Questo sito usa cookie per fornirti un'esperienza migliore. Proseguendo la navigazione accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra OK Approfondisci
Governo Italiano

Dal Parlamento - Riforma OMC: l’Ambasciatore Caracciolo ascoltato dalla Commissione Esteri della Camera

Data:

11/02/2009


Dal Parlamento - Riforma OMC: l’Ambasciatore Caracciolo ascoltato dalla Commissione Esteri della Camera

La Commissione Affari Esteri e Comunitari della Camera, nell'ambito dell'indagine conoscitiva sui problemi e le prospettive del commercio internazionale verso la riforma dell'OMC,  ha ascoltato il 21 gennaio scorso l'ambasciatore Giovanni Caracciolo di Vietri, rappresentante permanente d'Italia presso le Organizzazioni internazionali a Ginevra.
Dal resoconto stenografico pubblichiamo ampi stralci della relazione dell’Ambasciatore Caracciolo.

Scenari inquietanti dalla deriva finanziaria
La deriva finanziaria a cui stiamo assistendo e i suoi primi seri impatti, seppur variegati, sull'economia reale del mondo aprono davanti a noi degli scenari molto inquietanti. Il Ministro dell'economia e delle finanze, Giulio Tremonti, li ha definiti icasticamente «terra incognita», dal momento che ci dirigiamo verso una serie di sviluppi e di evoluzioni della crisi che non sono facilmente prevedibili secondo criteri tradizionali, sia per la portata e durata dell'attuale crisi, sia per la differenziazione che essa può comportare per le diverse economie nazionali, tenendo conto delle diversità dei sistemi produttivi.
Sul fronte finanziario sono già evidenti gli impatti: è sufficiente porre mente alla questione della liquidità nel trade financing per rendersi conto del quadro, già preoccupante, di restringimento del mercato mondiale.
Sul fronte della specificità nazionale, ricordiamo che l'Italia ha la sua specificità, quella di un sistema produttivo ancora piuttosto dinamico e aggressivo, basato sulla trasformazione e, quindi, sul duplice aspetto dell'importazione delle materie prime e dell'export, soprattutto verso i Paesi ricchi o meglio dell'area OCSE.
Tutto questo mi porta a concludere che quando parliamo di governance globale e di regole non parliamo semplicemente di governo globale, ma di gestione aggregata dell'interdipendenza globale. Mi riferisco alla capacità di individuare valori comuni, tali da adottare sistemi di regolazione, e al problema, quindi, delle regole e dell'aggiornamento delle nuove regole.

OMC, esperienza avanzata di multilateralismo operativo
Queste sono premesse dalle quali, in questo inizio del 2009, occorre muovere per una valutazione imparziale e quindi anche critica - ne parlammo con il presidente Stefani fin da Ginevra - degli attuali ruolo, struttura e funzioni dell'Organizzazione mondiale del commercio. Questo è lo strumento esistente, destinato a regolamentare i più rilevanti aspetti dei fenomeni del commercio globale, a conferire loro la necessaria coerenza e a creare un quadro di intese certe e condivise.
Anche i più critici del multilateralismo nel suo insieme e della OMC in particolare finiscono con il concordare quando riconoscono che, se non propriamente efficace, si tratta certamente di un'esperienza avanzata del multilateralismo operativo, per una serie di motivi. La prima ragione è la sua articolazione strutturale, che regge su tre componenti distinte: una componente di dibattito - direi quasi un corpo legislativo che deve preparare le nuove regole -, una componente di controllo del rispetto delle regole vigenti e, quel che più conta, una componente sanzionatoria, anche questa ancora molto imperfetta, ma certamente esistente, che ne fa la differenza rispetto ad altre grandi agenzie multilaterali, in particolare delle Nazioni Unite.
Direi che l'autentico acquis dell'OMC, fino ad oggi, è proprio quello di aver stabilito una cornice di organizzazione, non un semplice trattato con i suoi seguiti, nella quale esiste un sistema giuridico sui generis e la possibilità di assicurarne in qualche modo il rispetto.
Come sapete, la strutturazione dell'organizzazione attuale è erede, sin dal 1o gennaio 1995, del GATT (General Agreement on Tariffs and Trade), dell'originario trattato del 1947, che ne ha fatto un vero e proprio sistema intergovernativo.
Le decisioni vengono prese dagli Stati membri che, come dicevo, sostanziano in maniera articolata e a vari livelli una sorta di corpo legislativo che è chiamato poi, nell'ambito dei vari cicli negoziali, a prendere decisioni per la formazione di regole degli scambi mondiali.
Esiste, poi, accanto a questa sorta di corpo legislativo, un vero e proprio corpo esecutivo (il direttore generale con il suo segretariato, che alcuni sostengono sia ancora debole, mentre altri che abbia una strutturazione troppo corposa) e infine il corpo giudiziario a cui facevo riferimento, l'organo di soluzione delle controversie. Il DSB (Dispute Settlement Body) rappresenta di fatto una singolarità nel panorama della governance mondiale. Esiste, infatti, un meccanismo operativo che è in condizione, su due gradi di giudizio, di emanare sanzioni e di imporne l'applicazione.

