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Governo Italiano

Amedeo Guillet, storia incredibile ma vera del guerriero ambasciatore

 

Amedeo Guillet, storia incredibile ma vera del guerriero ambasciatore

Il Foglio

25 luglio 2004

Tonino Bettanini


Non c'è stata forse guerra più pubblica di quella che una biografia di Amedeo Guillet  definisce "privata". E’ stato Vittorio Dan Segre con "La guerra privata del tenente Guillet" (Corbaccio, 1993) il primo a consegnare un ritratto di questo aristocratico, familiare e fedele a Casa Savoia, non solo agli storici di professione ma anche ai diplomatici di professione, come quelli che fra pochi giorni, dal 27 al 29 luglio, si riuniranno a Roma per la quinta Conferenza degli ambasciatori d'Italia e che alla figura di Guillet hanno più di un motivo di guardare. Allo scoppio della Seconda guerra mondiale, Guillet si trovava nell'Africa orientale italiana; qui il viceré, il duca d'Aosta, gli aveva affidato, nel febbraio del 1940, il comando del Gruppo Bande Amhara a cavallo, un reparto indigeno che Guillet saprà personalmente formare mettendo fianco a fianco eritrei, etiopi e yemeniti a lui fedelissimi. Ed è proprio in Africa che si realizza la prima parte della straordinaria avventura di Guillet. Dopo il giugno 1940, gli inglesi reagiscono in forze ad alcune prime facili vittorie italiane, tutt'altro che disposti a lasciarsi sconfiggere dalla "guerra lampo" della propaganda mussoliniana. Qui viene il momento di Amedeo, ribattezzato dai suoi uomini Cummundar as-Sheitan.

Bisogna infatti frenare gli inglesi, per permettere al grosso dell'esercito italiano di salvarsi. Guillet galoppa con i suoi contro la Gazelle Force, l'avanguardia motorizzata britannica, gettando scompiglio tra autoblindo e carri armati.

"Il 19 gennaio, la IV e la V Divisione indiana", racconta John Keegan in "La Seconda guerra mondiale", "attraversarono il confine a Nord del Nilo Azzurro e incontrarono scarsa resistenza, anche se a un certo punto vennero caricate da un ufficiale italiano su un cavallo bianco, alla testa di una banda di cavalieri Amhara lanciata alla disperata contro le loro mitragliatrici".

L'azione di Guillet lascia comunque il segno: per poco non cattura il quartier generale di quell'avanguardia nemica. E ritarda di un giorno l'avanzata inglese permettendo così alle forze italiane di riorganizzarsi. Quella battaglia è forse l'ultima grande carica di cavalleria affrontata dall'esercito inglese. E fa di Amedeo Guillet una figura leggendaria.

Di lì a poco, tagliato fuori dalla madrepatria, mal equipaggiato e privo di rinforzi, l'esercito italiano affronterà con coraggio il nemico: nel decisivo scontro di Cheren, i generali Carnimeo e Lorenzini vengono sopraffatti dopo due mesi di resistenza accanita. Ma Guillet non si arrende e in sella al suo splendido cavallo Sandor intraprende ora la sua "guerra privata" contro gli inglesi, scatenando in Eritrea una guerriglia corsara.

Le imprese del Cummundar-as Sbeitan, il Comandante Diavolo, e dei suoi cavalieri del Gruppo Bande Amhara, danno molto filo da torcere agli inglesi che gli dedicano tuttora ammirati articoli di giornale. Amedeo Guillet è l'italiano che smentisce il luogo comune, ben diffuso tra i britannici, secondo il quale gli italiani sarebbero "useless in combat", inetti in battaglia, mentre "The Italians' last action hero" è il titolo con cui l'Observer ha presentato la biografia di Guillet scritta dal giornalista Sebastian O'Kelly e intitolata "Amedeo. A true story of love and war in Abyssinia".

Nato a Piacenza nel 1909, Amedeo Guillet era entrato all'Accademia di Modena e ne era uscito sottotenente dei cavalleggeri di Monferrato. Suo modello, lo zio Amedeo, generale d'armata, senatore del Regno, matematico e musicista.

A Pinerolo le sue doti di cavaliere gli fecero superare le selezioni per la squadra nazionale, ma rinunciò a partecipare alle Olimpiadi di Berlino (1936), per arruolarsi come volontario e prendere parte alla guerra d'Etiopia, nel 1935. Aveva infatti chiesto di essere trasferito a un reparto di cavalleria coloniale, ad appena 25 anni. Del resto, Guillet il Diavolo alimenta una biografia che conosce tutte le passioni del romanzo. I grandi amori, naturalmente: per la cugina Bice, dapprima, poi nel 1938 per Kadija, figlia diciassettenne di Sceik Jousef, un capo villaggio musulmano. Il valore militare e l'astuzia, come nelle migliori pagine di Conrad. Poi la passione delle arti, perché Amedeo suona il piano e il violino. E infine la diplomazia, la sua seconda vita.

