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Governo Italiano

Audizione del Ministro degli affari esteri, Federica Mogherini, sulle linee programmatiche del suo Dicastero (Camera dei Deputati)

Data:

18/03/2014


Audizione del Ministro degli affari esteri, Federica Mogherini, sulle linee programmatiche del suo Dicastero (Camera dei Deputati)

SEDUTA DI MARTEDI’ 18 MARZO 2014

PRESIDENZA DEL PRESIDENTE DELLA III COMMISSIONE DELLA CAMERA DEI DEPUTATI FABRIZIO CICCHITTO

 

INDICE

 

Audizione del Ministro degli affari esteri, Federica Mogherini, sulle linee programmatiche del suo Dicastero.

PRESIDENTE. L’ordine del giorno reca l’audizione del Ministro degli affari esteri, Federica Mogherini, sulle linee programmatiche del suo Dicastero.

Saluto il presidente della Commissione esteri del Senato, senatore Casini e tutti i colleghi presenti.

Ricordo che il Ministro Mogherini ha già incontrato le Commissioni estere riunite nella seduta del 4 marzo scorso, in sede di comunicazioni sui recenti sviluppi in Ucraina.

Rinnovo al ministro, a nome mio e di tutti i colleghi presenti, i più fervidi auguri di buon lavoro per il nuovo incarico, che oramai è in pieno corso, e la invito a svolgere il suo intervento.

FEDERICA MOGHERINI, Ministro degli affari esteri. Grazie, presidente. Vorrei proporvi inizialmente un’innovazione di metodo. Ho letto le relazioni dei miei predecessori, tutte estremamente valide; tuttavia se i presidenti sono d’accordo vi proporrei – sia perché con tutti voi ci conosciamo da diverso tempo sia perché la giornata di oggi è segnata dalla necessità di un aggiornamento sulle vicende di stretta attualità – non di fare una carrellata che tenga conto di tutti gli scenari che coinvolgono la nostra politica estera, ma di concentrare questo intervento su alcuni princìpi fondamentali che hanno orientato queste prime settimane di attività del mio dicastero e che orienteranno le scelte di politica estera di questo Governo.

Intendo poi indicare alcuni obiettivi concreti su cui proveremo a far avanzare il lavoro e a realizzare alcune iniziative nei prossimi mesi, anche in sede di lavoro comune con il Parlamento e non solo. Infine, vorrei proporvi di vederci con regolare cadenza, magari mensile, per svolgere approfondimenti tematici anche slegati dall’attualità stringente, che però ci consentano di approfondire insieme, Governo e Parlamento, il lavoro che possiamo realizzare su alcuni dossier che sono particolarmente rilevanti per noi.

Inizio dalla questione dell’Ucraina, non soltanto perché, come dicevo, credo che sia utile e doveroso informare e anche condividere con il Parlamento alcune scelte che si stanno compiendo in queste ore, ma anche perché credo che questa possa essere un’utile chiave di lettura per tracciare dei princìpi fondamentali che orienteranno e orientano già la nostra azione in politica estera.

Il primo canale su cui ci siamo mossi sulla vicenda ucraina, in queste settimane, è stata la ricerca tenace, anche al di là di ogni ragionevole ottimismo, di una posizione e di un’azione comune nelle sedi multilaterali.

In ambito dell’Unione europea ieri si sono svolti i lavori del Consiglio affari esteri a Bruxelles, che hanno visto conclusioni – che forse avrete letto in forma integrale o riportate dai mezzi di informazione – unanimi che hanno indicato una reazione congiunta dei Paesi dell’Unione europea, che prevede l’applicazione di sanzioni, la decisione di firmare la parte politica dell’accordo di associazione con l’Ucraina e di inviare una missione OSCE sul terreno.

La riunione di ieri del Consiglio affari esteri è stata estremamente positiva e importante proprio perché ha segnato una posizione unitaria e molto consapevole di tutti gli attori coinvolti. Abbiamo perseguito la stessa linea di unità e di ricerca del consenso a livello internazionale in sede di Nazioni Unite. L’Italia ha sostenuto la proposta di risoluzione che è stata discussa e votata sabato sera all’unanimità, ad eccezione del veto russo e dell’astensione cinese.