La disputa Usa-Europa su alcuni prodotti
Mi vorrei soffermare un minimo su questo punto perché so che è di attualità, con riferimento alla disputa USA-Europa su alcuni prodotti, come le acque minerali diciamo italiane, ancorché la Nestlé sia svizzera. Certamente si tratta di un corpo, di una struttura e di un meccanismo perfettibili. Sul fronte del bicchiere mezzo pieno, io sottolineerei il fatto che esiste e che impone sanzioni, a differenza, per esempio, del massimo organo esecutivo multilaterale, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, che proclama, con risoluzioni anche molto importanti, alcune sue decisioni e poi non ha un seguito sul terreno.
Faccio l'esempio della controversia in corso perché lo ritengo molto calzante sul piano di quello che potrebbe essere riformato nel WTO. Quello che è accaduto è molto semplice e lo dico in termini spiccioli: una procedura contraria a interessi americani sull'importazione in Europa di carni con componenti ormonali eccessive rispetto ai nostri criteri è stata
valutata illegittima dal primo organo, dal DSB di cui parlavo prima, del WTO. È scattata, quindi, la sanzione, che non si traduce ancora in una vera e propria sanzione di tipo pecuniario, finanziario o amministrativo, ma che consiste semplicemente nell'autorizzazione al Paese vincente ad adottare delle contromisure.
Gli Stati Uniti hanno, dunque, adottato queste contromisure, usando però un meccanismo, piuttosto controverso, di scelta, da parte loro, all'interno di un modulo definito «carousel», di liste di prodotti sui quali intervenire. In queste liste figuravano le acque minerali europee, con la sola eccezione - guarda caso - della Perrier. Si è, quindi, cagionato un duplice danno: si è adottata una contromisura fuori tema, poiché le acque minerali e gli ormoni nelle carni non c'entrano molto le une con gli altri e, per di più, si è fatta una discriminazione all'interno dell'Unione europea.
Esiste, tuttavia, la possibilità di ricorrere «in appello», per così dire. È, infatti, in corso questa operazione che naturalmente è affidata, come buona parte dei nostri negoziati, alla Commissione, ed è quindi soprattutto la Commissione, congiuntamente con la nostra azione a Bruxelles, che deve poter procedere in questo senso. Ho voluto fare questo esempio perché mi sembrava interessante.

L’attivita’ dell’OMC e la situazione globale
Consentitemi di fare, inoltre, un breve cenno alle discrasie che sono venute creandosi fra l'attività dell'OMC - mi riferisco, in particolare, al Doha Round fin dal suo inizio - e l'attuale situazione globale mondiale. Innanzitutto, si sono aggiunti temi molto importanti, come quelli connessi alla salute e soprattutto all'ambiente, ambito questo nel quale ancora non vi è intesa, perlomeno circa un'indicazione dei beni oggetto di commercio e di scambio che pertengono alle  intese ambientali. Soprattutto, è mutata in qualche modo la geografia politica del sottosviluppo ed è variato l'equilibrio fra nord e sud del mondo.
Come sapete, uno degli aspetti principali della multilateralizzazione del commercio era che il nord del mondo avesse un occhio attento al sud e che si privilegiassero alcune situazioni, come quelle più gravi dei Paesi in via di sviluppo. Ma la questione della coerenza e della valorizzazione delle regole, oggi davanti a noi, deve essere declinata secondo questa nuova geografia economico-politica del sud, che è in divenire. Rilevantissime componenti nazionali di quel sud, come Cina, India e Brasile, solo per citare i principali Paesi, sono già emerse, ma rimangono tuttora ancorate alla categoria del sud. Direi quasi che il nord del mondo (noi, gli Stati Uniti e via elencando) ha di fronte più sud, e non uno solo.
A un primo livello di lettura, questo atteggiamento dei Paesi emersi è, naturalmente, soprattutto destinato a beneficiare i trattamenti differenziati, che trovano, però, sempre minore giustificazione in termini di performance dei risultati commerciali. Esiste, tuttavia, un livello di lettura più profondo che Ginevra oggettivamente aiuta a comprendere meglio, e cioè il complesso di influenze e di veti incrociati che questi nuovi grandi attori della scena mondiale stanno utilizzando, spesso anche a livello transcontinentale. Basti pensare alla vera e propria egemonizzazione dell'Africa da parte della Cina e al contrasto esistente tra India e Cina proprio sul fronte di questa egemonizzazione.
L’Ambasciatore Caracciolo dopo aver spiegato i compiti e le strutture dell’OMC e’ passato ad esaminare il processo decisionale.

