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Governo Italiano

Ora il no non diventi un veto

Data:

31/05/2005


Ora il no non diventi un veto

31 maggio 2005 - Quo vadis, Europa? Non vi è dubbio che il voto francese di domenica scorsa rappresenti una grave battuta di arresto per il processo di integrazione. Minimizzarne la portata o enfatizzarne le conseguenze sarebbe politicamente miope e pericoloso. Comprenderne le ragioni può essere invece di importanza fondamentale per rilanciare la prospettiva di un'Unione con politiche e istituzioni comuni più ambiziose delle attuali; fondamentale, soprattutto, a scongiurare il rischio che l'Europa finisca per essere paralizzata dalla sfiducia in se stessa. Non illudiamoci: il responso negativo opposto dall'elettorato francese al testo firmato a Roma nello scorso ottobre è stato tanto netto quanto diffuso. Su questo gran rifiuto hanno certo pesato fattori di politica nazionale, ma anche - in modo determinante - elementi di profonda incomprensione rispetto al modello di Europa proposto. L'accelerazione delle dinamiche di allargamento; il forte malessere di alcuni ceti produttivi dinanzi alla concorrenza dei nuovi Stati membri; la riluttanza ad accettare le riforme liberiste in una prolungata fase di stagnazione economica, il conseguente malessere sociale; un senso di estraneità rispetto ai meccanismi decisionali dell'Unione; le paure crescenti determinate dalla pressione migratoria e dalla conseguente percezione delle identità nazionali minacciate: sono tutti fattori che hanno spinto uno dei Paesi fondatori a dire no.

Ha pesato inoltre in modo determinante la tendenza a scaricare opportunisticamente su Bruxelles l'impopolarità di scelte difficili alle quali l'Europa non può comunque sottrarsi se intende mantenere (o meglio, accrescere) la propria influenza in un contesto internazionale caratterizzato da straordinari rivolgimenti politici ed economici. Ci troviamo adesso ad affrontare una situazione delicata, che potrebbe ulteriormente aggravarsi nel caso di un esito analogo del referendum olandese di domani. L'Italia al pari di altri otto Paesi tra i quali la Germania e la Spagna - ha già ratificato il Trattato Costituzionale attraverso una procedura parlamentare perfettamente democratica, e per di più con una larghissima maggioranza di voti favorevoli. Avevamo correttamente scelto di evitare di sottoporre al referendum popolare il Trattato Costituzionale, perché la nostra Costituzione non lo prevede, e perché proprio questo Trattato, scaturito dall'esercizio della Convenzione, alla quale hanno preso parte attiva non solo i rappresentanti dei Governi, ma anche quelli dei Parlamenti nazionali e delle istituzioni dell'Unione, costituisce di per sé uno straordinario progresso in termini di legittimità democratica. Il lascito prezioso di un esercizio di democrazia senza precedenti nella storia d'Europa, non può essere cancellato con un tratto di penna. Bisogna certamente sapere accettare il responso delle urne negli altri Stati membri, ma occorre analogo coraggio nel rivendicare le scelte compiute e le decisioni adottate. Proporre oggi il referendum in Italia è semplicemente risibile.

Per questo motivo, come ho già indicato non appena sono stati resi noti i risultati del referendum in Francia, le procedure di ratifica devono proseguire. Valuteremo più avanti quanti Paesi avranno completato l'iter di ratifica; e solo a quel momento potremo prendere una decisione sul da farsi ed eventualmente decretare la fine della Costituzione europea. Certamente non mi sfugge che la bocciatura del Trattato in Francia apre scenari a dir poco problematici; ma sono convinto che sia nostro preciso dovere, il dovere morale di Paese fondatore, il dovere politico di Paese che ha ratificato con ampio sostegno il Trattato, ribadire che l'Europa non si ferma. Il voto francese non può e non deve tradursi in un veto.

Il Consiglio Europeo del 16 giugno prossimo dovrà affrontare un dibattito difficile ed obiettivamente non privo di incognite. Non possiamo illuderci di affrontare questa crisi con gli stessi rimedi che vennero individuati nel passato in occasione delle consultazioni referendarie in Danimarca ed Irlanda. Ma non possiamo neppure ignorare che tutti i Governi hanno sottoscritto a Roma il Trattato Costituzionale. Tutti i governi hanno quindi l'obbligo politico, giuridico e morale di adoperarsi per renderne possibile l'entrata in vigore. Solo al termine di tale percorso sarà possibile contarsi; solo allora il Consiglio Europeo potrà valutare in modo compiuto la situazione. Questo scenario è del resto già previsto in una Dichiarazione allegata al testo del Trattato.

Significato e conseguenze del 29 maggio francese non vanno sottovalutati. Tuttavia, essi non devono indurci a catastrofismi autolesionistici. Il successo del «no» in Francia non può certo segnare la fine del progetto di cui il secondo Trattato di Roma si pone a coronamento.Il progetto, ambizioso ma non irrealistico, di conferire all'Unione Europea forme istituzionali e contenuti politici adeguati alle esigenze dei suoi cittadini, alle attese dei suoi alleati ed alle richieste dei suoi partners. Sollecitano in maniera coerente ed inequivocabile più Europa (anche se possono occasionalmente dividersi sul «come») i nostri elettori; una risposta europea per fronteggiare efficacemente insieme le sfide comuni del futuro è attesa dai nostri alleati, ad iniziare dalla stessa Amministrazione americana; i nostri amici e vicini confidano in una risposta costruttiva e responsabile dell'Europa per allargare anche al di là dei nostri confini i benefici innegabili che porta con sé l'esperienza dei decenni trascorsi di integrazione economica e politica. L'Unione Europea resta un ordinamento forte e strutturato con regole e meccanismi certi e condivisi (da ultimo il Trattato di Nizza), e soprattutto con una Moneta Unica per 12 Paesi (di cui vanno prioritariamente mantenute stabilità e credibilità). Essa dovrà adesso individuare obiettivi più concreti e definire risultati operativi in grado di dimostrare in modo più efficace alle nostre opinioni pubbliche che l'Europa non è la burocrazia di Bruxelles ma costituisce un valore aggiunto per difendere gli interessi legittimi dei popoli. Il trauma della sconfitta in Francia del Trattato Costituzionale potrà quindi costituire una motivazione in più per rilanciare nelle pubbliche opinioni un'idea alta di Europa, con valori e non solo regole condivisi, con più politica e meno amministrazione. Un'Europa-Patria, perché rispettosa delle patrie nazionali, soggetto attivo nella scena internazionale perché finalmente capace di avere una politica estera comune.

Se dallo choc di domenica sapremo rilanciare l'europeismo come ideale anziché come somma astratta di regole e fonte di concreta preoccupazione per i popoli, il processo di integrazione ripartirà prima e più forte di quel che oggi si pensi.


Luogo:

Rome

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