Abbiamo lavorato fin dalle primissime ore per il dispiegamento di una prima missione OSCE – di cui vi ho già rendicontato nell’occasione ricordata dal presidente Cicchitto – con l’invio di due osservatori sul terreno. È di queste ore, tuttavia, la discussione circa l’invio di una missione molto più consistente, di diverse centinaia di osservatori, sulla quale vi proporrei (se la discussione si sviluppa in modo positivo nelle prossime ore e nei prossimi giorni) un ulteriore passaggio parlamentare che possa coinvolgere le Commissioni competenti.

Lo stesso sforzo di approccio multilaterale concordato c’è stato a livello di Consiglio d’Europa. Da questo punto di vista è stato molto importante il primo pronunciamento della Commissione di Venezia relativamente alla illegittimità del referendum in Crimea.

Lo stesso approccio di ricerca di consenso e di unanimità abbiamo perseguito in sede NATO. Al riguardo voglio dire subito, anche se immagino che possa essere oggetto di discussione, che non riteniamo e non abbiamo ritenuto fin qui – e mi auguro che potremo continuare a non ritenere nei prossimi giorni e nelle prossime settimane – che l’ambito della NATO sia quello giusto per affrontare il tema della crisi in Ucraina. Credo che da questo punto di vista siano rassicuranti le parole pronunciate da esponenti del Governo di Kiev che oggi escludono un’adesione dell’Ucraina alla NATO. Credo che questo aiuti a fotografare una partnership che esiste tra l’Alleanza atlantica e l’Ucraina, ma non l’opportunità di andare oltre su questa strada.

Infine, ma non ultimo, abbiamo ricercato questo approccio multilaterale con i nostri partner in sede di G8. So che in queste ore ci sono state dichiarazioni relative alla sospensione della partecipazione russa, ma non mi sembra che siano una notizia, perché già nei giorni scorsi i sei partner del G8 con cui ci siamo confrontati rispetto alla crisi in Ucraina avevano già manifestato la volontà e l’intenzione di sospendere la preparazione del vertice già previsto. Si tratta, quindi, di una sospensione dei lavori nel formato G8 che, però, per quanto riguarda noi e anche il livello di consenso che c’è stato in queste ore e in questi giorni, è appunto una sospensione e non un superamento del formato stesso del G8. Noi continuiamo a lavorare perché questo sia affermato.

Come dicevo, in questa vicenda il nostro sforzo è stato quello di un approccio multilaterale volto ad aprire e ad utilizzare tutti i canali di dialogo esistenti e tutti i meccanismi multilaterali volti a una soluzione politica della crisi. L’obiettivo principale è stato la tutela, la promozione e il rispetto della legalità internazionale. Da questo punto di vista, c’è stata una reazione sia alla presenza militare russa in Crimea, anomala rispetto a quanto concordato in sede di trattati internazionali, sia a un referendum che tutte le istanze internazionali hanno valutato e valutano come illegale e illegittimo.

È chiaro che le parole che Putin ha pronunciato, qualche ora fa, davanti all’Assemblea federale prefigurano l’avvio di una annessione della Crimea e costituiscono un grave sviluppo negativo della situazione. Questo divarica ancora di più la distanza che esiste tra la Federazione russa e la comunità internazionale. Inoltre, quelle parole prefigurano un isolamento grave, frutto di azioni unilaterali non giustificate.

È evidente che in questo scenario i margini di dialogo si restringono; sono probabili nuove decisioni e nuove sanzioni fin dai prossimi giorni. Tuttavia, proprio perché la situazione non sta migliorando sul terreno, è ancora più importante che il nostro lavoro sia incentrato a mantenere aperti gli spiragli di dialogo per evitare un’ulteriore escalation.

