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Governo Italiano

Il ruolo della Diplomazia nella vicenda nazionale - Concept

 

Il ruolo della Diplomazia nella vicenda nazionale - Concept

Nel contesto delle celebrazioni per il 150mo anniversario dell’Unità d’Italia, il Ministero degli Esteri ha promosso la realizzazione di un evento incentrato sull’analisi della funzione diplomatica nella storia del Paese, con l’obiettivo di ricostruire, retrospettivamente, il ruolo della diplomazia nella costruzione della vicenda unitaria e di approfondire, prospetticamente, i compiti e le sfide che riguardano la funzione diplomatica nel mutevole contesto globale. In particolare, l’evento sarà strutturato in tre diversi “momenti”, da realizzarsi in altrettante città simbolo del nostro percorso unitario: Torino, Roma e Napoli.

Inquadramento concettuale

La funzione diplomatica ha molto da dire in tema di formazione dell’identità nazionale. La diplomazia italiana, nei secoli XIX e XX, ha indubbiamente giocato un ruolo di portata storica nella formazione della fisionomia internazionalistica dell’Italia contemporanea. Non c’è bisogno di risalire alla guerra di Crimea o andare col pensiero a Versailles nel 1919 per mettere in luce quanto non solo la politica estera italiana, ma anche il ruolo propulsivo assunto da singole personalità diplomatiche abbiano contribuito all’opera complessa di «posizionare» di volta in volta l’Italia sulle cangianti mappe politiche, economiche e geo-politiche del mondo. Ed è ben nota l’azione tenace dei diplomatici italiani per il reinserimento dell’Italia nei nuovi contesti di cooperazione internazionale alla fine della seconda guerra mondiale, ed in particolare la dimensione euro-atlantica (NATO) e quella europea (UE). Si potrebbe poi ricordare il caso dell’ingresso dell’Italia nel G7 (ora G8-G20) nel 1975, che si deve alla pervicace opera di persuasione dei nostri principali partner e all’insistenza presso coloro che non concepivano che l’Italia, in virtù di un progresso civile, economico e politico senza precedenti, si fosse ripresa così rapidamente e brillantemente dall’immane tragedia delle seconda guerra mondiale e potesse addirittura aspirare a sedersi tra le maggiori potenze economiche e politiche del mondo occidentale e libero.

Oggi si gioca una partita ugualmente impegnativa, sia sul piano europeo che su quello dei nuovi assetti globali. La funzione diplomatica si svolge oggi, in qualche misura, più «a casa» che all’estero. La diplomazia non è più costituita da lontani e remoti «terminali» disseminati ai quattro angoli del globo. Piuttosto, è parte integrante della vicenda nazionale, e di questa condivide i punti di forza e quelli di debolezza. Ma rappresenta anche una risorsa aggiuntiva.

La diplomazia esprime l’identità del Paese non solo difendendo il nostro interesse nazionale sul piano politico-diplomatico, ma anche promuovendo le specificità del nostro sistema produttivo, valorizzando un patrimonio culturale e di creatività unico al mondo, facendo conoscere le inesauribili ricchezze delle mille ramificazioni delle nostre radici, che però sostengono l’unico tronco del nostro «albero» nazionale. Essa la esprime anche quando riesce a declinare la nostra vicenda nel mondo in termini di futuro e non solo di giusto orgoglio per il nostro passato.

Esistono nella storia della diplomazia italiana alcune figure emblematiche, di forte richiamo etico e professionale. Basti ricordare Guelfo Zamboni, che fu Console a Salonicco, e che sottrasse centinaia di ebrei al terribile destino della deportazione, oppure Amedeo Guillet, che potremmo definire come un «patriota cosmopolita», recentemente scomparso, o ancora Filippo De Grenet, fucilato nel 1944 alle Fosse Ardeatine per la sua azione resistenziale. Anch’essi hanno contribuito a forgiare aspetti dell’identità italiana e della vicenda unitaria del nostro Paese.

Le nuove generazioni di diplomatici al servizio del Paese sapranno scrivere, in altri contesti e in altre epoche, pagine altrettanto significative e memorabili.

Storicamente, la diplomazia è passata almeno attraverso quattro trasformazioni:

• La prima, di carattere “weberiano”, è consistita nella nuova dimensione legal-razionale che essa ha assunto in epoca moderna. La diplomazia si è evoluta da funzione a carattere sporadico o occasionale a funzione a carattere permanente ed organizzato. Inoltre, si è allargata la “base sociale” della diplomazia, che ha cessato di essere quasi una funzione onorifica concessa dal sovrano all’aristocrazia ed è progressivamente divenuta una professione “borghese”.

