Questo sito usa cookie per fornirti un'esperienza migliore. Proseguendo la navigazione accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra OK Approfondisci
Governo Italiano

L’INTERVISTA: Scognamiglio, contro la crisi serve un’Europa più forte

Data:

06/05/2013


L’INTERVISTA: Scognamiglio, contro la crisi serve un’Europa più forte

L’Europa è una risorsa e non un ostacolo per superare la crisi economica, ma deve diventare un’unione economica e politica con istituzioni federali. I singoli Paesi, allo stesso tempo, devono dare prova di disciplina e credibilità mantenendo in conti in ordine. Lo sostiene il Ministro PlenipotenziarioGiuseppe Scognamiglio, che si interroga sul futuro dell’Ue in un editoriale scritto insieme con l’Ambasciatore Renato Ruggiero nell’ultimo numero del magazine East, edito dalla società Europeye di cui lo stesso Scognamiglio è presidente. In questa intervista il diplomatico italiano specifica il suo pensiero.

La Commissione europea conferma che anche nel 2013 l’eurozona chiuderà in recessione. E’ un argomento contro le politiche del rigore?

Le ultime cifre confermano la difficoltà soprattutto dell’Europa occidentale di riuscire a dinamizzare le sue economie, che sentono anche il peso di un mancato rinnovamento negli ultimi anni, di un processo di internazionalizzazione non soddisfacente. Dobbiamo trovare una chiave di crescita che non può essere solo l’austerità, ma questo non significa che l’austerità non fosse necessaria. Il risanamento del bilancio pubblico è un punto di partenza necessario. Non si può impostare una politica di crescita senza avere i conti in ordine almeno su base annuale. Poi però bisogna provare altro, come ad esempio una politica fiscale intelligente, che in Italia sblocchi l’enorme ricchezza – cinque volte il pil – che è in grandissima parte improduttiva.

Quali riforme servono per dare slancio all’Unione Europea? L’unione bancaria, quella fiscale? L’istituzione degli eurobond? Un potenziamento delle prerogative della Bce?

Tutte queste riforme sono importanti e probabilmente in quest’ordine. L’unione bancaria è la più urgente per consentire di organizzare una governance del sistema finanziario più ordinata che consenta di prevenire future crisi e tranquillizzare i mercati. Però nel lungo periodo serve anche l’unione economica. Per poter davvero favorire la crescita ci vuole una politica anticiclica, che raffreddi quando l’economia va bene e che invece provi a riattivarla in periodi come questo. Ma se non hai una politica economica accentrata non si riesce mai perché a livello nazionale si tende a fare l’opposto, cioè una politica ciclica: austerità quando le cose vanno male e non freni quando le cose vanno bene. Da qui all’unione politica il passo diventerà brevissimo, perché con politiche economiche accentrate le funzioni tipiche di uno stato federale sono soltanto un paio.

Tuttavia le riforme di cui parliamo trovano spesso il veto dei Paesi del Nord,più ricchi e virtuosi, come la Germania, in cui interessi spesso sembrano contrapposti ai Paesi del Sud. Non è un grosso ostacolo?

Questa spaccatura persiste soprattutto nelle pance delle opinioni pubbliche, ma se riusciamo a recuperare le leadership visionarie che forse negli ultimi anni sono mancate, capiremo che questa divisione in realtà non c’è. Se i paesi periferici vanno in difficoltà anche le economie forti ne soffrono. La struttura produttiva tedesca di fatto vende per due terzi al resto d’Europa, quindi se noi non siamo in grado di comprare il collasso è generalizzato. Dunque è nell’interesse anche della Germania riuscire ad organizzare una governance che metta insieme le nostre economie, anche mutualizzando le nostre debolezze, che però non significa che i tedeschi debbano pagare i debiti degli italiani. L’esperienza greca dice al contrario che l’Italia ha contribuito al salvataggio in modo quasi uguale alla Germania, che tra l’altro deteneva più debiti greci nelle sue banche. Quindi abbiamo fatto più dei tedeschi per soddisfare il loro credito verso la Grecia.

L’Italia è sotto procedura di infrazione per deficit eccessivo, mentre un debito abnorme ne limita i movimenti. Cosa deve fare di più per l’Europa? E cosa invece può chiedere in più?

Noi dobbiamo tenere i nostri conti in ordine. E’ un obbligo per tutti i paesi. Non possiamo pensare di continuare una politica di cordoni larghi che ha caratterizzato dagli anni Ottanta in poi il nostro paese. In questo dobbiamo aiutarci con riforme strutturali che restituiscano efficienza e competitività all’intero sistema paese. Mettere i privati in condizione di competere significa creare anche un sistema di amministrazione pubblica efficiente. Sono sfide di lungo periodo ma da affrontare subito altrimenti non ne usciremo mai. Ad esempio la riforma delle pensioni del governo Monti porterà effetti benefici nei prossimi anni, anche se al momento possono registrarsi effetti negativi. Questo è il contributo da dare all’Europa, perché se ci presentiamo a Bruxelles come paese efficiente siamo più credibili nel contributo all’evoluzione istituzionale dell’Europa. All’Europa invece possiamo chiedere che l’evoluzione verso una struttura federale autentica sia più rapida. Non c’è bisogno di decidere domani, però non possiamo rimanere neanche con un budget europeo dell’1% del pil di cui la metà è anche ancora dedicata ai sussidi per l’agricoltura. Dobbiamo pretendere che questo budget evolva verso il 2 e poi il 3% includendo materie di gestione accentrata e gestendolo in maniera anticiclica. Se questo non accade tutti saremo più marginali nel mondo e quindi anche le nostre economie e le nostre imprese saranno meno influenti nei processi produttivi.

L’euro ci avvantaggia o ci penalizza?

L’euro è un vantaggio certo per tutti. C’è uno studio della Swiss Bank che dimostra in modo brillante quanto costa a ciascun cittadino greco, ma anche tedesco stare nell’euro o uscirne. E si vede che costerebbe almeno dieci volte di più ad un cittadino tedesco uscirne che non aver contribuito a salvare la Grecia o Cipro. L’euro è una garanzia di stabilità per tutti i paesi che ne fanno parte, a patto che ci sia una governance che funzioni – e con l’unione bancaria ci sarà – e una politica economia accentrata.


Luogo:

Roma

15176
 Valuta questo sito