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Governo Italiano

Gli interventi più importanti

 

Gli interventi più importanti

Gli interventi da realizzare per definire una efficace strategia energetica nel nostro Paese possono essere ordinati in tre aree principali:

Interventi da realizzare in ambito nazionale

Azioni nei confronti dell’Unione Europea

Politica verso i paesi produttori e fornitori dell’Italia

Interventi da realizzare in ambito nazionale

In ambito nazionale è necessario intervenire su tre fronti: diversificazione del mix di combustibili, costruzione di nuove infrastrutture di trasporto e stoccaggio di gas, completamento dell’assetto competitivo del mercato.

  • Diversificazione del mix di combustibili, sviluppo delle rinnovabili ed efficienza energetica.

    Come già evidenziato, il processo di liberalizzazione ha comportato un massiccio programma di investimenti in nuove centrali a ciclo combinato a gas, che in un contesto competitivo in cui gli investimenti vengono effettuati da privati con logiche di profitto, rappresentano la scelta più razionale. La conseguenza principale di questa tendenza è stata quella di sostituire la vecchia dipendenza dall’olio combustibile, che ha caratterizzato il settore energetico italiano a partire dalla fine degli anni ottanta, con una nuova dipendenza dal gas. Pertanto, per contenere il rischio di crisi energetiche dovute a interruzioni o limitazioni delle forniture di questa fonte primaria, il primo intervento fondamentale da realizzare è quello di ripensare e modificare il mix utilizzato per la generazione elettrica. Alla luce delle preoccupazioni legate al cambiamento climatico, ciò dovrà essere ottenuto in primo luogo investendo sulle fonti rinnovabili, soprattutto in quelle più promettenti da un punto di vista dell’efficienza e del costo di produzione, ma tenendo presente che, almeno a medio termine, esse non saranno sufficienti a sostituire completamente i combustibili fossili.

    In secondo luogo è necessario presidiare la ricerca nella tecnologiaCCS (Carbon Capture and Storage). Esistono, ovviamente, delle controindicazioni ambientali legate all’uso del carbone perché più inquinante del gas, nonostante le moderne tecnologie abbattano in maniera significativa già oggi le emissioni di CO2. La ricerca in questo settore, oggi solo allo stato sperimentale, promette comunque ulteriori significativi sviluppi. Pertanto, abbandonare sin da ora tale tecnologia rischia di penalizzare inutilmente il nostro Paese. Inoltre, considerata l’impossibilità di sostituire completamente i combustibili fossili nel breve termine, anche l’Unione Europea, nel suo recente Energy Package, considera lo sviluppo della ricerca nel cosiddetto “carbone pulito” come un aspetto importante per aumentare la sicurezza energetica del continente, che contribuirà alla transizione verso un’economia low carbon.

    Infine, è interessante notare che i paesi che per primi disporranno di efficaci tecnologie per un utilizzo del carbone effettivamente compatibile con l’ambiente, potranno a loro volta aiutare molti paesi in transizione o di recente industrializzazione le cui economie dipendono fortemente dall’uso del carbone, come Cina e India, a compiere quel “salto” tecnologico necessario ad evitare il ripetersi delle fasi più inquinanti dello sviluppo industriale che il mondo occidentale ha vissuto nel secolo scorso.

