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Governo Italiano

Afghanistan: la "strategia di transizione" dell’Italia, dall’impegno militare per la sicurezza nazionale alla ricostruzione. Ministro Frattini, ora bisogna conquistare il cuore degli afghani

Data:

22/10/2009


Afghanistan: la
Nei confronti della crisi afghana c’è una costante nella posizione dell’Italia che si traduce nel rispetto degli impegni derivanti dall’appartenenza all’Alleanza Atlantica, nel perseguire il dialogo in un approccio multilaterale e, nel contempo, attraverso la presenza militare sul territorio afghano, nel contribuire a “costruire sicurezza e rafforzare istituzioni” anche in funzione dello sviluppo economico. Una prospettiva del genere si inquadra perfettamente in quella che il Ministro Franco Frattini ha definito "strategia di transizione": l’Italia resta in Afghanistan sino a quando la situazione nel Paese non si sarà stabilizzata.

Il nuovo passaggio chiave nel complesso cammino verso la stabilizzazione è la conclusione del processo elettorale che ha appena fissato nel 7 novembre la data per il ballottaggio tra il Presidente uscente Karzai e lo sfidante Abdullah. Ma la missione dell’Italia – come ha sottolineato il Ministro – non può essere "a tempo indeterminato": ciò in sintonia con l’orientamento della Comunità internazionale, Stati Uniti in testa, che condivide la necessità di raggiungere obiettivi di sicurezza e di sviluppo economico, per contrastare ogni forma di radicalismo violento, dagli insorgenti ai Talebani.

La strategia dell’Italia nei confronti dell’Afghanistan si base, secondo quanto enunciato dal Ministro Frattini anche in Parlamento in occasione di sue audizioni alle Commissioni esteri di Camera e Senato, su tre "pilastri": un approccio globale nel cui ambito si spiega la "natura complessa, rischiosa e di lunga durata" della missione italiana che, insieme con gli altri sforzi internazionali, persegue l’obiettivo della stabilizzazione in Afghanistan. La strategia regionale varata a Trieste, lo scorso giugno, secondo un progetto della presidenza G8 italiana che ha colmato una lacuna nell’azione della diplomazia internazionale: anche se numerose sono state, negli ultimi anni, le Conferenze dedicate all’Afghanistan e a specifici settori della sua ricostruzione, mai finora era stato possibile affrontare il problema in un’ottica regionale, in modo strutturato per settori e con la partecipazione dei principali attori, Paesi ed organizzazioni. Infine, aiutare le autorita’ afghane ad assumersi le proprie responsabilità: ovvero, dare agli afghani le chiavi della loro sicurezza, della loro economia, delle loro istituzioni, mettendoli in condizione, cioè, di governare il Paese.

L’Italia, in Afghanistan, ha un ruolo che pochi altri Paesi hanno: un diplomatico italiano, l’Ambasciatore Fernando Gentilini, dal luglio 2008,è il rappresentante della Nato a Kabul mentre un altro diplomatico, l’ambasciatore Ettore Sequi ha assunto, il 1° settembre 2008, le funzioni di rappresentante speciale dell’Unione Europea per l’Afghanistan.

Nella "natura" della missione italiana ci sono obiettivi che riguardano la sicurezza nazionale che si difende anche contribuendo a difendere la sicurezza globale in una regione del mondo all’origine del jihadismo terrorista. La missione risponde anche agli "impegni" internazionali che l’Italiaè tenuta a rispettare: c’è un mandato dell’Onu, una missione Isaf della Nato, un impegno europeo con una missione Pesd. La missione, infine,è "un test per la credibilità della Nato" (è la prima volta che l’Alleanza si impegna con un numero ingente di risorse fuori area) ma anche per i rapporti Nato-Russia.

Ora si tratta di realizzare, nell’ambito della "strategia della transizione", quella che il Ministro Frattini ha definito la "proposta complessiva di nuovo compact per l’Afghanistan", ricalibrando "la strategia finora prevalentemente militare" per "mettere la popolazione civile al centro della missione internazionale" in Afghanistan. "Sono necessarie più attività di formazione – sottolinea il Ministro Frattini – più lavoro di contatto con la popolazione civile e occorre affrontare la pista politica più delicata: se e come avviare un dialogo con le tribù talebane disponibili al dialogo.

L’Italia , quanto a "ricostruzione", si trova ad aver raggiunto ottimi risultati:è promotrice di progetti pilota, in agricoltura e nelle infrastrutture, mentre per quanto riguarda il consolidamento istituzionale, guida progetti di riforma del settore giustizia e aiuta a formare le forze di sicurezza afghane. Un ufficiale italianoè stato,infatti, incaricato dall’Isaf a coordinare questo settore chiave della sicurezza afghana. In campo ci sono oltre duecento Carabinieri formatori . Dal 2002 al 2008 la Cooperazione allo sviluppo ha portato avanti progetti per più di 440 milioni di euro, oltre al sostegno alla "governance" afghana.

Una testimonianza di quanto sinora fatto dall’Italia in Afghanistan in termini di impegno civile è contenuta in un documentario realizzato su iniziativa del Servizio Stampa del Ministero degli Affari Esteri, che sarà presentato alla stampa oggi alla Farnesina.

Ora occorre “conquistare il cuore degli afgani” , sottolinea il Ministro Frattini. "Noi stiamo dando risorse e soprattutto le vite dei nostri uomini – ricorda il Ministro – ora vogliamo avere qualcosa in cambio: delle scadenze entro cui completare l’addestramento delle forze di polizia, entro cui trasformare i campi di oppio in coltivazioni alternative, entro cui realizzare le infrastrutture". Il prossimo, importante, appuntamento potrebbe essere a Kabul dove, dopo l’insediamento del nuovo governo, nell’ambito della conferenza internazionale, promossa dall’Italia, si potrebbe stipulare il "patto della ricostruzione" che trasforma in operatività il "nuovo compact" concertato tra Unione Europea, Nato e G8 nella sua "formula" di rispetto della dimensione regionale auspicata dall’Italia.


Luogo:

Roma

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