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ESTERI NEWS DOSSIER - puntata del 14 ottobre 2010

 

ESTERI NEWS DOSSIER - puntata del 14 ottobre 2010

I DUE ANNI DI OBAMA

Mariangela Pira. I primi due anni alla presidenza di Barack Obama, abbiamo cercato, in questo servizio, di tracciare i punti di forza e di debolezza di questa presidenza.

Giornalista. Un vento freddo soffia sulla Casa Bianca. A due anni dalla trionfale vittoria alle presidenziali e a poche settimane dalle elezioni di Midterm, Barack Obama si trova a dover fronteggiare un calo di consensi.

Michele Prospero – Università La Sapienza. Anche il conferimento del Premio Nobel prima ancora di una inversione di rotta nelle relazioni internazionali, segnala proprio questo sovraccarico di aspettative che rigonfiavano questa presidenza americana di valori anche al di là della sua portata reale.

Giornalista. Una forte crisi economica, con ricadute sui livelli occupazionali e, soprattutto, sui conti pubblici è stata la prima sfida che il neo presidente si è trovato a dover affrontare. Priorità assolute tanto che Obama dedicò gran parte della sua prima conferenza stampa, all’indomani della vittoria elettorale del 4 novembre 2008, a queste tematiche.
Dalle parole ai fatti il passo fu breve. Appena insediata, la nuova amministrazione mise, in campo un progetto anticrisi da 800 miliardi di dollari della durata di due anni, incentrato sui tagli delle tasse a favore di aziende e lavoratori di fascia media (mille dollari per il 95% delle famiglie). E ancora, creazione dei posti di lavoro nel settore privato, ma anche, e soprattutto, un piano di salvataggio dei settori pubblici primari.

Patricia Thomas – Associated Press. Ha fatto la riforma sanitaria. Come dicevo oggi, non si vedono ancora le cose, tanti americani stanno aspettando molto di più, c’è molta frustrazione, anche sulla politica estera. Ma uno deve essere un attimo paziente perché i problemi che Obama ha incontrato già entrando erano enormi.

Franco Bruni – Università Bocconi. Speriamo che nei prossimi anni nei rapporti economici internazionali, gli Stati Uniti abbiano diciamo successo e portino ad una nuova concordia per risolvere i grossi problemi che sono posti dalla crisi. Da questo punto di vista penso che Obama avrà una vita più facile che non per la politica economica interna dove, invece, avendo dei rivali dovrà probabilmente cedere.

Giornalista. L’ impegno di Obama per rafforzare il multilateralismo nei rapporti internazionali e la cooperazione tra le nazioni sono alla base dell’assegnazione del Premio Nobel per la pace 2009. In Europa molta la soddisfazione per alcune posizioni prese dal neo presidente che hanno garantito una maggiore convergenza a livello transatlantico.

Giulio Terzi – Ambasciatore d’Italia negli USA. Un multilateralismo come approccio complessivo verso il resto del mondo e sul metodo del dialogo. Dialogo verso l’Islam, dialogo verso i paesi problematici e consolidamento dei rapporti con i Paesi alleati, consolidamento dei rapporti all’interno dell’Alleanza Atlantica ma anche una ripresa dell’interesse verso l’Unione europea in quanto istituzione che governa i 27 Paesi del continente europeo.

Ettore Greco – Istituto Affari Internazionali. E’ una politica estera che indiscutibilmente si è riavvicinata ad alcune posizioni, prevalenti in Europa, dell’Unione europea diciamo della maggior parte dei Paesi europei e ha fatto tutta una serie di iniziative che vanno in questa direzione e questo ha creato una maggiore convergenza a livello transatlantico. Questo mi sembra un dato molto significativo.

Giornalista. Nonostante questo tante le “questioni aperte” in politica estera. Oltre al conflitto in Afghanistan, da molti definito il nuovo Vietnam, la stabilità e il braccio di ferro con Teheran e il conflitto israelo-palestinese .