    Una valutazione a parte merita il tema politicamente delicato del nucleare. Come noto, questa fonte è stata bandita da tempo dal nostro Paese. Oggi è necessario considerare che si tratta dell’unica fonte termica che non produce emissioni di anidride carbonica. Pertanto, alla luce delle nuove priorità ambientali di sicurezza delle forniture e degli sviluppi tecnologici che hanno reso il suo sfruttamento molto più sicuro ed economico rispetto a solo pochi anni fa,  l’Italia sta rientrando nel nucleare.Infine è necessario investire in modo rilevante per incrementare l’efficienza energetica sia sul fronte della produzione che del consumo. Come è stato evidenziato dalla Commissione Europea nel recente Energy Package e come affermato anche in ambito   G8, l’efficienza energetica rappresenta la misura più immediata per coniugare efficacemente sicurezza delle forniture, contenimento dei costi energetici e sostenibilità ambientale. In quest’ottica rappresenta uno strumento strategico e indispensabile per affrontare con successo la questione del fabbisogno di energia. E’, quindi, necessario che venga adottato un programma di efficienza energetica che contenga contemporaneamente obiettivi vincolanti e incentivi adeguati, in modo da consentire un abbattimento della domanda energetica quantificato da alcuni studi di ricerca in un valore compreso fra il 10 e il 15 per cento della domanda attuale.
  • Infrastrutture di trasporto e stoccaggio.

    Le recenti crisi del gas hanno dimostrato che il nostro sistema di trasporto e stoccaggio del gas è insufficiente a fronteggiare l’aumento della volatilità della domanda. Nonostante il nostro Paese sia, in proporzione, uno dei più grandi consumatori di gas in Europa, il nostro sistema di infrastrutture non è stato sviluppato adeguatamente. A titolo di confronto basti considerare che mentre in Italia è in servizio un solo terminale di rigassificazione, di capacità piuttosto modesta, in Spagna, paese che dipende dal gas meno dell’Italia, ne è stata recentemente avviata la costruzione del settimo

    Procedere rapidamente alla costruzione di almeno tre o quattro rigassificatori, per una capacità complessiva, di 25 – 30 miliardi di metri cubi annui, è un obiettivo prioritario per diminuire la dipendenza dalle importazioni via tubo, ma non è comunque sufficiente. E’ necessario anche incrementare la capacità di trasporto dei gasdotti esistenti, realizzarne di nuovi - come il GALSI dall’Algeria e l’IGI da Grecia e Turchia - e aumentare in modo significativo le capacità degli impianti di stoccaggio (infrastrutture tecnicamente più complesse di quelle per il petrolio e derivati).

    Il tema dell’aumento della capacità di trasporto delle infrastrutture via tubo si scontra spesso con quello dei contratti pluriennali di importazione di gas, accordi sottoscritti tipicamente nella forma take or pay, che rappresentano la garanzia per il ritorno dell’investimento nell’infrastruttura di trasporto e contribuiscono alla sicurezza complessiva del sistema, ma quasi sempre saturano di fatto la capacità disponibile del gasdotto, impedendo una reale apertura del mercato. Proprio a causa di queste caratteristiche, si obietta frequentemente che tali accordi vengano sfruttati dagli operatori dominanti per impedire l’ingresso nel sistema di operatori nuovi e frenare l’aumento della liquidità del mercato. Il problema, da tempo all’attenzione della Commissione Europea, dovrà essere risolto, vincolando quantità crescenti della capacità di trasporto a contratti di diversa durata, in modo da tenere presenti sia le legittime aspirazioni degli operatori relativamente ad un equo ritorno di investimenti rischiosi e complessi che le esigenze di efficienza e competitività del mercato del gas. In questo contesto potrebbero inoltre essere progressivamente eliminate le clausole che impediscono di esportare altrove il gas originariamente destinato a uno specifico Paese (Final Destination Clauses). Esse limitano fortemente lo sviluppo della liquidità del mercato sia nei paesi di transito che in quello di destinazione finale;
  • Assetto concorrenziale del mercato energetico.

    Per quanto riguarda, infine, l’assetto del mercato energetico è necessario completare il processo di liberalizzazione, tenendo presenti le nuove esigenze di sicurezza e sostenibilità. Ciò deve tradursi in una forte spinta all’integrazione dei mercati nazionali dell’elettricità e del gas nel mercato unico continentale. Realizzando un vero mercato europeo dell’energia, l’Italia potrà ottenere ulteriori vantaggi significativi in termini di prezzo e sicurezza del sistema. Dopo il black out del 4 novembre 2006 che, a seguito di un guasto sulla rete tedesca ad alta tensione, ha coinvolto diverse regioni d’Europa, da Parigi alla Puglia, si è resa evidente la necessità di migliorare il coordinamento fra gli operatori di rete e l’armonizzazione dei quadri regolatori e di sicurezza nazionali.