Quello che ci stiamo sforzando di fare, insieme ai principali partner europei e internazionali, è di costruire e rafforzare una visione delle relazioni tra i Paesi del mondo basata su una profonda consapevolezza dell’interdipendenza globale, reciproca, e sull’affermazione di una logica di cooperazione e di partenariato piuttosto che di una logica di confronto che sarebbe estremamente pericolosa.

Lo stesso sforzo alla ricerca di una responsabilizzazione degli attori rilevanti, di una soluzione politica e diplomatica della crisi e di un approccio il più possibile multilaterale, regionale o globale, lo stiamo portando anche negli scenari aperti, a partire da quello che per noi è il più importante, quello del Mediterraneo. Soltanto qualche giorno fa, durante la discussione del decreto di rifinanziamento delle missioni militari, se non ricordo male l’onorevole Gentiloni indicava come il bacino del Mediterraneo rappresenti per noi lo scenario con maggiori rischi e maggiori opportunità. Forse anche parlamentari della Lega indicavano come prioritario concentrarsi su questo bacino che per noi è regionalmente e strategicamente il naturale punto di attenzione.

Credo che qui valga la pena fare un ragionamento – che vi proporrò anche in forme da sviluppare insieme, Governo e Parlamento – su come intendere il nostro essere potenza regionale in connessione con gli scenari globali. Credo che su questo si debba sviluppare una riflessione che tenga insieme la consapevolezza del fatto che gli scenari regionali (per noi il Mediterraneo) sono principali, di maggiore attenzione strategica, e del fatto che anche quello che succede molto lontano da noi ha un’influenza diretta sugli stessi scenari regionali che sono per noi fondamentali.

Penso, per esempio, che sia impossibile parlare di priorità del Mediterraneo senza tenere presente che il Mediterraneo e i Paesi del Nord Africa sono, di fatto, la punta di un iceberg molto più grande, l’Africa, un continente che richiama non soltanto povertà, disagio, sofferenza, malattia, morte e guerre, ma rappresenta anche una grandissima opportunità di sviluppo, di futuro, di dinamicità della politica, dell’economia, della società civile.

La priorità del Mediterraneo per il nostro Governo non è soltanto una questione italiana, né soltanto una questione dei Paesi del sud dell’Europa, dei Paesi mediterranei dell’Europa, ma vorremmo che fosse – e impegneremo tutta la nostra energia perché nel semestre di presidenza italiana dell’Unione europea questo possa avvenire – priorità dell’Unione europea e priorità percepita dall’intera comunità internazionale.

Chi di voi frequenta le assemblee parlamentari internazionali sa benissimo che a livello parlamentare internazionale c’è la consapevolezza del fatto che è il Mediterraneo il luogo delle sfide globali dei prossimi decenni. Non sempre, però, la stessa consapevolezza si trasferisce a livello governativo. Penso che dobbiamo fare di tutto, come sistema istituzionale italiano, perché, con riguardo a questa consapevolezza di centralità, di sfide e di opportunità, ci sia un’assunzione di responsabilità internazionale.

Non è stato un caso che la prima visita del Presidente del Consiglio sia avvenuta a Tunisi. Non credo che sia un caso che la prima Conferenza internazionale che ho avuto il piacere di ospitare alla Farnesina il 6 marzo abbia riguardato la Libia, Paese complesso in cui anche in queste ore gli sviluppi sono di difficile lettura e in taluni casi di inquietante interpretazione. La Libia è un Paese con il quale noi, attraverso quella Conferenza e soprattutto con le azioni che il Governo sosterrà nei prossimi mesi, puntiamo a promuovere e rendere possibile l’avvio di un dialogo nazionale, volto innanzitutto a chiamare alla responsabilità ogni parte della società libica e insieme la comunità internazionale.

Il messaggio principale della Conferenza di Roma, cui hanno partecipato ampie rappresentanze parlamentari libiche e moltissimi rappresentanti della comunità internazionale, è stato quello di legare insieme le due responsabilità: quella della comunità internazionale, che non può non accompagnare un processo di institution building e di dialogo nel Paese e, al tempo stesso, quella centrale del popolo libico in tutte le sue espressioni politiche. Non c’è processo di accompagnamento internazionale che possa avere effetti positivi se non c’è una piena presa di coscienza delle responsabilità dei libici stessi.