• Una seconda trasformazione, che si può far risalire convenzionalmente ai 14 punti di Wilson, è nella direzione di una maggiore “pubblicità”, cioè di trasparenza. Non a caso uno dei 14 punti presentati alla Conferenza di pace del 1919 si riferiva proprio alla necessità che non vi fossero più trattati segreti e trattative svolte nell’ombra: “Trattati di pace palesi, apertamente conclusi in seguito ai quali non vi potranno essere accordi internazionali segreti di alcuna specie. La diplomazia agirà sempre apertamente ed alla vista di tutti”. Oggi si parla sempre più spesso di “public diplomacy”, ma non è sempre chiaro che cosa essa realmente sia e a quali fini debba servire. In ogni caso, essa è orami da tempo a pieno titolo una componente, per quanto non esaustiva, della moderna dimensione diplomatica.

• La terza trasformazione è di tipo “orizzontale”, nel senso che sempre più materie hanno fatto oggetto di interesse e di responsabilità della diplomazia oltre alle questioni politico-diplomatiche classiche: basti pensare alla diplomazia economica o a quella culturale. A cui si aggiunge quella che potremmo definire “diplomazia del movimento”: migrazioni e protezione dei connazionali all’estero.

• La quarta trasformazione è invece di natura “verticale”, nel senso che il diplomatico viene sempre più spesso chiamato a trattare con interlocutori che non sono solo i governi centrali e gli apparati burocratici, ma anche espressioni della società civile, gruppi più o meno organizzati, in una parola con interlocutori che non sono rappresentanti di stati.

I mutamenti della realtà internazionale pongono dunque nuove sfide ad una diplomazia consapevole ed a coloro che, nei diversi ambiti operativi e secondo il diverso grado di coinvolgimento e responsabilità, operano nel campo delle relazioni internazionali e contribuiscono per la propria quota-parte – con realismo ma anche con la necessaria lungimiranza politica – a garantire uno stabile inserimento del nostro Paese nei nuovi equilibri che si stanno consolidando a livello globale.

Se si dovessero riassumere in due parole-chiave le sfide poste alle istituzioni preposte alla politica estera, dovremmo dire che le strutture rigide non riescono più a gestire i crescenti ed interconnessi flussi di informazioni, risorse, finanze, persone.

Vi sono due fattori che rendono necessario ed urgente svolgere un’approfondita riflessione sull’evoluzione del ruolo dei Ministeri degli esteri. In primo luogo, i nuovi assetti geopolitici e il loro impatto sulla governance globale. La diplomazia deve imparare a connettere i diversi aspetti delle tematiche internazionali e globali, quali il cambiamento climatico, lo sviluppo, la sicurezza alimentare: tutte questioni «non tradizionali» di politica estera. Proprio la crisi finanziaria mondiale ha messo in luce la necessità di una guida politica (anche nel senso di politica internazionale), rendendo evidenti i limiti di un approccio solamente tecnico alle tematiche globali.

In secondo luogo – e questo riguarda tutti gli Stati membri dell’UE – occorre adeguarsi all’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, con una nuova dimensione esterna dell’Unione, e soprattutto con la creazione di un Servizio Europeo di Azione Esterna (in pratica, un corpo diplomatico europeo comune). A questo nuovo Servizio l’Italia intende fattivamente contribuire, proponendo propri qualificati funzionari di vario livello ed anzianità, ma anche fornendo idee e suggerimenti per il reclutamento, la formazione e l’utilizzazione dei nuovi quadri.

Articolazione

L’evento, nella forma di un ciclo di Conferenze internazionali, è suddiviso in tre diversi momenti, dedicati:

· al ruolo della diplomazia nella fase post-unitaria (la diplomazia dell’unificazione);

· al delicato periodo post-bellico (la diplomazia dell’integrazione);

· alla diplomazia del presente e del futuro (la diplomazia della globalizzazione).

