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Governo Italiano

Frattini: una governance globale in un mondo multipolare

Data:

08/03/2010


Frattini: una governance globale in un mondo multipolare

Il tema centrale del dibattito internazionale, anche a seguito della crisi economico-finanziaria che ci ha colpiti, è divenuto la messa a punto di un’efficace governance globale che renda autenticamente “multilaterale” un mondo ormai “multipolare”. Nell’ambito di questo obiettivo “è inevitabile rivedere le regole del gioco internazionale e ridefinire le istituzioni che lo governano”. Lo ha detto il Ministro Franco Frattini affrontando, nella sua “Lectio Magistralis” all’Università di Trieste, il tema della gestione delle crisi post-guerra fredda e delle lezioni apprese, al riguardo, dalla comunità internazionale.

Prima del 1989 – spiega Frattini – le crisi più importanti si inserivano in una logica di contrapposizione bipolare e l’intervento internazionale tipico consisteva, per lo più, nel controllo del cessate il fuoco tra due eserciti combattenti. Dopo il 1989, ma soprattutto in questi ultimi anni, ha invece preso piede una seconda generazione di crisi che presenta caratteristiche più complesse che in passato.

“La casistica delle forme di instabilità globale è dunque – sottolinea Frattini – molto ampia e variegata e richiede approcci di “crisis management” più articolati di quelli tradizionali’’. Dalle “esperienze già fatte” si possono trarre alcune “lezioni”. L’Italia “ha maturato alcune convinzioni frutto del suo impegno di lunga data per le missioni internazionali di pace. Convinzioni non solo di ordine militare, ma anche di respiro politico e strategico”.

Innanzitutto il “metodo” che richiede un “approccio multilaterale”. “Emblematico - afferma Frattini - è il caso Afghanistan dove - anche grazie all’azione italiana - l’approccio sistemico ha finalmente cominciato a farsi strada. E’ infatti ormai generalizzata la convinzione che Nazioni Unite, NATO, Unione Europea, Banca Mondiale ed altri attori del teatro afghano devono lavorare in modo coeso e coordinato e che – accanto all’impegno militare – quello nel settore civile rivesta un’importanza strategica per dare una speranza al Paese’’.

Un’altra lezione importante da trarre dalle crisi degli ultimi anni è che per contribuire a risolverle è spesso necessario “sviluppare un approccio regionale entro cui collocare l’invio delle missioni di pace”. Responsabilizzare, cioè, tutti gli attori che hanno “precisi interessi nel contesto geo-strategico nel quale la crisi si sviluppa, creare una responsabilità regionale della questione”.

Nella gestione delle crisi regionali, inoltre, “il mandato di una missione internazionale deve prevedere anche gli obiettivi da raggiungere entro determinati limiti temporali” . L’esigenza – sottolinea Frattini – non è quella di definire, per ogni missione, una “exit strategy” che implicherebbe una volontà di disimpegno dall’area di crisi: “Bisogna invece ragionare, come stiamo facendo per l’Afghanistan, in termini di “transition strategy” tra le responsabilità della comunità internazionale e quelle delle autorità nazionali”.

Nell’esperienza maturata dall’Italia, i punti chiave sui quali far leva per preparare adeguatamente una transition strategy sono principalmente due: “Da un lato, la formazione delle forze armate e di polizia del Paese interessato, affinché possano assumersi la responsabilità diretta di gestire la sicurezza; dall’altro, il consolidamento delle sue istituzioni politiche, economiche, ma anche giudiziarie, pre-condizione indispensabile per lo sviluppo di ogni Paese”. Bisogna rielaborare “un nuovo concetto di mantenimento della pace che comporta il passaggio dal “peace-keeping” al “peace-building’’, cioè “la costruzione attiva di una pace sostenibile, nella sicurezza, nello sviluppo e nel rispetto dei diritti fondamentali della persona”.

Centrale in quest’ottica è il ruolo dell’Unione Europea, secondo Frattini “il soggetto che, meglio di qualunque altro, detiene gli strumenti per rispondere adeguatamente a queste lezioni”. Tuttavia, avverte Frattini, serve un “salto di qualità”: “Dobbiamo puntare, in sostanza, ad una difesa comune europea, sfruttando tutti i margini del nuovo Trattato di Lisbona e, sul piano politico, cominciando ad immaginare una “road map” che indichi le tappe da superare per raggiungere l’obiettivo”. E “più che di un nuovo meccanismo di difesa e solidarietà collettiva come già previsto dall’articolo 5 della NATO, la UE ha soprattutto bisogno di sviluppare appieno le sue capacità civili e militari di crisis-management”.


Luogo:

Trieste

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