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Governo Italiano

L’intervista - Ambasciatore Terzi, cosi’  l’Italia propone di riformare il Consiglio di Sicurezza dell’Onu

Data:

23/04/2009


L’intervista - Ambasciatore Terzi, cosi’  l’Italia propone di riformare il Consiglio di Sicurezza dell’Onu

Un Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ‘’piu’ rappresentativo e piu’ efficace’’, che sia ‘’traghettato nel XXI secolo’’ , che riconosca ‘’il ruolo cruciale di stabilizzazione che, accanto agli Stati, svolgono le forze regionali’’, e nel cui seno l’Europa, ‘’ il cui processo di integrazione in politica estera e di sicurezza e’ ormai avanzato, possa parlare con una voce unitaria ‘’.  Sono questi alcuni temi centrali nella proposta di riforma del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che l’Italia ha presentato ai 192 membri delle Nazioni Unite e di cui l’ambasciatore Giulio Terzi   spiega gli obiettivi, i contenuti ed i tempi del suo esame.

Qual e’ l’obiettivo della proposta di riforma?
Fin dal suo avvio negli anni ’90, il dibattito sulla riforma del CdS e’ stato incentrato su un obiettivo molto chiaro: un Consiglio piu’ rappresentativo e piu’ efficace. L’attuale crisi economica e finanziaria ha dimostrato ancor di piu’ la necessita’ di un profondo rinnovamento dei sistemi di ‘governance’ mondiale: nell’economia; ma anche nella politica internazionale. E il CdS, in quanto massimo organo per il mantenimento della pace e della sicurezza, riveste un ruolo cruciale in tale contesto. Storicamente, nel 1945 il Consiglio venne concepito per riflettere gli equilibri del secondo dopoguerra e vent’anni dopo, nel 1965, fu riformato con lo scopo principale di rispecchiare il mondo uscito dalla decolonizzazione. Il nostro obiettivo, ad oltre quarant’anni dall’ultima riforma, e’ quello di traghettare il CdS nel XXI secolo. E’ questo lo spirito della proposta che, a nome del gruppo “Uniting for Consensus” (UfC), abbiamo presentato insieme alla Colombia il 20 aprile scorso.
In questo processo l’Italia e’ in prima linea insieme ai Paesi che si riconoscono nel movimento UfC. Nel febbraio scorso, alla vigilia dell’avvio dei negoziati intergovernativi,  lo stesso Ministro Frattini ha riunito a Roma un gruppo di circa 80 Paesi per discutere delle prospettive e per segnare un terreno comune verso una reale riforma del Consiglio ed ha ribadito la richiesta, condivisa dall’intera membership, di un CdS attrezzato per rispondere alle “novita” del nostro tempo: anzitutto le sfide globali, che investono il governo della pace e della sicurezza, ma anche l’accresciuto numero di attori mondiali e regionali in continua evoluzione e mutamento. Penso a realta’, come l’Africa, che nonostante l’aumentato ruolo negli equilibri planetari, continuano ad essere gravemente sottorappresentate in Consiglio. Ma penso anche agli Stati piccoli, quelli con meno di un milione di abitanti,  che costituiscono quasi un quarto dei 192 membri delle Nazioni Unite e rivendicano una propria voce in CdS. “E vi sono poi i numerosissimi piccoli Stati insulari del Pacifico, dei Carabi e dell’Oceano Indiano, impegnati in una vera e propria lotta per la sopravvivenza dinanzi agli effetti dei cambiamenti climatici. “ 
    
