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Governo Italiano

Intervento

Data:

14/06/2006


Intervento

D’ALEMA, ministro degli affari esteri. Signori Presidenti, signori senatori, colleghi deputati, permettetemi,  prima di esporre le linee programmatiche generali della politica estera del Governo, una considerazione di
carattere generale.
Veniamo da anni traumatici per il mondo e anche per il nostro Paese e per la prima volta da decenni il sangue di decine di giovani italiani e` stato versato in missioni internazionali.
La nostra parte politica si e` opposta alla missione in Iraq; coerentemente al mandato ricevuto dagli elettori, il Governo sta predisponendo il rientro dei nostri soldati con le modalita` che illustrero` tra breve. Ma certo
questo non ci impedisce oggi di indirizzare un sentito tributo a quelle giovani vite, al sacrificio e  l’impegno delle nostre Forze armate.
Proprio oggi, a Nassiriya si avvicendano la Brigata Sassari, che da ultima ha dato vita alla missione «Antica Babilonia», con la Brigata Garibaldi.
E credo che questa debba essere l’occasione per cui da questa sede parlamentare si rinnovi il senso di una gratitudine di tutto il Paese per il lavoro svolto, con grande capacita` e con grande umanita`, dalle nostre
Forze armate.
Sono convinto che i grandi Paesi si riconoscano anche dalla capacita` di sentirsi uniti intorno a valori fondamentali e penso che non avremo una politica estera degna di tale nome se perderemo di vista questo essenziale punto di riferimento. In questo il lavoro del Ministro degli esteri cerchera` di caratterizzarsi, nel tentativo di contribuire, in un dialogo con il Parlamento e con le grandi forze culturali e sociali del Paese, a definire, ad arricchire, a proseguire una politica estera dell’Italia e non soltanto una politica estera di un Governo.
L’Italia, come Paese fondatore dell’Unione europea e della NATO, come Paese membro del G8 e – dal gennaio 2007 – del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per il prossimo biennio, e` un Paese impegnato su piu` fronti e che appartiene senza dubbio al gruppo dei Paesi piu` importanti sulla scena internazionale.
L’appartenenza agli organismi internazionali e` la dimensione strutturale della politica estera italiana ed e` uno dei motivi per cui il nostro Paese ha un interesse specifico a valorizzare la dimensione multilaterale.
Multilateralismo non significa tuttavia annullamento delle responsabilita` nazionali. Un multilateralismo efficace richiede anzi un impegno continuativo dei singoli Paesi e gli organismi internazionali funzionano solo a questa condizione. Se l’Italia scegliesse una strada di ripiegamento rispetto agli impegni internazionali, perderebbe qualunque capacita` di influenza.
Se la premessa da cui muovere e` questa, le scelte basilari della politica estera riguardano l’equilibrio fra i vari ambiti, i vari cerchi dell’azione esterna dell’Italia, il contributo specifico che il nostro Paese vuole esercitare in ciascuno di essi, la distribuzione delle risorse nazionali. Il Governo intende riportare al centro dell’azione multilaterale dell’Italia la dimensione europea, il che significa un impegno coerente e determinato del nostro Paese nell’Unione europea come priorita` della nostra politica estera, volto a costruire un’Europa in grado di agire all’esterno per promuovere sicurezza, democrazia, giustizia e sviluppo. Sono obiettivi che rispondono ai nostri principi di politica estera e che, insieme, garantiscono gli interessi nazionali di un Paese come il nostro, fortemente esposto ai nuovi rischi transnazionali.
Le lezioni della crisi apertasi nel 2003 con l’intervento in Iraq dimostrano d’altra parte che l’Europa potra` restare unita solo se avra` una visione comune del rapporto con gli Stati Uniti. La politica estera del Governo intende favorire la crescita di un attore europeo autonomo, ma legato agli Stati Uniti da solidi e maturi rapporti di alleanza. Questa impostazione collega l’attuale Governo ad una tradizione di politica estera intesa nella sua espressione migliore. La politica estera dell’Italia ha dato il meglio di se´, dallo scorso dopoguerra in poi, quando queste due priorita`, europeismo e atlantismo, non sono state in contraddizione tra di loro, ma si sono invece completate rafforzandosi a vicenda. Riteniamo che questo