    Per quanto riguarda il mercato del gas, infine, la particolare struttura del settore (con  produzione in  paesi spesso molto lontani dal punto di consumo e con necessità di trasporto attraverso diversi Stati), rende una liberalizzazione concepita esclusivamente a livello nazionale inefficace. Pertanto, probabilmente, l’intero processo di liberalizzazione delle reti del gas andrebbe ripensato in un’ottica realmente comunitaria e non più affidata esclusivamente alle singole sensibilità nazionali.

Azioni da sviluppare in ambito europeo

La politica energetica nazionale non può prescindere dal contesto europeo. Le istituzioni europee, infatti, ormai da alcuni anni hanno posto la questione energetica fra le priorità del continente. A riprova di ciò, la Commissione Europea ha pubblicato la 2^ Strategic Energy Review, contenente le linee guida per affrontare l’emergenza climatica ed energetica e definire una politica congiunta dell’Unione su questa materia.

In realtà in Europa la questione energetica si dibatte da sempre fra la volontà degli Stati membri di non delegare, nemmeno parzialmente, la libertà di decidere su un tema così strategico e la necessità di affrontare insieme agli altri partner sfide di portata globale come la sicurezza energetica e il surriscaldamento del pianeta, sfide, peraltro, che non possono certamente essere vinte dalle singole nazioni. Nel tentativo di definire una politica energetica sovranazionale, con i documenti più recenti le istituzioni comunitarie indicano obiettivi comuni per tentare di superare e comporre le iniziative nazionali, almeno su alcuni temi specifici come l’efficienza energetica, lo sviluppo delle fonti rinnovabili e i target di contenimento delle emissioni di CO2.
In questo quadro le iniziative messe in campo nel nostro Paese devono essere associate e sostenute da ulteriori interventi da sviluppare in ambito europeo in appoggio alla posizione della Commissione, perché nel medio termine la realizzazione di un vero mercato energetico continentale e la definizione di una politica energetica comune rappresentano la migliore difesa per i consumatori e le imprese europee dalle sfide energetiche. Tali interventi, in parte già delineati nei documenti pubblicati di recente e ovviamente da prendere in considerazione, in parte aggiuntivi rispetto a quelli già proposti nell’Energy Package, ad esempio sul cambiamento climatico e sull’efficienza energetica, riguardano:

  • Integrazione dei mercati elettrici nazionali;
  • Reale apertura del mercato del gas;
  • Investimenti nelle infrastrutture prioritarie;
  • Politica esterna dell’Unione in materia energetica.

Per quanto riguarda il mercato elettrico, come la stessa Commissione ha riconosciuto, dall’avvio del processo di liberalizzazione negli anni novanta ad oggi sono stati compiuti molti passi positivi. Esistono tuttora, peraltro, situazioni che frenano il completamento del processo, in parte a causa dell’atteggiamento di alcuni paesi che in base a considerazioni di interesse nazionale e complici i recenti disservizi, si rifiutano di aprire il mercato domestico a una vera concorrenza, adducendo ragioni di sicurezza, ma impedendo di fatto l’integrazione a livello continentale.

In realtà, i recenti black out hanno dimostrato esattamente il contrario: è necessario un maggiore coordinamento fra i sistemi nazionali e un livello di integrazione tale da evitare che un malfunzionamento nel nord della Germania si trasformi in un black out a Parigi o a Roma. Bisogna procedere rapidamente a integrare i mercati elettrici nazionali, armonizzando i poteri delle Autorità di regolazione e le procedure operative dei singoli mercati nazionali, abolendo progressivamente le tariffe regolate, con particolare riferimento alle tariffe fissate ad un livello inferiore ai prezzi di mercato che impediscono di fatto l’ingresso di nuovi operatori sul mercato. Occorre favorire una più stretta integrazione fra gli operatori di sistema (TSO), cominciando da una gestione efficace e trasparente dei flussi transfrontalieri di energia e delle congestioni di rete.