In che cosa si differenzia rispetto alle precedenti proposte e quali sono gli aspetti qualificanti?
La nuova proposta rappresenta un’innovazione rispetto alle piattaforme presentate in passato, delle quali condivide il presupposto fondamentale che continuiamo a sostenere con coerenza fin dagli anni ‘90: non accettiamo idee di ampliamento del Consiglio di Sicurezza a nuovi seggi permanenti nazionali come chiedono i cosiddetti G4 (Brasile, Germania, Giappone, India).
Non intendiamo certo mettere in discussione lo status degli attuali cinque permanenti (Cina, Francia, Regno Unito, Russia e USA) che divennero tali, accollandosi le responsabilita’ della (ri)costruzione degli assetti dopo la seconda guerra mondiale. Ma creare nuovi membri permanenti nazionali sarebbe un anacronismo per due motivi evidenti.
Anzitutto non renderebbe il CdS piu’ rappresentativo. Gli attori nella scena internazionale che rivendicano un ruolo chiave a livello globale e regionale sono molti piu’ dei quattro aspiranti permanenti. E non esistono criteri oggettivi che consentano una selezione: basti guardare ai dati sul contributo di truppe per missioni ONU di mantenimento della pace e della sicurezza o ai contributi finanziari alle Nazioni Unite. In entrambi settori le performance dei G4 sono alterne e, spesso, assai lontane da posizioni di vertice, mentre proprio il nostro Paese e’ attestato su posizioni di indiscussa leadership
In secondo luogo nuovi seggi permanenti nazionali graverebbero negativamente sull’efficacia del CdS, che nel processo decisionale vedrebbe aumentare le contrapposizioni tra super potenze (aspiranti o tali). Senza dimenticare le tensioni, soprattutto a livello regionale, che la creazione di alcuni nuovi membri permanenti e l’inevitabile esclusione di altri potrebbe ingenerare.
 Noi proponiamo un modello dotato della necessaria flessibilita’ che, rispetto alla precedente proposta presentata da UfC nel 2005, si riflette in alcune novita’ concrete. Si tratta di idee e numeri che abbiamo sottoposto alla valutazione dei 192 paesi membri il 20 aprile scorso con un documento che costituisce un vero e proprio “pacchetto” che affronta tutti i diversi aspetti della riforma e che, come ho detto ai miei colleghi, non e’ una proposta “prendere o lasciare”, bensi una piattaforma aperta al contributo di ognuno.
I concetti di flessibilita’ ed adeguamento del Consiglio alla mutata realtà si ritrovano in tutti i capitoli della proposta: dall’innovazione dei metodi di lavoro alla riforma dei meccanismi decisionali; da forme di limitazione del veto a un piu’ integrato rapporto del CdS con l’Assemblea Generale e gli altri organi ONU, fino al tema centrale dello sviluppo della rappresentanza regionale. E’ chiaro a tutti che per assicurare la stabilita’ politica internazionale i soli attori nazionali non sono piu’ sufficienti: e’ quanto avviene per il governo dell’economia, ed e’ quanto avviene per il mantenimento della pace e della sicurezza. Il CdS del XXI secolo deve finalmente riconoscere il ruolo cruciale di stabilizzazione che, accanto agli Stati, svolgono le forze regionali. Il nostro pensiero va innanzitutto all’Unione Europea: e’ tempo che l’UE, il cui processo di integrazione in politica estera e di sicurezza e’ ormai avanzato, possa parlare con una voce unitaria in Consiglio di Sicurezza. E per dare adeguata rappresentanza agli attori regionali, il nostro documento propone che i seggi da essi occupati abbiano una durata piu’ lunga rispetto agli attuali seggi biennali (parliamo di un termine tra i tre e i cinque anni o, in alternativa, di un meccanismo di rieleggibilita’ che non potrebbe comunque superare un limite massimo di sei anni complessivi);
 
Quali sono i tempi previsti per l’esame della proposta?
La risposta l’ha data nel settembre scorso lo stesso Ministro Frattini, quando proprio qui a New York ha chiaramente detto che “è l’ora della riforma”. Il negoziato intergovernativo iniziato alla fine dello scorso febbraio ha concluso la prima tornata il 20 aprile (le tappe, insieme ad altro materiale utile, sono rintracciabili sul sito internet della nostra Rappresentanza www.italyun.esteri.it). Il Presidente del negoziato, l’Ambasciatore Zahir Tanin, ha preannunciato che il secondo round partira’ in maggio. E’ quella la sede in cui la nostra proposta sara’ oggetto di esame e discussione, insieme a nuove posizioni e proposte che ci auspichiamo vengano avanzate anche dalle altre parti. 


Luogo:

Rome

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