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Governo Italiano

Il convegno di Napoli sulla “diplomazia della globalizzazione”

 

Il convegno di Napoli sulla “diplomazia della globalizzazione”

Realizzato in collaborazione con la Fondazione Mezzogiorno Europa, l’evento si è svolto in presenza del Capo dello Stato. Il Presidente Napolitano ha anche visitato al suo arrivo a Palazzo Reale, sede della conferenza, la mostra “Italia mediterranea” curata dall’Unità di Analisi e Programmazione della Farnesina in collaborazione con DGSP, DGCS e Unità di Crisi: documenti dell’Archivio storico – diplomatico sugli inizi della diplomazia mediterranea del nostro paese dopo la II Guerra mondiale e ‘banner’ illustrativi dei migliori programmi italiani di cooperazione allo sviluppo e degli interventi d’emergenza nell’area. Dal convegno, aperto dal Presidente della Fondazione Umberto Ranieri e concluso dal Segretario Generale della Farnesina, sono emersi spunti di riflessione in tre ambiti tematici: il “caso Mediterraneo”, le sfide della globalizzazione e il ruolo attuale del diplomatico.

Il “caso Mediterraneo”

Al Mediterraneo, su cui si è concentrata la prima parte dell’evento, è stata riconosciuta una valenza paradigmatica della globalizzazione, sia storicamente sia per la molteplicità dei fenomeni che attraversano la regione e che si ritrovano su scala mondiale, dai conflitti interetnici e interreligiosi alle questioni ambientali ed economico – finanziarie. Laboratorio privilegiato per il diplomatico quindi, come lo ha definito l’Ambasciatore Massolo, per quelle sue “tante diversità” evidenziate dal Direttore della Prospettiva del Quai d’Orsay, Joseph Maila, che possono essere gestite in un’ottica di cooperazione o, al contrario, secondo uno schema di contrapposizione fra valori e culture (Fabio Petito). Inevitabili, parlando di Mediterraneo, i riferimenti alla “primavera araba”. Le critiche situazioni dei paesi in cui essa si sta tuttora snodando sono state ricondotte alla loro mancata integrazione nei flussi globali (Vittorio Amato) e alla sostanziale assenza di una vera stabilità, anche per l’investimento miope fatto dall’Occidente su dittatori erroneamente considerati “produttori di stabilità” (Vittorio Emanuele Parsi).

Le sfide della globalizzazione

Se, dunque, il Mediterraneo è visto come “paradigma della globalizzazione”, le sfide principali che quest’ultima pone – anche, ma certamente non solo – alle diplomazie derivano soprattutto dall’odierna multidimensionalità delle relazioni internazionali e dal proliferare di nuovi attori non statali, che sfidano un sistema di Stati nazionali di per sé indebolito da vari fattori (Massolo). La pluralità di soggetti che domina, spesso caoticamente, la scena internazionale, richiede un rinnovato sforzo per superare il disordine attraverso un nuovo sistema di concertazione sovranazionale (Ranieri). Nell’attuale fase di globalizzazione, le cui peculiarità consistono, più che nella sua intensità, nella ‘complessificazione e velocizzazione’ dei flussi (Amato), il ruolo della diplomazia, che ‘non decide’, è e deve rimanere distinto da quello della politica, ponendosi come il ‘terminale’ del sistema paese (Ferdinando Nelli Feroci). Il diplomatico sta al politico come la funzione dell’agente sta a quella dell’attore (Franco Mazzei). Per l’Ambasciatore Massolo, il modo migliore per raccogliere la sfida da parte degli Stati, che ancora conservano funzioni indispensabili alla gestione della complessità, risiede nell’impegno, che per l’Italia vede in prima linea il MAE riformato e la diplomazia, a favore del principio di sovranità responsabile e di logiche di sussidiarietà.

Il ruolo del diplomatico

In mezzo a tante ‘diplomazie parallele’, diventa sempre più necessario che la Diplomazia ‘diventi molte diplomazie’, ampliando il suo ‘core business’, non come fine in sé ma per riuscire a fornire una lettura d’insieme e una sintesi dei fenomeni globali (Massolo). L’espressione di questa e di altre funzioni ancora attuali delle diplomazie nazionali, secondo l’interpretazione di Christopher Hill dell’Università di Cambridge, per gli Stati UE è facilitata dal quadro di riferimento ‘comune’ e non ‘unico’ della politica estera europea. I suoi principi condivisi creerebbero la cornice migliore per il dispiegarsi delle specificità delle diplomazie degli Stati membri d’importanti tradizioni, come l’Italia. Impostazione opinabile e certamente ‘british’, come l’ha definita Nelli Feroci, ma suggestiva. Sull’esigenza di adeguamento della mentalità e dell’approccio del diplomatico c’è stata ampia convergenza. Song Ronghua (vice capo del ‘policy planning’ cinese) ha insistito sulle abilità di ‘comunicatori’ richieste ai diplomatici per ottenere sostegno da parte dei diversi settori della società. Maila ha fatto riferimento a una sorta di parziale “de-nazionalizzazione” del ruolo del diplomatico, come agente chiamato anche a farsi carico dei ‘global issues in the global world’. Mazzei ha richiamato l’attenzione, in particolare, sulla natura di operatori interculturali sempre più richiesta ai diplomatici, suggerendo con forza che anche in Italia s’introducano, nel ‘pre-posting’, dei corsi specificamente dedicati alla conoscenza e comprensione dei contesti socio – culturali di destinazione. Sensori a tutto campo nei paesi di accreditamento, ai diplomatici si chiede infatti, in misura crescente, di cogliere e interpretare i fenomeni sociali. L’Ambasciatore Massolo, nel concludere il convegno, ha ricondotto il ruolo ‘classico’ della diplomazia, al servizio del consolidamento e della promozione dell’identità nazionale, all’attuale difficile situazione del paese e all’esigenza che esso recuperi un ‘senso di sé’ che rischia di smarrire.

 


Luogo:

Rome

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