La situazione del settore del gas, anche a causa della sua particolare struttura, è in parte diversa da quella del mercato elettrico e risente di un livello di apertura ancora molto limitato. Il mercato del gas, infatti, è costituito - nella maggior parte dei casi - dalla fase di produzione (upstream) localizzata in un paese terzo, spesso al di fuori della stessa Unione Europea, da una fase di trasporto via tubo che può comprendere anche molti paesi di transito e da fasi di stoccaggio e consumo che sono tipicamente nazionali.

In questo contesto la strategia comunitaria di liberalizzare i singoli mercati nazionali, lasciando peraltro ampia libertà agli Stati Membri di definire tempi e modi di tali liberalizzazioni si è rivelata piuttosto inefficace, perché ha comportato caratteristiche e livelli di apertura del mercato anche molto diversi tra paese e paese.

E’ importante, quindi, ripensare parte del processo, tenendo presente proprio tali caratteristiche industriali. E’ opportuno, cioè, fissare con chiarezza requisiti minimi di accessibilità delle reti di trasporto e degli impianti di stoccaggio a livello comunitario e realizzare questo primo livello di apertura del mercato concentrato sulle reti, a partire da un maggiore coordinamento e integrazione degli operatori di rete esistenti e, se possibile, contemporaneamente in tutti gli Stati Membri. Solo in questo modo si potrà favorire una reale concorrenza fra operatori e non gli scambi incrociati, spesso mascherati come libera concorrenza, che oggi abbondano in Europa.

Ancora una volta giocano un ruolo fondamentale gli investimenti nelle infrastrutture di trasporto e i contratti pluriennali. L’investimento in una infrastruttura di trasporto del gas via tubo richiede molti anni e ingenti capitali per la sua costruzione. Le imprese che ne affrontano la realizzazione di solito tutelano il ritorno del proprio investimento mediante un contratto di fornitura pluriennale da parte del paese produttore: la vendita del gas nel paese di destinazione costituisce la garanzia del ritorno dell’investimento, ma nel contempo impedisce di fatto l’utilizzo dell’infrastruttura da parte di altri operatori.

Come già evidenziato, il problema deve essere risolto in maniera graduale e cauta. Le esigenze di sicurezza delle forniture e il ruolo che i contratti a lungo termine giocano in questo senso, infatti, non possono essere sottovalutati, ma d’altra parte nel lungo termine un mercato realmente liquido e trasparente, caratterizzato dalla presenza di operatori efficienti, di dimensioni adeguate e in concorrenza fra loro rappresenta la migliore garanzia per i consumatori. Per favorire l’apertura del mercato è possibile imporre nuove regole sull’assegnazione della capacità aggiuntiva che viene realizzata sulle reti di trasporto esistenti, immaginando di imporre all’operatore dominante anche la cessione di una quota di tali contratti a lungo termine per agevolare l’ingresso degli operatori nuovi, come in parte è già avvenuto nel settore elettrico.

Un secondo intervento da realizzare per liberalizzare la capacità di trasporto è relativo al ritorno economico degli investimenti in tali infrastrutture. In questo caso potrebbe essere auspicabile immaginare, oltre a norme innovative sugli ammortamenti, anche l’ipotesi di remunerare almeno una parte del rischio sostenuto per l’investimento attraverso una apposita tariffa di trasporto fissata in ambito comunitario e di livello adeguato. In questo modo una parte della capacità dei nuovi tubi verrebbe resa disponibile per nuovi operatori, perché almeno una parte del ritorno sull’investimento verrebbe “disaccoppiata” dalle vendite della materia prima, e in questo modo non sarebbe più necessario per l’operatore che realizza l’infrastruttura garantire il ritorno dell’investimento nel tubo esclusivamente con le vendite sul mercato finale, rese possibili da un contratto di importazione pluriennale che satura la capacità dell’infrastruttura stessa.