Il processo decisionale
Il processo decisionale dell'OMC mi sembra, ancora una volta, un'opera non compiuta. Il principio di base, come sapete, è il consenso, che ci fornisce grandi garanzie. Infatti, sulla base del principio introdotto nel Doha Round del single undertaking - ossia, nessun accordo globale si raggiunge se non sono raggiunti contemporaneamente accordi in tutti i settori oggetto di negoziato - il principio del consenso permette, essendo il voto riservato a ciascun Paese membro (nel caso dell'Unione europea a tutti i 27 Paesi membri, ma non si è mai praticato il voto), di mantenere delle possibilità di veto.
Su questo si innesca un meccanismo che spesso è stato criticato, quello dei sottogruppi, una sorta di Commissioni parlamentari - composti secondo equilibri geografici e di gruppi e che spesso facilitano il consenso perché si assottiglia il numero di coloro che concorrono alla decisione; questo è l'aspetto positivo. L'aspetto negativo di questi sottogruppi - tra cui le Green Rooms - è di avere isolato certi attori, in alcuni casi proprio alcuni degli attori principali di cui si parlava prima.
Pertanto se, come tutto fa presagire, Lamy rimarrà direttore generale, dovrà forse porre mano non solo alle regole del consenso e della determinazione, ma anche alle modalità in cui il consenso si articola.
Il secondo punto è relativo al negoziato. Molte delle critiche e delle perplessità avanzate sul fallimento sostanziale nel 2008 del Doha Round sono un po' eccessive. Ad esempio, quella del fattore tempo. L'Uruguay Round, che era un'operazione assai più semplice perché i membri erano infinitamente minori di quanti sono oggi i membri dell'OMC, durò praticamente quanto è durato oggi il Doha Round. Nel fattore tempo vanno incluse anche, secondo me, le congiunture politiche. Abbiamo avuto la pausa di riflessione dovuta alla transizione nell'amministrazione americana; abbiamo una serie di scadenze elettorali prossime in Europa, per esempio in Germania, ma soprattutto in India, dove potrebbero mutare radicalmente gli orientamenti finora maturati; abbiamo l'insediamento della nuova Commissione europea con l'avvicendamento già avuto tra Mandelson e la signora Ashton (bisognerà vedere se lei sarà confermata).
Esiste, poi, il problema, a cui ho già accennato, della schizofrenica personalità di alcuni dei player principali, India e Cina per esempio, che agiscono con modalità diverse. In questo quadro si va innescando un altro degli aspetti - citato anche da Renato Ruggiero nel suo articolo di ieri - che io considero essenzialmente negativi, ovvero la proliferazione di accordi bilaterali che tendono a favorire solo le parti in contatto tra di loro e che, al tempo stesso, rischiano di compromettere gli interessi principali di Paesi in via di sviluppo.
Come sapete, sia la tornata di luglio che quella più recente si sono interrotte su alcuni punti qualificanti, nei quali non è stato possibile trovare l'accordo. I due settori più avanzati sui quali si stava raggiungendo l'accordo erano quello agricolo e quello dei NAMA, i prodotti non agricoli, vale a dire industriali. Nel settore agricolo il problema ha riguardato una clausola di salvaguardia, cioè di protezione - voluta fortemente dall'India, ma anche dalla Cina - a due livelli: protezione dei propri prodotti nel settore agricolo e tutela di alcuni interessi africani, nel quadro della egemonizzazione nel continente di cui parlavo prima.
Nel settore dei NAMA, il contrasto principale si è avuto tra questi stessi attori, Cina e India, e Stati Uniti su una serie di problemi, in particolare sugli accordi settoriali, che sono una richiesta molto specifica da parte americana, che non viene invece valutata come accettabile da parte cinese e indiana.
Naturalmente questi due dossier, agricolo e industriale, non si possono portare a termine - anche se forse basterebbero alcuni aggiustamenti - se non si completano anche le altre materie oggetto di negoziato. Mi riferisco, in particolare, al dossier servizi e al dossier regole, di cui parlavo prima. Sul dossier servizi vi sono naturalmente attenzioni diversificate rispetto a sistemi produttivi diversi. L'Inghilterra è ovviamente assai interessata, mentre meno di lei lo sono i Paesi come il nostro o come la Germania, che ancora producono beni. Rimane, poi, la questione dell'ambiente, già richiamata.