Sergio Romano – Editorialista. Quando Obama premeva per la tregua totale degli insediamenti, 73 senatori su 100 gli hanno scritto dicendo che bisognava non dimenticare le esigenze di sicurezza dello Stato di Israele. Badi che quei 73 senatori non sono tutti ebrei, ce ne sarà certamente qualcuno ma rispondono ad un elettorato cristiano che è molto filo-israeliano.

Janiki Cingoli – CIPMO. Io credo che ci siano stati diversi elementi, un primo elemento è che l’Amministrazione americana è diventata più realista, è stata capace di comprendere meglio le esigenze degli interlocutori e anche della situazione interna israeliana. Dall’altro lato c’è stato il fatto che c’è stata una lobby anche delle organizzazioni ebraiche-americane che hanno fatto una pressione molto decisa.

Giornalista. In questo quadro politico gli Usa si avvicinano alle elezioni di Midterm, definite una sorta di “tagliando” per Obama e i suoi.

Michele Prospero – Università La Sapienza. Tutti i Presidenti americani nel corso della storia recente, hanno subito dei contraccolpi elettorali nelle elezioni di medio termine. Non c’è stato nessun Presidente americano che abbia continuato diciamo la “luna di miele” con l’elettorato americano. Nella vicenda di Obama colpisce l’entità di questo calo di consenso che è dovuto a fattori squisitamente economici.

Giulio Terzi – Ambasciatore d’Italia negli USA. Anche in una situazione così di diversità tra la maggioranza che aveva espresso questa amministrazione, la maggioranza che invece uscirà il 2 novembre dalle elezioni, ci sono delle ipotesi di possibile coabitazione e di partecipazione costruttiva sulle scelte da fare, soprattutto per la politica estera.

Giornalista. Secondo un sondaggio del Washington Post-Abc, i democratici sono riusciti nelle ultime settimane a ridimensionare il divario con i repubblicani. Un mese fa, infatti, i repubblicani si attestavano al 53% mentre i democratici erano fermi al 40%. Oggi invece si trovano rispettivamente al 49% e al 43%.

Cesare De Carlo - Il Resto del Carlino. Il sogno non è finito, queste sono elezioni di medio termine, il Presidente ha ancora altri 2 anni. Quello che è finito è il carisma di Obama, cioè lo stesso carisma che aveva trascinato con l’elezione di Obama in Congresso una valanga di deputati e di senatori democratici.

Giornalista. A cavalcare il clima di incertezza determinato dalla crisi è il Tea Party, movimento popolare di destra che ha saputo imporre molti propri candidati nelle primarie repubblicane e ha rilanciato la figura di Sarah Palin.

Ettore Greco – Istituto Affari Internazionali. Si teme, da parte naturalmente dell’area più moderata, che alla fine questi candidati, proprio per le loro posizioni radicali di opposizione alla politica di Obama e perché hanno delle posizioni in generale che sono molto antagoniste rispetto a quelle che sono delle convinzioni abbastanza radicate nella maggior parte dell’elettorato americano, possono alienare appunto soprattutto gli elettori incerti.

Giornalista. Crescendo, il movimento ha incontrato le prime difficoltà di coordinamento territoriale, ma rimane un fenomeno politico nuovo che presenta una potenziale minaccia sia per Obama che per i repubblicani.

Giornalista. Intanto l’ America è nel pieno della tempesta mediatica degli spot pre-elettorali. Il mago degli spot del partito repubblicano, Fred Davis, ha lanciato il recente: “Lutto in America”abile rifacimento in chiave anti-Obama di “Mattino in America” che aiutò Reagan a vincere nel 1984. C’è poi il candidato democratico della Florida, Grayson, che dichiara in uno spot che il suo rivale, Dan Webster è un talebano. I conservatori usano lo humor: un uomo si lava i denti e dice: “Stamattina c’era il governo alle mie spalle» e la telecamera mostra letteralmente un tizio in giacca e cravatta appollaiato sulla sua schiena. Gli spot elettorali positivi sono rari ma non assenti. Il sindaco di Denver, candidato democratico, ha mandato in onda uno spot in cui fa cose normali come andare a cavallo con sullo sfondo una musichetta allegra.


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