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Governo Italiano

Un no francese non fermerebbe la nuova Europa

Data:

27/05/2005


Un no francese non fermerebbe la nuova Europa

27 maggio 2005 - D. Presidente Fini, che succede all'Europa se in Francia vince il no?

R. «La deprecabile affermazione del no al referendum di domenica non rappresenterebbe un problema soltanto per i francesi. Per certi aspetti sarebbe un problema maggiore per i Paesi che hanno già ratificato o sono in procinto di ratificare il Trattato costituzionale. Determinerebbe certo un'inequivocabile battuta d'arresto del processo di unificazione europea, ma non provocherebbe la disgregazione dell'Unione e della prospettiva di una Ue unita non soltanto da regole economiche e monetarie ma anche politiche».

D. Non sta per essere innescata una bomba a orologeria dagli effetti potenzialmente devastanti, dunque?

R. «Non sono cosi pessimista. E' nella tradizione del processo di integrazione superare le impasse. Si è sempre ripartiti, per la vis attrattiva che ha l'europeismo quando non è declinato in modo astratto: il processo è molto più forte delle spinte per arrestarlo o disgregarlo».

D. Che cosa bisognerà fare, nel caso di una vittoria del no?

R. «I capi di governo dovrebbero invitare i Paesi che ancora non l'hanno fatto a ratificare sollecitamente il Trattato, per evitare l'impressione che il no di un Paese finisca per fermare in modo irreversibile un processo che riguarda l'intera Europa. Occorrerà riflettere: non tanto sotto il profilo giuridico, perchè l'Ue potrà continuare a usare i trattati in vigore. Ma sotto il profilo politico, molto più complesso: per il peso della Francia e perchè i 10 nuovi Paesi membri sono diventati tali dando per scontato che le regole fossero quelle definite dal Trattato. Occorrerà infine - come è stato sottolineato non a caso dal presidente Ciampi, europeista della prima ora - che i Paesi fondatori, fra i quali c'è l'Italia, si facciano carico di riprendere l'iniziativa politica del processo di unificazione».

D. Vale a dire?

R. «Il Trattato entrerebbe in vigore nel 2009: ci sarebbe dunque un arco di tempo sufficiente per studiare iniziative che consentano di superare l'impasse. Condivido l'idea di Amato di anticipare l'entrata in vigore di quelle parti del Trattato su cui non vi sono particolari motivi di divergenza, per esempio la nascita del ministro degli Esteri Ue: una scelta importante, perchè tra le conseguenze negative di un no francese ci sarebbe l'indebolimento della volontà dell' Unione di essere un soggetto politico.
E poi bisognerebbe dar luogo a una sorta di 'cooperazioni rafforzate', seppure a livello intergovernativo, su materie sulle quali si può accelerare il processo unitario».

D. Il Trattato dunque non morirebbe dopo un no francese?

R. «Sarebbe congelato: se alcune parti potrebbero essere estrapolate dal contesto, altre finirebbero per essere sottoposte a un ulteriore approfondimento e a qualche rettifica. Avendo comunque ben chiaro che non è pensabile rinegoziare il Trattato nella sua interezza».

D. Non è giusto insomma che i francesi decidano per tutti.

R. «Infatti. In ogni caso non si può considerare il voto francese alla stregua di quello dei Paesi che in passato hanno bocciato Trattati meno impegnativi di questo, e un anno dopo hanno avuto la possibilità di tornare a votare».

D. Sta dicendo di essere contrario a un secondo referendum francese, al quale pensa invece il presidente di turno Ue Junker?

R. « Per due ragioni: è vero che tutti i Paesi hanno pari dignità, ma il voto francese ha un peso politico di enorme rilievo. E poi, non si può fare un paragone con quel che accadde in Irlanda e Danimarca: il Trattato costituzionale va ben al di là dei Trattati di Nizza e Maastricht».

D. Non crede però che rinegoziare un Trattato bocciato dalla Francia potrebbe produrre un 'compromesso al ribasso'?

R. «Non è pensabile, ripeto, che un voto negativo comporti per tutta la Ue l'obbligo di discutere un compromesso frutto di un'esperienza unica e irripetibile come la Convenzione e di mesi di lavoro della Conferenza intergovernativa. Ma non sarebbe nemmeno prudente farlo, proprio perchè il rischio di un compromesso al ribasso potrebbe diventare reale»

D. Non crede che la battaglia per il no abbia scatenato emozioni contrastanti che sembrano però scontrarsi, tutte, con l'idea stessa di Europa?