Un altro punto fondamentale sullo scenario libico sarà il tenere insieme la necessità di sicurezza e di stabilità politica. Non c’è per quel Paese possibilità di sviluppo della sicurezza interna, e quindi delle frontiere e della regione mediterranea, se non c’è un percorso di costruzione delle istituzioni che renda possibile una minima forma di governance. Viceversa, non c’è una costruzione delle istituzioni nazionali, se non c’è possibilità di controllo del territorio e delle frontiere, oltre al controllo del disarmo. Questo sarà lo sforzo che non solo noi faremo, ma al quale chiameremo la comunità internazionale, a partire dai nostri partner europei.

L’altro primo appuntamento – effettivamente si sono svolti un giorno dopo l’altro – che ha segnato l’inizio del nostro lavoro e che vuole continuare a essere un impegno costante riguarda il Libano. Oggi stesso incontrerò per la seconda volta in formato bilaterale il mio collega libanese. Ricordo che noi facciamo parte del gruppo internazionale di sostegno al Libano. L’Italia, come sapete, è impegnata in UNIFIL, ne ha il comando, con il generale Serra, e si sta impegnando in un processo di sostegno alle forze armate libanesi, che sono fondamentali non soltanto per la sicurezza del territorio e per evitare un effetto spillover della crisi siriana, ma anche perché rappresentano un elemento di unità nazionale percepita in un contesto estremamente complesso. Quello sarà un impegno su cui nei prossimi mesi caratterizzeremo l’azione del Governo, ospitando – ne parleremo oggi pomeriggio con il mio omologo libanese – a Roma all’inizio dell’estate una conferenza ministeriale internazionale per il sostegno alla costruzione di questa esperienza di forze armate libanesi che possano rappresentare insieme uno strumento di sicurezza nel Paese, quindi nella regione, e anche un’esperienza di costruzione di uno strumento riconosciuto a livello nazionale come integrato e rappresentativo dell’unità nazionale.

Non posso non citare i drammatici tre anni di guerra in Siria che abbiamo alle spalle. Proporrei che questo sia uno dei primi punti su cui rivederci a breve per un confronto più approfondito tra Governo e Commissioni. Credo che a nessuno sfugga la complessità e la drammaticità della situazione e che nessuno possa dire oggi di avere la soluzione per questo conflitto.

L’impegno del Governo sarà su tre versanti. Il primo è quello politico, nel continuare a sostenere, per quanto e fin quando sarà possibile, il cammino scaturito dal processo di Ginevra, sapendo che le difficoltà sono enormi e lo stesso Brahimi ne vede tutti i limiti, ma anche sul versante del coinvolgimento pieno di tutti gli attori regionali, includendo ovviamente anche l’Iran che, come sapete, nel processo di Ginevra non è incluso. Da questo punto di vista ci sarà piena continuità con il Governo precedente che ha identificato – credo in modo molto lungimirante – con l’elezione di Rohani un punto di possibile svolta, certamente non definitivo ma sicuramente da verificare e incoraggiare. Già nel passato l’«Occidente» ha sprecato delle opportunità riformiste in Iran e sicuramente non è un esercizio che possiamo permetterci di ripetere, soprattutto nel momento in cui lo scenario mediorientale, in particolare con gli sviluppi della crisi ucraina, rischia di complicarsi anziché risolversi.

Il secondo canale, oltre quello politico, dell’impegno sulla Siria è quello del disarmo. Come sapete – ne abbiamo discusso in Commissione quando io ero seduta dall’altra parte – siamo impegnati nel processo di smaltimento (che sta andando un po’ per le lunghe ma continua a essere in piedi) delle armi chimiche siriane.

