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ESTERI NEWS DOSSIER - puntata del 9 dicembre 2010

 

ESTERI NEWS DOSSIER - puntata del 9 dicembre 2010

I CAMBIAMENTI CLIMATICI

Mariangela Pira. Il problema dei cambiamenti climatici divide ancora le grandi potenze. La scadenza della cosiddetta Fase 1 del Protocollo di Kyoto è ormai alle porte. Ma la prospettiva di un quadro regolatorio unico per tutti sembra ancora lontana, come ci spiega in questo servizio Gianni Marotta.

Gianni Marotta. Riduzioni delle emissioni di anidride carbonica, misure di prevenzione per rispondere al surriscaldamento dell’atmosfera e al susseguirsi di catastrofi naturali sempre più imponenti.
Sui cambiamenti climatici le grandi potenze del pianeta, i paesi industrializzati e quelli in via di sviluppo cercano la strada per trovare un accordo.
La riduzione delle emissioni di gas serra in concreto rappresenterebbe una risposta importante al surriscaldamento dell’atmosfera e di conseguenza alle alterazioni del clima in diverse zone del mondo, causa di disastri naturali.

James Hansen – Dir. Good Institute for Space. Noi possiamo già constatare l’influenza umana ovunque sul pianeta. La calotta polare artica è diminuita parecchia negli ultimi. I ghiacciai sulle montagne stanno diminuendo dappertutto. La fascia tropicale si sta espandendo, basti pensare al sud degli Usa, ma anche al bacino del Mediterraneo.
L’atmosfera si sta surriscaldando, il clima è più calmo e asciutto.
Questo cambiamento è la causa degli incendi in Grecia, in Australia, negli Stati Uniti e anche di molte inondazioni degli ultimi anni.

Gianfranco Bologna – Dir. Scientifico Wwf Italia. Gli scienziati oggi ci stanno segnalando come sia sempre più vicina la possibilità in alcuni casi – forse già superata - di raggiungere quelli che vengono definiti keeping points, vale a dire punti critici o addirittura effetti soglia, sorpassati i quali la capacità gestionale da parte dell’intervento umano di governare la situazione è praticamente impossibile.
Quindi è chiaro prima si riesce a ottenere qualcosa, prima si riesce a ridurre significativamente le immissioni di gas che modificano la composizione chimica dell’atmosfera, meglio è.

Gianni Marotta. Nel 2012, secondo l’accordo raggiunto a Kyoto, in Giappone, l’obiettivo da raggiungere è quello di una riduzione pari al 20%. Ma il vertice di Copenhagen dello scorso anno sui cambiamenti climatici ha fatto registrare una battuta d’arresto al processo d’intesa tra i paesi industrializzati e quelli in via di sviluppo tra cui India e Cina.

Antonio Villafranca – Ispi. Per i Paesi diciamo che hanno firmato e ratificato il Protocollo di Kyoto questi obiettivi dovranno essere raggiunti.
Il problema è che ci sarà un vuoto a partire dal 2013, cioè non ci sarà nessun accordo multilaterale e relativamente appunto ad obiettivi soprattutto di medio e lungo termine.

Gianni Marotta. La prospettiva adesso è quella di obiettivi specifici: deforestazione (che ridurrebbe le emissioni del 12%), azioni per i paesi poveri per l’adattamento ai cambiamenti climatici.

Sul piatto ci sono 100 miliardi di dollari che i Paesi industrializzati si sono impegnati a versare fino al 2020 ai Paesi poveri attraverso il Piano cosiddetto REDD Plus, il Piano per la lotta alla deforestazione.

Antonio Villafranca – ISPI. Adesso bisognerebbe rendere operativi questi impegni, cosa ovviamente non facile in questo periodo in cui moltissimi Stati europei hanno difficoltà di bilancio, in cui sappiamo anche i problemi che riguardano la moneta unica. Quindi è obiettivamente difficile immaginare che questi stanziamenti avvengano in tempi brevi secondo questi ammontare peraltro già promessi a Copenaghen.