filo conduttore debba tornare ad essere l’elemento qualificante della politica estera italiana.
Dopo le rotture storiche dell’ultimo quindicennio, in modo particolare dopo la fine della Guerra fredda, il semplice richiamo alla continuita` con le tradizioni non e` pero` sufficiente, rischierebbe anzi di rimanere un esercizio retorico, se le tradizioni non fossero aggiornate. E` evidente infatti che le direttrici e i contenuti della politica estera, per essere efficaci, vanno sincronizzati ad una realta` internazionale in rapida trasformazione.
Abbiamo bisogno di fare leva sulle basi piu` solide della tradizione e, insieme, abbiamo bisogno di aggiornamento, di allargare gli orizzonti della nostra politica estera.
Il modo piu` utile per impostare una politica estera capace di tutelare realmente gli interessi politici ed economici dell’Italia e` di essere consapevoli delle opportunita` e dei rischi collegati a questa fase dei processi di globalizzazione. Assistiamo, da una parte, all’emergere in Asia e America Latina di nuovi grandi protagonisti. Paesi come Cina, India e Brasile stanno guadagnando (ma per Cina e India si dovrebbe dire recuperando) posizioni di crescente preminenza, con una rapidita` superiore alle previsioni di pochi anni addietro. L’asse del potere globale si sta chiaramente spostando, se guardiamo agli indicatori demografici, economici, energetici e il rischio principale per l’insieme dei Paesi europei e` di soffrire una progressiva marginalita`.
E` mia convinzione che la politica estera italiana, nei cinque anni passati, non abbia operato a sufficienza in questa dimensione globale. Penso che si debba lavorare per allargare gli orizzonti della nostra politica estera
e consolidare i rapporti con i Paesi che ho appena citato e` a mio giudizio una priorita` da perseguire, che risponde anche a fondamentali interessi economici italiani. Pensiamo a quanto sia fondamentale per noi integrare lo sviluppo della nostra economia con lo sviluppo impetuoso dell’economia cinese, che certamente si presenta come una forte sfida sul terreno della competitivita`, ma anche come una grande opportunita`. Un recente studio del Fondo monetario internazionale ha esaminato l’impatto dello sviluppo cinese sullo scenario economico mondiale, valutando come, nell’arco del prossimo quindicennio, saranno duramente colpiti dalla crescita cinese i Paesi produttori di manufatti e in particolare i Paesi emergenti,
mentre si avvantaggeranno enormemente i Paesi produttori di servizi ad alto valore aggiunto, di nuove tecnologie. Il problema non e` dunque la Cina, il problema e` dove sara` l’Italia, se essa sara` in grado di collocarsi nel segmento dei Paesi che potranno trarre vantaggio dalla crescita e dalla presenza della Cina sulla scena mondiale. Ma oltre agli interessi economici (ho parlato della Cina, avrei potuto parlare del Brasile), vi e` anche l’ambizione politica di un Paese come il nostro, che non e` una grande potenza,
ma che ha una rilevante, potenziale influenza di carattere culturale e politico, che voglia restare ai vertici del sistema internazionale.
Tuttavia insieme all’ascesa di nuove potenze internazionali abbiamo il fenomeno opposto, il vuoto di potere prodotto, soprattutto nel continente africano, dal collasso delle strutture statali in molti Paesi. Dei cosiddetti
Stati falliti non si parla abbastanza, eppure ignorare l’esistenza di questi vuoti di potere statale, in preda al circolo vizioso di poverta`, sottosviluppo, guerre civili, e` piu` di un delitto morale, e` un tragico errore politico, di cui il caso della Somalia ci conferma l’attualita`. Non possiamo chiudere gli occhi di fronte alla trasformazione degli Stati falliti in base operativa potenziale delle ramificazioni di una criminalita` organizzata senza piu` frontiere o, peggio, in terreno fertile per il prosperare di un terrorismo che ha anch’esso superato ogni demarcazione territoriale. L’impegno internazionale nella gestione delle crisi e` il tentativo di spezzare questa deleteria spirale, deleteria per le popolazioni interessate e per la sicurezza