Dopo la resa dell'esercito italiano, Guillet rompe con la sua identità di ufficiale italiano e cristiano e abbandona gli abiti occidentali. Vestendo futa e turbante si trasforma, non solo esteriormente, e diventa Ahmed Ad allah El Redai, musulmano semenita di rito zeidita. Entra così a far parte di un mondo indigeno che trova la guerriglia naturale. Ora ha con sé oltre cento indigeni, ai quali insegna l'etica e la disciplina di Chrétien de Troyes: niente saccheggi e razzie, lealtà e onore come anime della battaglia. Comincia ad attaccare gli inglesi sulla strada di Asmara, poi assaltando un posto di blocco sulla strada di Ginda. Nelle azioni successive farà saltare un ponte, bloccherà convogli militari con i loro rifornimenti e un treno nella galleria tra Asmara e Cheren. Ed è proprio ad Asmara che ora ci si preoccupa di lui: nell'ufficio dell'intelligence britannico, retto da Max Harari, maggiore dell'VIII Ussari, che riuscirà anche a rapirgli il cavallo bianco, Sandor. Harari è infatti ormai certo che queste azioni di guerriglia sono opera di Cummandar as-Sheitan, ovvero Amedeo Guillet. E allora gli sguinzaglia contro il capitano Reich.

E’ una vera e propria caccia. Reich è un mastino dotato di buon fiuto. Decide di cominciare dalle fattorie degli italiani. Le controllerà una ad una, sicuro di trovare Guillet. Ed è decisamente una buona intuizione. Si ritrovano infatti faccia a faccia, i due, nella fattoria di un italiano, Orlando Rizzi, presso cui Guillet, accompagnato dalla bellissima Kadija, la sua Anita Garibaldi, ha trovato rifugio mescolandosi agli arabi. Guillet spinge la sua spudoratezza al punto da giocarsi la vita con Reich. Lo serve disinvoltamente a tavola. Non sarà riconosciuto. Il periodo trascorso presso la fattoria di Rizzi è un periodo felice che fa ben sperare soprattutto Kadija. Ma Guillet è in perenne movimento. Decide di andarsene, nell'ottobre del 1941, e scioglie la sua banda: a convincerlo è il fallimento delle truppe dell'Asse nel raggiungere il Cairo. Saluta uno a uno i suoi compagni di ventura e si avvia lungo la strada per Massaua, seguito solo da Kadija e da due fedelissimi. Decide di rifugiarsi nello Yemen. Per trovare soldi, e avere informazioni sull'imbarco, si mette a fare il facchino. Poi fa l'acquaiolo finché non raggiunge la cifra necessaria a pagarsi un passaggio su un sambuco di contrabbandieri con un compagno yemenita. Abbandonati sulla costa dankala, derubati e picchiati dai pastori locali, riusciranno a salvarsi attraversando il deserto fino a raggiungere la penisola di Buri. L'esperienza più tragica della sua vita.

Vengono salvati e raccolti da un cammelliere yemenita, ma già dopo appena due giorni decidono di ripartire. Prossima meta ancora Massaua, stessa destinazione: Yemen. Si fingono mercanti in attesa di una carovana che trasporta farina; Guillet si rimette a fare l'acquaiolo. E poi gioca grosso: chiede proprio agli inglesi, da cui è ricercatissimo, il permesso di imbarcarsi per lo Yemen, fingendosi yemenita. E dopo due settimane di viaggio, prima di arrivare a Hodeida, dichiara la sua vera identità e chiede asilo. Non viene creduto e lo sbattono in prigione in attesa di accertare la sua identità. Gli inglesi hanno inviato una richiesta di estradizione per un bandito italiano, ex militare, condannato a morte. Da Hodeida Guillet va a Sanaa dove è ricevuto dall'iman Yahiah che gli offre ospitalità, protezione e il grado e lo stipendio di colonnello yemenita. Per l'iman l'Italia è un paese amico, il primo ad averne riconosciuto l'indipendenza dalla Turchia.

E’ un anno felice questo per Amedeo, fatto di molti mestieri: veterinario, maniscalco, consigliere militare, precettore dei principi della famiglia reale. Con l'aiuto dell'iman si imbarca infine per Massaua, nel giugno del 1943. Da lì come clandestino sale sull'ultima delle tre navi della Croce Rossa Italiana; per non essere riconosciuto dalla scorta britannica, con la complicità del capitano, viene nascosto nel reparto dei malati di mente.

In viaggio, mentre la nave sta circumnavigando l'Africa, viene raggiunto dalla notizia della caduta del fascismo.

Il 2 settembre è a Taranto, e comincia subito a pensare al modo di rientrare in Eritrea per combattere. Sorpreso dall'armistizio dell'8 di settembre, attraversa le linee nemiche e va a Brindisi: qui incontra il re. Viene assunto presso il SIM per partecipare alla guerra di liberazione. Solo alla fine del 1945 si ricongiungerà ai suoi e a Bice Gandolfo, la cugina che ha sempre amato. Sposa la donna che ha saputo aspettarlo, non senza dirle di Kadija. La guerra è finita e Guillet sembra scegliere una nuova vita: nel 1946 va in missione per il governo italiano in Eritrea:deve trattare il rimpatrio degli italiani con gli inglesi, proprio i nemici che lo hanno ben conosciuto e braccato invano, e che ora lo ricevono con grande rispetto. E’ allora che rivedrà Kadija, portandole un dono di Bice.