Gli interessi italiani
Infine, permettetemi un ultimo accenno agli interessi italiani, che sono forse quelli che ci premono di più. Ho partecipato personalmente - lo avevo detto al presidente Stefani quando ci siamo incontrati a Ginevra - alla fase negoziale di luglio, dove si è registrata una posizione piuttosto muscolare e coraggiosa dell'Italia anche all'interno dell'Unione europea. Secondo gli insegnamenti di chi si è occupato di questioni europee senza fare cavalier seul, come dicono i francesi, ma con la sponda soprattutto della Francia, che allora aveva la presidenza, e anche di una serie di Paesi like minded, noi avevamo ritenuto di disegnare una «linea rossa del Piave». Essa non poteva essere travalicata ed era essenzialmente legata all'agricoltura. Si trattava del rispetto della nostra esigenza di vedere riconosciuta la questione delle indicazioni geografiche.
Su questo punto mi preme sottolineare che si tratta di un problema, ancor più che commerciale, culturale. Noi dobbiamo convincere Paesi come gli Stati Uniti e come l'Australia che in buona fede credono che il brevetto e il marchio possano bastare a qualificare un prodotto. Noi andiamo molto oltre. L'operazione sui vini e sugli alcolici è parzialmente riuscita, poiché adesso si parla di un registro che dovrebbe essere approvato nel quadro del TRIPS. Resta da considerare la questione dei prodotti DOC e da questo punto di vista - lo ripeto - credo che la rete diplomatica dovrebbe mettersi a disposizione del Governo e del Parlamento affinché un'opera di convincimento di questi Paesi possa essere ancora compiuta, soprattutto a Bruxelles, naturalmente.
L'altro aspetto del dossier agricolo che era abbastanza controverso e sul quale abbiamo segnato, credo, dei buoni punti, riguardava la tutela dei cosiddetti prodotti tropicali, voluta da alcuni Paesi, in particolare dell'Asia, che vedeva coinvolti anche prodotti propri dell'Italia e di altri Paesi del Mediterraneo. Anche in questo caso, in un negoziato molto serrato sulla lista di tali prodotti, eravamo riusciti ad ottenere un'importante, seppure non totale, soddisfazione.
La mia valutazione  è che se i dossier agricolo e NAMA, con la questione aperta delle indicazioni geografiche, fossero rimasti nello stato dell'arte di luglio scorso, fotografati e fermati nel tempo, per l'Italia il bilancio complessivo poteva dirsi relativamente positivo, tenuto conto della specificità del suo sistema produttivo e della trasformazione dei prodotti soprattutto per le piccole e medie imprese del nord (penso alla flessibilità che ha consentito al nostro Paese di fronteggiare la concorrenza, talvolta pericolosa, di Paesi come la Cina). In agricoltura avremmo potuto compensare anche alcuni degli inconvenienti della PAC e delle rinunce fatte dall'Italia in nome di altre priorità, poiché sarebbero state reintrodotte le liberalizzazioni e le tutele di alcuni prodotti tipici italiani. Sul fronte dei prodotti industriali, invece, avremmo potuto immaginare uno sviluppo armonioso delle nostre esportazioni, soprattutto di quelle verso l'area OCSE, che è poi quella che ne assorbe, mi sembra, il 60 per cento. Tutto questo, in una fase in cui le esportazioni dei nostri prodotti rimangono importantissime. Al tempo stesso, avremmo potuto vedere, forse, una liberalizzazione maggiore di alcune materie prime, con alcuni benefici per le nostre industrie di trasformazione.
Per concludere, rimanere nel multilaterale ed, eventualmente, inserire nel multilaterale accordi preferenziali, settoriali o parziali è ancora, io credo, un interesse del nostro Paese e del nostro sistema. Naturalmente, vi sono molte voci che si levano in favore di una riforma, o più riforme, in seno all'OMC. Si parla di migliorare il processo decisionale, di
modificare il processo sanzionatorio, ma quello che io ritengo importantissimo per noi è continuare a lavorare con una forte sinergia fra le amministrazioni interessate a Roma, a Bruxelles e, quindi, anche a Ginevra.


Luogo:

روما

8642
 Valuta questo sito