inizialmente assegnati al Paese ospite. In questo senso, i progetti JI sono "operazioni a somma zero": le emissioni totali permesse nei due Paesi rimangono le stesse.

Tutti i Paesi industrializzati possono potenzialmente ospitare progetti JI. Naturalmente i paesi con economie in transizione, caratterizzati da bassi costi marginali di abbattimento, sono i candidati principali per questo tipo di progetto.  

Per maggiori informazioni si può consultare il sito: http://ji.unfccc.int/index.html


d. Gli impegni di riduzione italiani: non solo un obbligo

Per soddisfare gli obblighi assunti con la sottoscrizione del Protocollo di Kyoto e il recepimento della normativa europea, nel quinquennio 2008 – 2012, l’Italia dovrà acquistare una notevole quantità di crediti di carbonio da meccanismi CDM e di JI.

L’Italia, infatti, dovrà emettere una quantità totale di CO2 pari al 6,5% in meno rispetto ai livelli del 1990.

Questo obbligo potrebbe rappresentare per il “Sistema Paese” nel suo complesso un’opportunità a beneficio di quelle imprese che operano nel settore delle rinnovabili o che dispongono di tecnologia e know-how per migliorare l’efficienza energetica e l’impatto ambientale dei processi industriali e dei trasporti.

L'impiego dei meccanismi CDM presenta i seguenti vantaggi per un Paese industrializzato e per le imprese del Paese stesso:

  • Esplorazione ed espansione nei nuovi mercati dei Paesi emergenti, entrando in settori come energia pulita, innovazione tecnologica, riqualificazione industriale, efficienza energetica.
  • Minori costi marginali di abbattimento: a parità di riduzione delle emissioni, potrebbe essere molto meno oneroso intervenire nei Paesi in Via di Sviluppo.
  • Miglioramento della redditività di un investimento potendo contare sul ricavo che deriva dalla vendita dei crediti di carbonio generati.
  • Notevole miglioramento dell’immagine aziendale presso l’opinione pubblica derivante dall’impegno “ambientale” della stessa azienda.

 

 

   
e. Modifica del decreto Legislativo 216/06

Il Ministero dello Sviluppo Economico, il Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare e il Ministero degli Affari Esteri hanno istituito una piattaforma istituzionale di raccordo e con  funzione propulsiva dei progetti CDM/JI.

Il D. Lgs. 51/2008 di modifica del D. Lgs. 216/06, approvato dal Consiglio dei Ministri il 27 febbraio 2008, valorizzando il ricorso ai meccanismi di flessibilità, ha inserito il Ministero degli Affari Esteri nella cabina di regia che promuove le attività progettuali del settore privato e pubblico, assieme agli altri Ministeri sopra citati.


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