Guillet ha deciso di entrare nella carnera diplomatica. Nel 1953 ritorna a Taiz come incaricato d'affari. La nuova vita ha inizio. Ma non e “un'altra vita”,perché i suoi nuovi successi dipendono in larga parte da come ha saputo affrontare prima: fantasmi della differenza, trattando il diverso come uguale, il debole con il rispetto che sa incutere il forte. “In seguito a esame di concorso nominato Volontario nella carriera diplomatico consolare (4 settembre 1948)”, Amedeo ha infatti il carisma del diplomatico.

Al Cairo nel 1949, console aggiunto ad Alessandria d'Egitto nel 1953; ministro plenipotenziario a Taiz nel 1960, poi ambasciatore ad Amman nel 1962. Ancora ambasciatore a Rabat nel 1968, in seguito a Delhi nel 1971, accreditato anche a Katmandu: queste le tappe principali di una carriera che lo riporta, come rappresentante del governo italiano, proprio là dove ha conosciuto le sfide più Importanti della vita e ancora trova chi ricorda e celebra il teatro delle sue imprese. In una lettera di Kiros Zehaye, che si dichiara suo amico e biografo, riportata sull’ Eritrean network information center, si rammenta come nel 2000 Guillet sia stato invitato in Eritrea personalmente dal presidente lsaias Afwerki. E in Eritrea è stato accolto non come ex colonizzatore e invasore, ma come tra i primi combattenti per la libertà e l'indipendenza della nazione.

Guillet non è soltanto un eroe dimenticato del Novecento italiano. Il suo modo di essere combattente prima e diplomatico poi ha un tratto di modernità importante da ritrovare dopo la catastrofe dell'11 settembre. Guillet è stato capace di riconoscere l’onore del mondo arabo, la sua identità e dignità pur nel contesto di una cultura coloniale. Un orizzonte di pensiero entro il quale “il fardello civilizzatore dell’'uomo bianco” giustificava l'ineguaglianza  di diritti e impediva il riconoscimento dell'onore dell’altro. Guillet invece raccoglie le identità minori di un'Africa orientale ai bordi del Secondo conflitto mondiale e le stringe in un manipolo compatto che vive oltre la battaglia e le sue regole. Le stesse insegne del suo reparto rimandano a un pluralismo di appartenenze e di valore che attinge a svariate etnie. Guillet non mette i simboli del fascismo ma, insieme,la croce cristiana e la mezzaluna islamica. Oltre al suo motto, “Sempre  ulterius”, allo stemma sabaudo e a quattro code di cavallo. Se è vero che esiste un DNA italiano delle relazioni internazionali fatto di indubbio talento, di disposizione a mettere il coraggio accanto alla capacità di persuasione, Amedeo Guillet è di questo DNA un depositario. E non è forse un caso che la sua storia interessi ora un giovane regista italiano, come Edoardo Winspeare, impegnato a girare proprio "La guerra privata del tenente Guillet". Una libera trasposizione, dice Winspeare, “del libro di Segre”.

C'è chi lo ha voluto e descritto come un Lawrence d'Arabia italiano. Guillet è stato molto di più e di meglio. A cominciare dalla lingua araba che egli padroneggiava, a differenza del più famoso colonnello inglese. Non è poi un Lawrence italiano perché più che un archeologo in divisa da ufficiale è stato un ufficiale di carriera. E non lo è infine perché — ricorda Dan Segre — Guillet è un realista che ha combattuto senza il sostegno di un governo e di un impero. E soprattutto, Guillet non è Lawrence perché non ha mai comperato con il denaro la fedeltà di un soldato e non ha mai partecipato a giochi di potere. E non assomiglia nemmeno a Peter O'Toole, il Lawrence che tutti noi immaginiamo. Ma com'era allora Guillet? “Il maggiore Guillet — l'uomo che mi aspettava vestito in borghese — era l'opposto del personaggio che mi ero immaginato. Smilzo, al punto da sembrare più piccolo del vero, le spalle larghe, leggermente protese in avanti, i piedi infilati in un paio di sandali, sarebbe passato dappertutto inosservato se non fosse stato per i suoi occhi. Sembravano assenti e invece ti fissavano, immobili, dietro le palpebre leggermente socchiuse. La faccia era scarna, abbronzata. Un paio di baffetti addolcivano tratti che avrebbero potuto essere arcigni. Notai che i capelli erano scuri e radi. Non c'era nulla di marziale in lui e ancor meno di aggressivo, ma qualcosa di felino faceva pensare alla rilassata tensione di un gatto in riposo. Poco distante, appoggiato a una Millecento impolverata color verde, c'era un arabo. Era un ascaro, Ibrahim. Mi sorvegliava, immobile, mentre stringevo la mano al suo comandante”. Così lo ricorda Dan Segre. Nominato nel 2000 Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine Militare d'Italia, oggi, a 95 anni, vive in quel paese dei cavalli che si chiama Irlanda.


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