Il primo e il secondo evento – che si terranno, rispettivamente, a Torino (25 maggio) e Roma (13 ottobre) – saranno dedicati al ruolo della diplomazia italiana in determinati momenti “topici” della vicenda nazionale (fase post-risorgimentale, fase post-bellica), con l’obiettivo di muovere dall’analisi dell’operato di alcuni esponenti della carriera diplomatica per fornire uno spaccato di uno dei tanti modi di interpretare la funzione, destinato a divenire col tempo paradigma di riferimento e “marcatore” generazionale, nella logica di guardare alla tipologia di professionalità espressa più che alle singole individualità ed evitando così un approccio di tipo meramente “rievocativo/agiografico”. Con l’obiettivo di dimostrare una forma di “contemporaneità riflessiva” dei diplomatici rispetto alle diverse fasi della storia nazionale. E con l’intenzione di esplorare le modalità e i percorsi attraverso i quali le “lezioni” apprese dal passato possono declinarsi ed adattarsi alle nuove sfide imposte dalla realtà contemporanea: dal ruolo della diplomazia e dell’Amministrazione centrale nel contesto dell’evoluzione in senso federale che il paese sta sperimentando, alla nuova sfida integrativa determinata dai mutamenti della governance globale attualmente in atto.

Il terzo evento – che si terrà a Napoli (1° ottobre) – sarà dedicato alle sfide che attendono la nostra diplomazia nel complesso panorama consegnatoci dalla fine della guerra fredda e dall’impetuoso sviluppo degli scambi e delle comunicazioni a livello mondiale, focalizzandosi sul suo ruolo presente e futuro nella vita del Paese, con particolare riferimento ai contesti di crisi, intesa sia in senso “securitario” classico (conflitti, operazioni di peace-making, peace-keeping e peace-building), sia inun’accezione più vasta di crisi“sistemiche” (tensioni “identitarie”, instabilità socio-economica e finanziaria). E’ infatti proprio nelle situazioni critiche che la diplomazia, intesa come metodo e strumento per la composizione delle controversie e, più in generale, per la ricerca della pace, rivela il suo “valore aggiunto”. Benché si sia parlato di un declino della funzione diplomatica, oggi siamo piuttosto dinanzi ad una sua “trasformazione”, ad una “rivitalizzazione” legata alla molteplicità delle sfide, sovente inedite e non sempre riconducibili ad attori istituzionali di tipo “classico”. Se si dovesse sintetizzare tale mutamento strutturale con uno slogan, si potrebbe dire che si è passati dall’idea della crisi della diplomazia alla valorizzazione della diplomazia di crisi.

Organizzazione

Sotto il profilo organizzativo, saranno coinvolti il mondo accademico e quello della ricerca, così da poter garantire non solo un’adeguata base storico-scientifica all’evento, ma anche l’apporto di punti di vista esterni alla struttura dell’Amministrazione. Segnatamente, collaboreranno all’organizzazione degli eventi l’ISPI (Torino), lo IAI (Roma) e la Fondazione Mezzogiorno Europa (Napoli). E’ previsto un attivo coinvolgimento anche delle realtà accademiche (Università degli Studi di Torino, Università “LUISS” e Università Orientale di Napoli).

Il “formato”, inoltre, potrebbe essere adattato per eventi da svolgersi in città europee importanti nel contesto dell’unità d’Italia, come Parigi, Londra, Vienna.

Sarà inoltre prevista la partecipazione di autorevoli esperti a livello internazionale nel settore della funzione diplomatica, oltre che di qualificati esponenti di realtà accademiche straniere.

Con particolare riferimento all’ultima sessione, si riterrebbe opportuno prevedere il coinvolgimento – sotto forma di diretta testimonianza – di alcune figure di spicco della storia recente e recentissima della nostra diplomazia.

1. La diplomazia dell’unificazione (Torino – Palazzo Chiablese – 25 maggio)

La diplomazia ha giocato un ruolo di primo piano nella genesi dello Stato nazionale, consentendo a quella che veniva sovente considerata una “mera espressione geografica” di farsi Nazione, mediante un complesso intreccio di iniziative ed alleanze capace di portare alla creazione del nuovo Stato unitario. Parimenti, è spettato alla diplomazia post-risorgimentale il compito di consolidare la posizione internazionale di questa nuova realtà nazionale, individuando un punto di equilibrio che consentisse il completamento del processo di unificazione senza mettere in pericolo l’esistenza stessa del nuovo Stato e contemporaneamente impegnandosi a definire “il ruolo e il rango” di un Paese costantemente in bilico fra la dimensione mediterranea e quella europea e fra l’ambizione di essere riconosciuto quale “nuova potenza” ed il timore di tornare ad essere solo “un vaso di coccio fra vasi di ferro”.