Il terzo canale, non meno importante, è quello delle iniziative di cooperazione e delle iniziative umanitarie che, in particolare, credo debbano essere rivolte ai tantissimi bambini che stanno soffrendo per la crisi siriana in modo proporzionalmente molto superiore al resto della popolazione. Penso che possa essere interessante per voi sapere che ho avviato con il Ministro dell’interno una verifica per facilitare i canali attraverso i quali possiamo prenderci in carico l’assistenza e la cura di alcuni gruppi – magari quelli più esposti ai drammi dal punto di vista dell’età – dei rifugiati siriani, in modo che anche l’Italia possa fare maggiormente la sua parte in questo senso.

Cito alcuni temi soltanto come titoli, ma rimandandoli ad altro appuntamento. Tra questi, il tema delle evoluzioni che stanno avendo corso in Egitto, internamente e nelle relazioni complicate con i vicini del Golfo. Credo che questa sia una questione che sarebbe bene approfondire in sede di Commissioni, con la disponibilità piena del Governo a farlo insieme. Quello che sta succedendo intorno al Golfo e con l’Egitto è tema che ci tocca direttamente.

Inoltre, un Paese di cui tendiamo a rimuovere totalmente la drammatica situazione è l’Iraq. Anche oggi continuano a morire iracheni, per la maggior parte poliziotti o comunque persone coinvolte nella gestione della sicurezza del Paese. Credo che non possiamo permetterci di rimuovere il fatto che in quel Paese c’è ancora una situazione di estrema instabilità e drammaticità. Il fatto che non abbiamo più una presenza militare sul terreno non può comportare un interesse minore da parte nostra. Qualcuno, durante il dibattito in Aula la settimana scorsa, sottolineava che il fatto che non vediamo direttamente le cose, ciò non vuol dire che esse non esistano e che non ci riguardino.

Insomma, dobbiamo ricordarci che abbiamo una responsabilità da esercitare in quel Paese, ed è anche nostro interesse strategico farlo.

Credo di avere usato moltissimo tempo, ma vorrei toccare ancora alcuni punti. Innanzitutto, mi piacerebbe che, Governo e Parlamento, continuassimo ad avere lo stesso approccio di cui parlavo fin qui sugli scenari del Mediterraneo anche sullo scenario fondamentale dell’Afghanistan. Il 2014 sarà un anno fondamentale, poiché si terranno elezioni presidenziali estremamente complesse. Ho intenzione di recarmi a Kabul appena il processo elettorale sarà concluso. È una visita che il Ministro degli esteri non fa da molto tempo. Credo invece che sia utile che anche il Ministro degli esteri, non soltanto il Ministro della difesa, si rechi in Afghanistan, perché la transizione democratica, sociale, istituzionale e anche economica del Paese è fondamentale per gli assetti della regione e anche per gli assetti della sicurezza a livello internazionale.

Il ritiro del nostro contingente, come sapete, è già in corso. A mio avviso, è utile segnalare il fatto che non si tratta di un disimpegno, ma di un impegno di segno completamente differente. Non sappiamo ancora – è in fase di discussione – se gli afgani riterranno opportuna (e in quali forme, eventualmente) una presenza della comunità internazionale sotto forma di sostegno alle forze di sicurezza afgane. Credo che la questione sarà valutata dalla nuova presidenza afgana, quindi dopo le elezioni, con tempi che saranno tutti da definire.

Posso dire che l’impegno del Governo è di discutere con il Parlamento di ogni eventuale sviluppo successivo, di non dare nulla per scontato, tranne il fatto – questo sì – che noi dovremmo in forme diverse continuare ad accompagnare la transizione democratica dell’Afghanistan, soprattutto per quello che riguarda la gestione afgana della sicurezza del territorio e la necessità di non tornare indietro sugli impegni internazionalmente presi, in particolare rispetto ai diritti umani e ai diritti delle donne.

Cito ora alcuni piccoli impegni specifici, che in realtà tanto piccoli non sono e in parte riguardano una collaborazione tra il Governo e il Parlamento.