R. «Kohl ha detto che il processo di integrazione avrebbe subito una battuta d'arresto quando chi ha vissuto la guerra civile europea fosse diventato minoranza nella popolazione del continente. Oggì il grande valore di un'Europa unita, connesso al fatto che i popoli europei sì possono scontrare su interessi ma non si fanno più la guerra, è talmente acquisito da porre in secondo piano questa prospettiva. E c'è poca consapevolezza del fatto che a fianco dei problemi determinati dall'ingresso dei 10 Paesi c'è il raggiungimento di un obiettivo storico, la riunificazione del continente. Quanto alle ragioni del no, il fronte francese è animato più da motivi di politica nazionale che da una contrapposta idea di Europa. Sarebbe pero sbagliato dire che siamo di fronte a un problema soltanto francese: altre pubbliche opinioni si chiedono se vale la pena di fare sacrifici per costruire questa Europa. Ci sono diffusi timori: per la condizione economica, il difficile equilibrio fra risorse disponibili e welfare, i flussi migratori, la difesa dell'identità. A fronte di questi timori è facile dire 'e colpa dell'Europa, meglio garanzie che derivano dalle frontiere'. Un atteggiamento errato anche se psicologicamente comprensibile».

D. Proprio per questo non crede che dietro alla voglia di no ci sia la crisi dell'idea di sovranità condizionata?

R. «Non so se sia giusto parlare di crisi: è un'idea questa di difficile comprensione, e le classi dirigenti dovrebbero impegnarsi per far capire che la società globale ha di fronte a sè sfide che nessun Paese da solo può affrontare.
Non si tratta di mettere in discussione le sovranità nazionali, ma di mettere in comune quote di sovranità per far fronte a incombenze e minacce che riguardano tutti. Questo concetto non è stato ancora percepito appieno da tutte le pubbliche opinioni: il che spiega l' euroscetticismo strisciante.
Aggiungo un 'altra ragione: si dice che il Trattato è freddo, non ha un'anima. C'è una parte di vero: se si fosse accettata l'idea di dare all'Europa un'identità di tipo culturale, di valori, con un esplicito riconoscimento della tradizione cristiana, forse oggi il fronte del si avrebbe un'altra dimensione».

D. Chi in Francia si oppone al Trattato ha ragioni opposte a quelle di chi vi si oppone in Gran Bretagna. Il no francese nasce dalla paura di un Europa troppo neo liberale, il no britannico dalla paura di un'Europa troppo sociale. Segno delle ambiguità irrisolte del Trattato?

R. «Segno piuttosto del suo equilibrio, indispensabile per evitare l'immagine di un'Europa collocata su uno dei due versanti estremi dello spettro delle politiche economiche e sociali: non a caso questo equilibrio viene contestato da 'destra' e 'sinistra' contemporaneamente. Piuttosto, in Francia e in Gran Bretagna si trasferisce sul Trattato costituzionale il sale della polemica politica nazionale».

D. Non crede che parte della disaffezione per l'Europa nasca per l'appunto dal vizio di molti governi europei - fra i quali il nostro, come traspare da alcune affermazioni di Berlusconi - di attribuire all'Europa problemi nazionali?

R. «Contesto che il governo italiano attribuisca i suoi problemi all'Europa.
E' vero però che molti governi mettono le mani avanti sulle conseguenze dei costi che Ue impone: non c'e sufficiente attenzione ai vantaggi, che sono di gran lunga superiori ai costi, e agli effetti virtuosi che l'Europa determina. Senza l'Europa, in Italia sarebbe stato impossibile il progressivo rientro di un debito arrivato al 120%. L'Europa non crea soltanto regole che bisogna rispettare anche con qualche sacrificio».

D. Considerati i rischi, Chirac ha sbagliato a convocare un referendum?

R. «Senza referendum i francesi sarebbero diventati ancora più scettici sul Trattato, e avrebbero ingigantito il timore di una sovrastruttura che sradica la sovranità nazionale. Senza contare che il rifiuto del referendum avrebbe dato benzina al fronte euroscettico di altri Paesi che paventano il superstato europeo».

D. La battaglia per il no sembra però confermare la difficile dialettica fra identità nazionale e identità europea.

R. «In Convenzione ho lavorato molto per chiarire che il Trattato non è lesivo delle identità e delle tradizioni nazionali, delle prerogative irrinunciabili degli Stati. La formula magica che concilia la doppia appartenenza è 'Un'Europa unita nelle diversità'. Se si vuol polemizzare sul Trattato è forse giusto farlo relativamente ai rischi - ai quali bisogna però contrapporre sempre le opportunità - determinati dall'ingresso di 10 Paesi nell'Ue: una competizione più serrata o il fatto che le risorse sono più scarse. Detto questo alcuni francesi votano no perchè sono convinti che in un'Europa a 25 la Francia conta di meno: ma questo non riguarda l'identità nazionale, riguarda l'influenza nazionale».

D. Comunque finisca siamo a uno snodo cruciale nella vita dell'Unione. Se vincerà il no, resterà ancora valida l'idea di Europa dei 'padri fondatori', più solidale e più allargata?

R. «Assolutamente. Al di là del risultato del referendum, sono valori che non possono essere archiviati: se ne sente la necessità oggi più che 50 anni fa, quando Europa era speranza che non ci fosse più guerra. In una società globale, pensare di difendere gli interessi nazionali secondo la logica ottocentesca degli Stati sovrani significa essere fuori dalla storia».


Luogo:

Rome

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