La prima sessione dell’evento in oggetto potrebbe quindi focalizzarsi sulla fase storica intercorrente fra gli accordi di Plombières (1858) e l’occupazione dello Stato pontificio che, con l’annessione del Veneto, segna il completamento del processo di unificazione nazionale. In particolare, tale primo momento potrebbe essere incentrato sull’analisi dell’operato di due figure di spicco della diplomazia italiana del tempo, Costantino Nigra ed Emilio Visconti Venosta, anche al fine di evitare uno spostamento del “focus” dell’evento dal ruolo della diplomazia ad una più generale analisi della politica estera italiana del tempo, prospettiva che non rientra nella natura del progetto. Inoltre potrebbe essere interessante mettere in luce la dimensione dell’attività diplomatica dei funzionari borbonici al fine di contrastare il processo di unificazione.

La focalizzazione su tale intervallo temporale non dovrebbe tuttavia impedire di prendere in considerazione figure ed eventi della diplomazia relativi anche al periodo compreso tra il 1870 e la Prima Guerra Mondiale.

In una prospettiva “attualizzante” sarà inoltre affrontata la questione del ruolo della diplomazia nazionale e dello Stato centrale nel definire le linee generali e nel perseguire gli obiettivi principali della proiezione internazionale del paese nel contesto dell’evoluzione in senso federale dell’architettura istituzionale nazionale, nell’intento di individuare il “valore aggiunto” che la funzione diplomatica può fornire, ancora oggi, alla vicenda nazionale.

2. La diplomazia dell’integrazione (Roma – Musei Capitolini – 13 ottobre)

Nella difficile fase post-bellica, la diplomazia ha giocato un ruolo di primo piano nel processo che ha visto il Paese, nell’arco di poco più di un decennio, passare dalla sconfitta militare all’integrazione euro-atlantica. Si tratta di una delle fasi più delicate vissute dall’Italia, scossa dalle profonde divisioni interne, dall’accentuata polarizzazione politica e priva di una chiara visione circa il proprio ruolo nel sistema bipolare che si andava delineando. In particolare, a fronte di una dirigenza politica sovente tentata da suggestioni “neutraliste” e dalla prospettiva di una posizione in qualche misura “intermedia” – che ben si attagliava all’impronta ideologica internazionalista dei principali partiti di governo e d’opposizione – la diplomazia ebbe a produrre uno sforzo significativo per giungere ad un solido ancoraggio del paese alla sponda euro-occidentale, dapprima con l’ingresso nell’Alleanza Atlantica e, successivamente, con il processo di integrazione europea.

La seconda sessione dell’evento sarà dedicata, in particolare, alle figure di Pietro Quaroni e di Alberto Tarchiani che, dalle loro rispettive sedi (Parigi e Washington) tanto si spesero per assicurarsi che la dirigenza politica compisse quelle scelte che venivano ritenute essenziali per assicurare al Paese un futuro di sicurezza e di prosperità. L’analisi del loro operato consentirebbe, infatti, non solo di prendere in considerazione il contributo di due figure fra le più eminenti che la nostra diplomazia abbia potuto vantare, ma anche di soffermarsi sul ruolo di “stimolo” e, in qualche misura, di “guida” che la diplomazia italiana ha avuto nel corso di una delle fasi più e complesse della vita del Paese, esprimendo una visione delle priorità e dell’interesse nazionale che è risultata pienamente confermata dal successivo sviluppo degli avvenimenti. Altre figure di spicco del periodo sono Manlio Brosio, Egidio Ortona, Roberto Ducci e Roberto Gaja.

Muovendo dall’analisi del successo del percorso integrativo sperimentato dal paese nella fase post-bellica e del ruolo della diplomazia nell’assicurare al paese un solido ancoraggio euro-atlantico ci si interrogherà, inoltre, sulla nuova sfida integrativa cui l’Italia è chiamata, oggi, a confrontarsi: quella della definizione del ruolo e del rango del paese nelle strutture – formali ed informali – della governance mondiale. In questa prospettiva, l’evento potrà costituire l’occasione di un’approfondita riflessione sulle modalità attraverso le quali la diplomazia potrà contribuire ad affrontare con successo questa nuova “sfida dell’integrazione” e sulle lezioni del passato che potrebbero risultare ancora utili ed attuali pur in un contesto storico così diverso.