Il primo punto riguarda la cooperazione. È già incardinato in Commissione esteri al Senato un progetto di legge di riforma che il Governo ha tutta l’intenzione di sostenere, chiaramente nella divisione dei ruoli e nella sovranità piena del Parlamento, non solo per arrivare a una rapida approvazione della legge, ma anche per avviare la fase di implementazione che all’approvazione della legge seguirà.

Sul capitolo della cooperazione confermo l’impegno che ho espresso da parlamentare (e trovo naturale continuare a esprimere) a continuare ad aumentare – magari in modo più consistente, ma qui richiedo anche la vostra collaborazione perché, come sapete, si tratta a volte di un lavoro di squadra – le risorse, sia sul capitolo della cooperazione sia sul capitolo, ad esempio, del fondo globale per la lotta all’AIDS, alla malaria e alla tubercolosi, che l’anno scorso si era riusciti a rifinanziare.

Oltre all’impegno per la riforma e per le risorse, lavoreremo sulla coerenza delle politiche – come ho detto, procedo per titoli ma quelli di voi appassionati del tema sanno a che cosa mi riferisco – e sull’agenda post-2015, Obiettivi del millennio. Abbiamo un ruolo internazionale da giocare e penso che possiamo farlo in modo molto determinato.

Il secondo tema di impegno specifico – su questo mi sono sempre impegnata da parlamentare e vorrei continuare a farlo da ministro – è quello della sicurezza, del disarmo e della non proliferazione nucleare. L’Italia può giocare un ruolo importante. Lunedì e martedì con il Presidente del Consiglio Renzi parteciperemo all’Aja al terzo vertice sulla sicurezza nucleare.

Abbiamo alcuni strumenti internazionali da ratificare che possono essere cruciali nel settore del disarmo e della non proliferazione nucleare e credo siano già all’attenzione di queste Commissioni.

Abbiamo un processo di revisione del trattato di non proliferazione nucleare in corso in sede di Nazioni Unite e ci sarà un impegno specifico del Governo per richiedere ai nostri partner che ancora non l’hanno fatto di ratificare, consentendo quindi l’entrata in vigore del trattato per la messa al bando dei test nucleari. Capisco che possano sembrare iniziative di nicchia, di settore; da queste dipende tuttavia la sicurezza globale in modo consistente.

Cito altri due «piccoli» titoli. Il primo è un impegno specifico sulle mine: al riguardo sono allo studio progetti di legge estremamente interessanti per vietare il finanziamento di compagnie che non in Italia, ma all’estero, producono mine. Credo che questo e, insieme, un impegno sul fondo per lo sminamento siano un investimento di lungo termine per creare le condizioni per la sicurezza internazionale su base molto umana e poco teorica.

Inoltre, ricorderete che queste Commissioni hanno ratificato il trattato sul commercio delle armi (Arms Trade Treaty). Il 3 marzo il Consiglio europeo ha adottato la decisione di consentire il deposito dello strumento di ratifica ai Paesi membri dell’Unione europea e penso che possiamo assumere l’impegno di essere, se non il primo, tra i primissimi Paesi dell’Unione europea a consegnare lo strumento di ratifica già dai prossimi giorni.

Cito un altro impegno preciso e concreto che è anche un follow up di un’iniziativa di queste Commissioni. Ricorderete che il primo atto di questa Commissione alla Camera è stato la ratifica della Convenzione di Istanbul. Sto scrivendo ai miei colleghi dell’Unione europea poiché mancano le ratifiche di alcuni Paesi perché la Convenzione entri in vigore. Se riuscissimo ad avere le ratifiche che mancano in tempo per poter «celebrare» l’entrata in vigore della Convenzione di Istanbul durante il semestre di presidenza italiana sarebbe un bell’omaggio anche al lavoro che questo Parlamento e queste Commissioni hanno svolto.

Cito ancora alcuni punti prima di concludere. Un tema a volte discusso in queste Commissioni insieme alle Commissioni difesa è quello della relazione tra il lavoro che si svolge nella Commissione difesa e quella che si svolge nella Commissione esteri. È un tema centrale per le discussioni che riguardano le missioni internazionali.