In ogni caso, la condizione indispensabile perché tali misure siano efficaci è concordare e applicare contemporaneamente a livello comunitario le stesse regole; per realizzare una efficace apertura del mercato del gas è necessario, infatti, superare la dimensione nazionale per entrare in quella del mercato unico continentale.

Un’ultima considerazione relativa all’apertura e all’integrazione dei mercati è quella sulla proposta di istituire un regolatore europeo. Sembra abbastanza ovvio che una serie di regolatori nazionali, i cui poteri discendono da norme nazionali diverse e spesso disomogenee non rappresenta il modo più efficace per realizzare un mercato unico continentale. Appare, pertanto, necessario un “livello” regolatorio superiore a quello nazionale che si occupi prevalentemente dell’integrazione europea e che sia in grado di imporre decisioni vincolanti e tempi certi di attuazione a tutti gli Stati Membri. In realtà molti paesi si oppongono a tale regolatore europeo, adducendo fra varie motivazioni anche il timore che questa nuova entità possa complicare e frenare ulteriormente il processo decisionale. Una forma di armonizzazione e coordinamento vincolante delle Autorità di regolazione, dei Gestori di rete e dei loro poteri, che al limite si occupi inizialmente solo di alcune questioni tecniche, come ad esempio le procedure operative di rete, la gestione delle congestioni, alcune tariffe regolate e sussidi, è necessaria per garantire la realizzazione del processo di integrazione che, se affidato solo alle istituzioni nazionali come è avvenuto fino ad oggi, non sembra suscettibile di essere portato a compimento in tempi brevi.

Un terzo fronte di intervento è costituito dalla necessità di definire e realizzare un piano di infrastrutture energetiche prioritarie, la cosiddetta “Europa delle reti”. Le infrastrutture energetiche europee risentono in gran parte delle politiche nazionali recenti: sono cioè il frutto di decisioni autonome degli Stati Membri che hanno sempre operato in pressoché totale assenza di coordinamento e scarsa attenzione per l’integrazione dei mercati. Nell’ottica di realizzare il mercato energetico continentale, pur rispettando completamente l’autonomia decisionale degli Stati nazionali, è importante superare tale approccio frammentato e introdurre forme di coordinamento più stretto, definendo un piano di infrastrutture comunitarie funzionali a una maggiore apertura e integrazione dei mercati energetici e all’incremento della sicurezza dei consumatori europei.

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Infine, la realizzazione di un vero mercato unico continentale dell’energia costituisce la base e il prerequisito di una comune politica esterna sulle questioni energetiche. La Commissione Europea ha posto da tempo l’accento su tale necessità, rilevando come a lungo termine per gli Stati Membri costituisca una strategia molto più efficace trattare con una voce sola i principali temi energetici, come ad esempio le forniture dai grandi paesi produttori o le strategie per contenere i cambiamenti climatici, piuttosto che procedere in ordine sparso e in qualche caso addirittura contraddittorio. Considerata, anche in questo caso, la resistenza di alcuni Paesi europei a cedere parte della propria autonomia decisionale agli organismi comunitari su questioni di interesse strategico, per realizzare praticamente tale politica esterna è opportuno immaginare di enucleare inizialmente solo pochi temi di interesse comune, in cui però il vantaggio di un approccio concordato sia evidente e possibilmente quantificabile rispetto all’approccio separato, definendo cioè inizialmente una posizione chiara e unitaria solo su poche questioni specifiche ben analizzate e sviluppate e procedendo successivamente ad arricchire tale politica in parallelo con la realizzazione del mercato unico continentale che, almeno in teoria, potrebbe fungere da catalizzatore degli interessi nazionali in quello europeo.