3. La diplomazia della globalizzazione (Napoli – Palazzo Reale – 1° ottobre)

Il fenomeno della globalizzazione ha investito, in maniera ugualmente dirompente, tanto la dimensione dell’economia e degli scambi, quanto quella della sicurezza, individuale e collettiva, con un panorama internazionale che propone sfide sempre nuove, rese più insidiose dalla loro dimensione asimmetrica e globale. In questo contesto, sovente ci si interroga sul ruolo della diplomazia. In particolare, non manca chi suggerisce che ci si trovi di fronte – per citare Morgenthau – ad un “declino della diplomazia”, caratterizzato da una “perdita di vitalità della funzione”, connessa non solo alla facilità ed alla rapidità con cui al giorno d’oggi circolano le informazioni ma anche, e soprattutto, alla frequenza ed all’intensità dei contatti diretti fra le leadership politiche dei vari paesi.

La terza sessione (cui dovrebbe essere riconosciuto uno spazio più significativo, così da garantire un giusto equilibrio fra la dimensione storico-retrospettiva e quella che guarda al presente ed al futuro) sarà dedicata, pertanto, proprio alla “trasformazione” che caratterizza la realtà attuale della funzione diplomatica. Trasformazione che non implica, in alcun modo, un “declino” della funzione, quanto piuttosto un suo adattamento ad una realtà in costante evoluzione.

A questo riguardo, si può senz’altro dire che non si è affatto realizzata la previsione dell’obsolescenza della diplomazia e soprattutto delle funzioni e delle strutture diplomatiche. Tuttavia, la diplomazia e gli operatori delle relazioni internazionali in generale sono chiamati a confrontarsi con tematiche non-tradizionali, per molti versi inedite e che richiedono la mobilitazione di nuove competenze e una riattualizzata professionalità. Conoscere nel modo più approfondito il possibile il «perimetro» del nuovo scenario mondiale e elaborare una nuova mappa concettuale per orientarsi in esso sono sfide che impongono un aggiornamento dei pur validi parametri consolidati della funzione diplomatica.

Non si può perciò parlare della diplomazia in termini ontologici, cioè come se si mettesse in dubbio la sua esistenza; ne dobbiamo invece realisticamente parlare in termini fenomenologici, cioè guardare alle sue funzioni e puntare ad una sua sempre maggiore qualificazione e incisività.

Basta guardare all’attuale fase di ristrutturazione del sistema internazionale per rendersi conto che la diplomazia e la proiezione estera del Paese oggi non sono solo opzioni organizzative tra le altre; rappresentano invece l’unica scelta davvero strategica che possa consentire all’Italia – come ad altri Paesi – di svolgere pienamente il proprio ruolo nella comunità internazionale.

Su questo punto occorre essere chiari: la diplomazia è un investimento sul futuro del Paese sulla scena globale nella complessità crescente del mondo contemporaneo. Non è un lusso, è un bene primario. Lo hanno ben compreso alcuni Paesi emergenti, come ad esempio il Brasile, che sta compiendo massicci investimenti per il rafforzamento delle sue dotazioni diplomatiche e di sedi all’estero.

La sessione dovrebbe quindi occuparsi di rispondere all’interrogativo “a cosa serve oggi la diplomazia”, in particolare soffermandosi sulla necessità di una struttura diplomatica capace di fornire una chiave di lettura dei cambiamenti in atto, capace, cioè, di interpretare correttamente – oltre che raccontare – i processi evolutivi che stanno trasformando il panorama internazionale, svolgendo un ruolo di analisi capace di individuare e di decodificare i trend di fondo del cambiamento globale.

Occorrerebbe, inoltre, dare atto della circostanza che questa funzione “ermeneutica” non rappresenta che una delle sfaccettature in cui si articola il ruolo della diplomazia oggi, contemplando eventualmente l’ipotesi di una suddivisione della sessione in diversi “momenti”, ciascuno dedicato all’analisi dei diversi “fronti” su cui si trova ad operare la nostra struttura diplomatico-consolare (diplomazia della sicurezza, diplomazia economica, diplomazia del sistema-Paese, diplomazia del movimento).

La sessione coinvolgerà alcune rilevanti figure della più recente esperienza della diplomazia italiana, selezionando i partecipanti in modo tale da fornire una visione il più possibile ampia e variegata dei diversi “approcci” professionali.

 


Luogo:

Rome

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