Questo Governo non può che fare atto di totale sostegno al lavoro che il Parlamento può svolgere per l’approvazione di una legge quadro che ci consenta, sin dalla prossima scadenza, di ragionare delle missioni internazionali in un formato diverso, che quindi esca dalla pratica della discussione unicamente sul rifinanziamento ma ci consenta di avere una discussione politica approfondita, vorrei dire strategica, sui singoli scenari di crisi, su qual è il modo migliore per stare in questi scenari, anche su qual è il modo migliore per prevenire alcune crisi internazionali prima che si manifestino.

Questo è un lavoro che il Parlamento può svolgere, insieme al Governo, in modo molto più utile di quanto in questi anni abbiamo sperimentato. Confido che il Parlamento voglia procedere in modo spedito e da parte del Governo ci sarà tutto il sostegno per farlo.

Un altro impegno a cavallo tra esteri e difesa è quello di rendere il semestre di presidenza italiana dell’Unione europea un semestre che investa nella ricerca di una politica estera di sicurezza comune e che vada avanti sul settore della difesa comune europea, a partire dalla realizzazione di quello che il Consiglio di dicembre, che pure non è stato eccezionale ma nel quale sono stati comunque indicati alcuni punti, ha richiamato.

Da ultimo, abbiamo sempre detto che anche la revisione dello strumento militare, che è competenza delle Commissioni difesa, va inquadrato in un discorso strategico che deve partire dalle Commissioni esteri. Con il Ministro Pinotti nei prossimi giorni lavoreremo alla definizione del progetto sul libro bianco, di una strategia di sicurezza nazionale che parta dagli scenari di minaccia globale e che conseguentemente consenta di affrontare i temi relativi alla riformulazione del nostro strumento militare, in un contesto che tenga conto degli scenari di politica estera globale. Non ha senso fare un esercizio senza l’altro. Proveremo, con il vostro aiuto e con il vostro lavoro, a impegnarci in questo senso.

Vi è infine un tema che ho lasciato tra gli ultimi non per negligenza, ma perché so che c’è sullo stesso una particolare sensibilità e, avendo toccato il tema del raccordo con il Ministero della difesa, penso che sia utile affrontarlo in questi termini. Il totale raccordo tra Ministero degli esteri, Ministero della difesa e Presidenza del Consiglio sarà – mi auguro – uno strumento che ci consentirà di affrontare la vicenda dei nostri due marò in modo più coordinato e più univoco di quanto non sia stato fatto in passato.

La Camera ha approvato, la settimana scorsa, un ordine del giorno unitario che credo ci possa aiutare molto in questo senso. Mi rifaccio, da questo punto di vista, alle parole del presidente Vito che richiamava in Aula la necessità di avere una vicinanza anche umana – io sono in costante collegamento, e credo lo sia anche il Ministro Pinotti – sia con i marò sia con le loro mogli, e di avere una voce unica dall’Italia, del Parlamento e del Governo, ma anche tra i diversi membri degli stessi. La forza del messaggio che facciamo arrivare a Delhi sta nella sua univocità. Credo che tutti ne sentiamo la responsabilità.

Come sapete, stiamo operando sulla strada dell’internazionalizzazione. Il Ministro Alfano ieri a New York ha avuto un importante incontro con Ban Ki-moon che di nuovo l’ha rassicurato su quanto le Nazioni Unite saranno in prima linea nell’affermare la necessità di risolvere questa questione non in modo bilaterale ma in un contesto internazionale. Abbiamo mandato l’ultima delle note verbali la settimana scorsa, il che significa che il prossimo passaggio può essere direttamente l’avvio dell’arbitrato internazionale. Chiaramente sarà una scelta che faremo con loro e con gli avvocati; credo tuttavia che sia giusto informare il Parlamento circa il fatto che stiamo andando avanti, dal punto di vista formale, sulla strada dell’arbitrato.

Oggi Staffan De Mistura è tornato a Delhi per seguire gli sviluppi di questi giorni, che come sapete sono quelli immediatamente precedenti alla prossima udienza, che dovrebbe tenersi la prossima settimana.

