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Governo Italiano

Domani potrebbe succedere anche a cittadini e cittadine di Paesi arabi

Data:

10/09/2004


Domani potrebbe succedere anche a cittadini e cittadine di Paesi arabi

10 settembre 2004 - Se la mia è una missione politica? Certo: suscitare simpatia, solidarietà, identità di visione su quello che sta succedendo alle due giovanissime italiane sequestrate a Baghdad è un messaggio politico che mi auguro abbia lo spessore che merita». Al telefono da Beirut dov'è appena arrivata dal Cairo - dopo aver lanciato un appello dalla tv del Qatar Al Jazira «per aiutare queste giovani donne a tornare alle loro famiglie in condizioni di sicurezza il più presto possibile e senza condizioni» - il sottosegretario agli Esteri Margherita Boniver, che oggi proseguirà per Siria e Yemen, non nasconde la speranza di ottenere risultati concreti da un viaggio dal quale ci si attende «solidarietà e mobilitazione della società civile e dell'associazionismo femminile, una realtà importantissima nei Paesi arabi».

D. Una missione che mira a isolare i terroristi moralmente e politicamente, dunque?

R. «Assolutamente, l'ho detto al Cairo e lo ripeterò in ogni capitale, certa di ricevere piena comprensione su un punto fermo: quello che il terrorismo compie in nome dell'islamismo è devastante per i Paesi arabi e musulmani esattamente come per noi occidentali».

D. Cosa ha detto in concreto alle sue interlocutrici?

R. «Porto con me due messaggi. Uno esplicito: abbiamo una visione comune di quanta devastazione può portare nelle nostre civiltà il terrorismo internazionale. Uno meno esplicito: quel che oggi succede alle giovani volontarie italiane potrebbe succedere domani a qualsiasi cittadino o cittadina dei Paesi arabi in Iraq. La caccia allo straniero ormai è a tutto tondo, in quel Paese: un'escalation in vista di un appuntamento che i terroristi non vogliono permettere, le elezioni del 2005».

D. Questi messaggi hanno trovato eco favorevole nei suoi primi incontri al Cairo?

R. «Ho trovato fortissima solidarietà, piena identità di vedute e la volontà di trasmetterli immediatamente, questi messaggi: ai miei incontri erano presenti molti giornalisti egiziani, e dalle loro domande ho capito che la condanna è comune».

D. Che iniziative concrete prenderanno le associazioni femminili che ha incontrato?

R. «Attueranno una catena di solidarietà che si estenderà a tutta la galassia dell'associazionismo femminile. Mercoledì prossimo poi è in programma a Cipro una grande riunione di associazioni di donne arabe: in quell'occasione sarà diffuso un appello per la liberazione delle due ragazze italiane».

D. Crede davvero che questi appelli possano far breccia in gruppi che segnano un salto di qualità nel terrorismo islamico e infrangono le regole dello stesso Islam?

R. «Ce lo auguriamo. Ma la mia missione deve essere vista nell'ambito di un ventaglio molto ampio di iniziative che il governo, pubblicamente e non, ha cominciato a prendere pochi minuti dopo il sequestro delle nostre concittadine».

D. Il gruppo sciita degli Hebzollah libanesi, nella lista nera del terrorismo internazionale, ha lanciato un appello per la liberazione delle due italiane. Come l'ha accolto?

R. «Ci manca solo che l'Italia faccia la fine della Francia quando ha ricevuto la solidarietà dei terroristi di Hamas per i due giornalisti rapiti. Comunque a Beirut incontrerò Rabab es Sadr, la sorella dell'imam sciita Moussa as Sadr scomparso in Libia, molto attiva nella regione in favore delle donne. Commenterò con lei l'appello, dopo averlo letto».

D. Perché non andrà a Bagdhad, come esponenti dell'opposizione hanno chiesto al ministro Frattini?

R. «E' stato subito escluso: sarebbe stato interpretato in modo ambiguo da parte dei sequestratori. Del resto non ci è mai andato nessun ministro di un Paese i cui cittadini erano in mano a terroristi. Nemmeno il francese Barnier».

D. Al governo italiano si fanno due appunti, nella vicenda dei sequestri in Iraq: non garantisce la sicurezza dei civili e non fa abbastanza per scoraggiarli a restare nel Paese.

R. «Sono polemiche pretestuose, sarebbe fuori da ogni protocollo assicurare protezione a gruppi che decidono magari contro le indicazioni del governo di operare in teatri pericolosi: questo vale per l'Iraq come per l'Afghanistan o il Darfur. Ci sono diversi livelli di responsabilità e informazione, soprattutto di coinvolgimento: parlo in senso generale, ma le organizzazioni di cui si parla spesso sono le stesse che non hanno voluto neanche lontanamente essere collegate con le operazioni militari e umanitarie decise dal governo in Iraq».


Luogo:

Rome

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