Politica verso i principali paesi produttori di idrocarburi e fornitori dell’Italia

La realizzazione del mercato unico continentale e la definizione di una comune politica esterna dell’Europa sulle questioni energetiche sono fondamentali per assicurare anche al nostro paese sicurezza delle forniture e competitività nel medio termine, ma non risolvono i problemi attuali, che necessitano di soluzioni immediate e di un approccio bilaterale.

Nel caso delle importazioni energetiche l’Italia ha problemi in parte analoghi a quelli già indicati per il mix di combustibili: dipende da pochi paesi produttori e necessita di un efficace piano di diversificazione che sfrutti le potenzialità offerte dai nuovi investimenti nelle infrastrutture di importazione.

Per quanto riguarda il gas, ad esempio, l’Italia dipende in gran parte dalle importazioni russe e algerine.
La Russia ha rapporti commerciali stabili con il nostro Paese da molti anni e, almeno fino a pochi anni fa, si è sempre dimostrata completamente affidabile. Le recenti tensioni fra alcuni paesi dell’ex Unione Sovietica e la Russia hanno in parte cambiato questa situazione, evidenziando come esistano rischi significativi per il nostro Paese, amplificati peraltro dalla crescente dipendenza italiana dal gas e dalla carenza di investimenti nelle infrastrutture di produzione e trasporto russe.

A tal proposito è indispensabile tenere presente che oggi la Russia non è, in realtà, un esportatore puro: per soddisfare il proprio fabbisogno interno e le esportazioni verso l’Europa, la Russia agisce come un trader, importando dai paesi dell’Asia Centrale gas che poi rivende all’Europa. La causa principale di questa particolarità, nonostante gli immensi giacimenti russi, deriva dalla sostanziale penuria di investimenti nei settori della prospezione, sfruttamento e trasporto del gas, rimasti ancora per la maggior parte con impianti risalenti all’era sovietica.

Mentre il consumo di gas cresce nel nostro Paese e nel resto d’Europa cresce a ritmi sostenuti, la società monopolista Gazprom investe enormi risorse nell’acquisizione di assets all’estero per entrare nei mercati dell’Europa occidentale. La combinazione costituita da crescente domanda europea e russa, nuove opportunità di sbocco sul mercato cinese e vetustà e insufficienza degli impianti russi, crea il rischio concreto che la Russia a medio termine non sia più in grado di onorare i contratti esistenti, stipulati con i propri partner europei, con pericoli tanto maggiori per i consumatori dei paesi più esposti alle importazioni, come il nostro.

A ciò si aggiunge una politica europea nei confronti della Russia a volte ambigua, in parte per l’ostilità manifesta di alcuni paesi dell’ex Unione Sovietica all’interno dell’Unione Europa che tendono a frenare ogni iniziativa e in parte per l’incapacità degli Stati Membri di convergere su una posizione comune. Allo stato attuale, a fronte di ripetute dichiarazioni di interesse reciproco a cooperare, da entrambe le parti stentano a vedersi iniziative concrete per agganciare maggiormente l’economia russa a quella europea e viceversa si moltiplicano i segnali di diffidenza reciproca (ad esempio l’ostilità di Mosca al progetto del gasdotto “Nabucco”).

Questo quadro favorisce, rendendole in parte inevitabili, le iniziative autonome di singoli paesi e società europee, come la Germania con la conduttura del Baltico che evita l’attraversamento della Polonia o l’ENI che ha recentemente rinnovato un contratto di fornitura con Gazprom a fronte dell’ingresso dei russi nel nostro mercato. Tali iniziative hanno l’indubbio vantaggio di rendere più stabili e sicure le forniture e allo stesso tempo “avvicinano” la Russia, ma dall’altro rischiano di pregiudicare definitivamente la liberalizzazione del mercato e la definizione di una chiara posizione comune in ambito europeo.