Gianni Marotta. In uno scenario in via di definizione, all’idea di passare alla fase 2 del protocollo di Kyoto, cioè il periodo di tempo in cui fissare un’ulteriore riduzione delle emissioni, l’Italia pone delle condizioni

Antonio Verde – Ministero degli Esteri. Lo sforzo deve essere comune ed efficace e deve essere comune per essere efficace. In caso contrario si rischia soltanto di fare dei gesti nobili ma isolati con nessun effetto, con effetto estremamente limitato dal punto di vista del quantitativo di emissioni nell’atmosfera ma con delle conseguenze estremamente significative e negative sul piano economico-sociale interno.

Gianni Marotta. Il Parlamento Europeo ha approvato una Risoluzione che chiede all’Unione europea di passare dalla quota del 20 a quella del 30% nel taglio delle emissioni di gas da raggiungere nel 2020. L’Unione Europea deve anche rispettare le promesse dei finanziamenti Fast start per guadagnarsi la fiducia dei paesi in via di sviluppo.

Antonio Verde – Ministero degli Esteri. L’Italia contribuisce a questa riflessione, che viene condotta nell’ambito di un negoziato internazionale sul clima con un approccio realistico di natura globale basato anche su quelle che sono le analisi condotte sull’impatto di questo passaggio dal 20 al 30% sulle varie economie nazionali.

Carlo Stagnaro – Istituto Bruno Leoni. L’Europa da sola non può salvare il mondo e quando dico non può intendo dire che tecnicamente non può. L’Europa rappresenta una frazione, per quanto importante, ma una frazione delle emissioni prodotte a livello globale. Il suo peso sul totale è destinato a ridursi man mano che i grandi Paesi emergenti continueranno a crescere.

Gianni Marotta. Molti però ritengono che l’accettazione “a prescindere” da parte dell’Unione europea di un “Kyoto 2” instillerebbe fiducia nei negoziati e faciliterebbe il raggiungimento dell’intesa globale.

Carlo Stagnaro – Istituto Bruno Leoni . Sia gli stati Uniti che la Cina in questo momento hanno nel ritorno alla crescita e quindi alla creazione di posti di lavoro ecc., la loro massima priorità politica. E’ chiaro che questo è incompatibile almeno nel breve termine con una politica aggressiva nei confronti delle emissioni, e questo spiega perché tanto la Cina quanto gli Stati Uniti quanto tutta quella parte di mondo che comunque sta crescendo e sta uscendo dalla povertà non siano disponibili ad assumere obblighi sul modello di quelli che l’Unione europea ha assunto per se e che vorrebbe che anche altri prendessero.

Gianni Marotta.La conseguenza più grave sul mancato raggiungimento dell’accordo è non soltanto il vuoto normativo che si verrebbe a creare ma anche l’effetto crisi sul cosiddetto “mercato del carbonio”.

Antonio Villafranca – ISPI. Dobbiamo distinguere quello che è il “carbon market” mondiale, quindi uno scambio essenzialmente tra i governi di quelli che sono i permessi di inquinamento all’interno del Protocollo di Kyoto. E’ evidente che nel momento in cui non ci fosse un accordo post 2012 anche questo mercato ovviamente poi si arenerebbe, si bloccherebbe. Diversa è invece la situazione dell’Unione europea che mantiene l’European Trading Scheme quindi mantiene il proprio mercato del carbonio anche dopo il 2012 anzi con una novità perché i permessi di inquinamento in Europa non saranno assegnati come è oggi in gran parte a titolo gratuito ma verranno assegnati a titolo oneroso attraverso delle aste a pagamento. Diciamo che per la prima volta una quota sempre crescente di grandi imprese dovranno acquistare all’asta permessi di inquinamento. Questo per raggiungere gli obiettivi dell’Unione europea per il 2020 cioè una riduzione di almeno il 20% delle emissioni di CO2.


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