Chiudo richiamando un tema che ha appassionato questa Commissione per mesi: la riorganizzazione della rete diplomatica, consolare e culturale. Parto dall’assunto che è bene che almeno tra di noi sappiamo che la politica estera è un investimento strategico per il nostro Paese, ma anche dall’assunto che abbiamo esigenze di legge, date in particolare dal DL n. 95 del 2012, che ci indicano degli esercizi complessi, impegnativi, anche faticosi di riduzione del numero delle sedi che abbiamo all’estero.

Non vi nascondo – anche perché lo sapete molto bene – che ho trovato un pacchetto, sostanzialmente frutto di un lavoro lungo svolto nelle Commissioni, con tutti gli organismi che sono stati coinvolti. Mi fa piacere, però, comunicare alle Commissioni che, anche in virtù di una scelta politica condivisa con il Governo, vorremmo tenere aperti due istituti di cultura tra quelli che pure erano stati inseriti nella lista delle chiusure: Stoccarda e Lione, che so essere stati anche oggetto di una particolare attenzione da parte di queste Commissioni. Come segno di una volontà di investire nell’aspetto della promozione della nostra cultura all’estero e di procedere, nei prossimi mesi, con un metodo diverso da quello utilizzato finora, sebbene il pacchetto fosse sostanzialmente chiuso e solo in attesa di essere firmato, abbiamo deciso di tenere aperti questi due istituti di cultura. Vedremo, per i prossimi passaggi, come procedere in modo diverso.

C’è un punto relativo alla spending review sul quale ritorneremo. Al riguardo, posso dire che stiamo facendo un esercizio di revisione attenta delle spese.

È forse utile citare, altresì, il punto relativo all’elezione dei Comites. Come sapete, entro l’anno è previsto il rinnovo dei Comites e del CGIE (Consiglio generale degli italiani all’estero). A breve queste Commissioni saranno chiamate a esaminare lo schema di regolamento, già approvato in prima lettura dal Consiglio dei Ministri, che dispone nuove norme sulle modalità del voto (in seggi e con la modalità elettronica).

Spero che si possa rapidamente perfezionare questo regolamento, in modo tale che gli italiani all’estero possano eleggere i loro rappresentanti presso questi organismi che costituiscono una parte fondamentale dell’attività delle nostre comunità all’estero.

Infine, scusandomi ancora di aver abusato del vostro tempo, permettetemi di citare un ultimo punto. Non ho citato l’America Latina non per scarsa attenzione; peraltro, il Sottosegretario Giro vi è stato in visita la scorsa settimana. Penso che sia utile darvi la notizia che stiamo seguendo con attenzione la situazione in Venezuela. Vedrò personalmente l’ambasciatore venezuelano a Roma oggi pomeriggio, per acquisire direttamente da lui informazioni più dettagliate e dirette su quello che sta succedendo nel Paese e anche per rappresentargli tutte le nostre preoccupazioni sia relativamente alla nostra comunità sia relativamente al destino del Paese. Grazie.

PRESIDENTE. Ringrazio il ministro per averci offerto un’esposizione molto completa, che ha unito elementi di analisi e compiti più specifici e operativi della Commissione. Sebbene io intervenga raramente, oggi voglio farlo in apertura su un solo punto, quello dell’Ucraina.

Intervengo perché, avendo riletto gli atti della nostra precedente riunione, vorrei fare una considerazione. Se in quella riunione il ministro ha fatto appunto il ministro, intendendo con questo che il Ministro degli esteri, specie nella sede delle Commissioni parlamentari, ma anche in altre occasioni, deve tenere il suo ragionamento in modo estremamente calibrato, credo tuttavia che come Commissione parlamentare dobbiamo avere criteri diversi, meno diplomatici, che affondano rispetto a novità positive o negative che si presentano nel mondo. A questo riguardo, secondo me, in quella riunione siamo stati quasi più diplomatici dello stesso ministro.

Esprimerò allora


Luogo:

Roma

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