Certamente, per quanto riguarda le forniture energetiche, nessun paese può permettersi il lusso di attendere che l’Unione Europea riesca a realizzare gli obiettivi che si è data, d’altra parte sarebbe auspicabile che tali necessarie iniziative avvenissero in un contesto di maggiore trasparenza e coordinamento, per evitare che un approccio estremamente frammentato finisca per favorire esclusivamente l’ingresso di Gazprom nei mercati nazionali europei, a fronte di vantaggi molto inferiori per le società occidentali, in termini di accesso ai giacimenti russi o di investimenti nelle infrastrutture di quel paese.

In sostanza, a fronte di alcuni rinnovi contrattuali, di sicuro fondamentali per accrescere la sicurezza complessiva, il monopolista Gazprom sta progressivamente entrando in tutti i mercati nazionali, con il rischio per i consumatori europei di limitare lo sviluppo della concorrenza nel mercato del gas e di essere obbligati a pagare in un futuro prossimo anche l’inevitabile costo di ammodernamento delle infrastrutture russe.

Il rapporto con la Russia dovrebbe essere gestito mediando fra sicurezza delle forniture a lungo termine, esigenze di efficienza e competitività del mercato e nascente politica comune europea e pretendendo allo stesso tempo dalla controparte la definizione di un quadro normativo e regolatorio trasparente ed efficiente e la realizzazione degli investimenti necessari a sviluppare una rete di infrastrutture di produzione e trasporto moderna, efficiente e adeguata a soddisfare la domanda.

Considerata la complessità del rapporto con la Russia, l’Italia dovrà inevitabilmente consolidare i rapporti con i paesi della sponda sud del Mediterraneo, Algeria fra tutti.

L’Algeria rappresenta il secondo grande fornitore del nostro paese e anche in questo caso, nell’ottica di diversificare i rischi è opportuno che l’Italia tenti di ancorare l’economia di quel paese all’Europa, promuovendo gli investimenti in infrastrutture di trasporto, come il GALSI, fornendo il proprio supporto per adeguare il quadro normativo e regolatorio di quel paese e coinvolgendolo con lo scambio continuo di esperienze e professionalità. In questo modo, peraltro, potrebbe essere contenuto il rischio che Russia e Algeria realizzino la ventilata OPEC del gas, potenzialmente a danno dei consumatori europei.

In generale, almeno per quanto riguarda gli approvvigionamenti energetici, è auspicabile che l’Italia assuma in Europa il ruolo di leader per i rapporti con i paesi della sponda sud del Mediterraneo, per bilanciare il peso delle forniture russe e l’attenzione dell’Europa verso i nuovi membri dell’Unione, in gran parte concentrati nella parte orientale del continente.

A questo proposito, infine, è opportuno evidenziare la posizione rilevante occupata dalla Turchia, paese che non dispone di grandi riserve energetiche proprie, ma che rappresenta uno snodo di transito strategico fra l’Europa e i giacimenti dei paesi dell’area del mar Caspio e l’Iran.

Il vantaggio strategico di sfruttare il territorio turco per il trasporto di gas è costituito proprio dalla possibilità di accedere un’area ricca di giacimenti molto estesi, come è appunto quella del Mar Caspio, evitando il passaggio dal territorio russo.

Le recenti discussioni sull’ingresso della Turchia in Europa e la difficile definizione della strategia futura dell’Europa nei confronti di quel paese vanno probabilmente inquadrati anche alla luce del ruolo che la Turchia può rivestire per la sicurezza energetica del continente. Tale considerazione vale soprattutto per paesi come l’Italia, che a causa del mix energetico sbilanciato verso gli idrocarburi e della concentrazione delle proprie forniture in pochi paesi produttori, hanno la necessità impellente di diversificare le proprie rotte di approvvigionamento energetico.


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