globale.
Compito della politica estera e` dunque fare i conti con questa doppia realta`: sono le opportunita` del mondo che cresce, i grandi attori emergenti e, insieme, i rischi di un mondo che viene lasciato indietro, i nuovi confini a cui adattare la tradizione.
Questa e` quindi la dimensione in cui operare, avendo molto chiaro che sviluppo e sicurezza dell’Italia dipenderanno dal modo in cui riusciremo a rispondere a queste doppie pressioni della globalizzazione. Tuttavia, si tratterebbe di un obiettivo irrealistico o velleitario, se fosse perseguito puramente su una scala nazionale, di cui ogni giorno e` piu` evidente l’inadeguatezza. La portata delle sfide che ho appena ricordato impegna innanzitutto la dimensione multilaterale come l’unica realmente adeguata, e cio` per noi significa prima di tutto l’Europa. Guardare all’Europa, adoperarsi per fare dell’Europa un attore globale, consapevole del bisogno di governance, non significa consegnare all’Europa una delega in bianco, non significa abdicare ai propri interessi nazionali in nome di un ideale astratto che altri avranno cura di riempire di contenuti. Al contrario, significa avere chiaro che l’Unione europea e` lo strumento piu` adeguato per promuovere gli interessi del Paese, intesi in un’accezione non miope ne´ egoistica, ma neanche aprioristicamente  rinunciataria.
Egualmente, insistere sulla dimensione europea non significa delegare responsabilita` che sono nazionali, ma esercitarle nella consapevolezza che sicurezza e benessere dell’Italia verranno piu` efficacemente difesi
attraverso una Unione europea piu` forte e che funzioni. Inutile nascondersi l’entita` della crisi europea. Ripiegata nella pausa di riflessione seguita al trauma del doppio «no» francese ed olandese al Trattato costituzionale, l’Unione negli ultimi anni si e` come arrestata. E ` necessario rimetterla in marcia. L’Italia deve dare un impulso importante in questa direzione: chi lo trascura non rende giustizia al peso effettivo
che il nostro Paese puo` esercitare.
Non serve enumerare ancora una volta le ragioni dello stallo europeo; conviene piuttosto puntare con decisione in avanti, visti i benefici che l’ulteriore sviluppo di questo progetto ha ancora da offrire all’Italia e all’Europa. Illustrarli all’opinione pubblica con pazienza, umilta` e senza paternalismi tecnocratici e` il compito di una classe politica, sia italiana, sia europea, che si riconosca nei valori piu` autentici dell’europeismo.
Dalla nostra capacita` di recuperare al progetto europeo l’indispensabile base di consenso popolare si misurera` il successo o il fallimento di un’intera classe dirigente. Per riconnettere opinione pubblica e progetto europeo sara` indispensabile il contributo dei parlamenti nazionali e sara` decisivo fare leva sul Parlamento europeo, di cui ho avuto in questi ultimi anni il privilegio di fare parte. Non meno prezioso sara` il coinvolgimento delle societa` civile nelle sue varie articolazioni. Si potrebbe osservare, parafrasando Clemenceau, che l’Europa unita e` una cosa troppo seria per confinarla unicamente ai dibattiti per iniziati, il
che conduce ad una prima conclusione: la discussione sulle prospettive costituzionali dell’Unione deve intanto riprendere nei Parlamenti e nel Parlamento europeo. Un processo del genere facilitera` l’obiettivo primario del Governo italiano, che consiste – voglio dirlo con chiarezza – nel salvare per quanto e` possibile l’essenza del trattato firmato a Roma il 29 ottobre di due anni fa: nel senso che noi lo condividiamo pienamente; nel senso che comprendiamo le difficolta` di quei Paesi nei quali il referendum popolare
ne ha bocciato la ratifica; nel senso che nella ricerca di soluzioni innovative, accettabili per tutti, il criterio per noi e` che quanto piu` di quel Trattato viene salvaguardato, tanto piu` queste soluzioni saranno considerate accettabili e positive.
Bisogna scongiurare il rischio che la pausa di riflessione diventi una paralisi. Questo e` il messaggio politico sostanziale che come Governo italiano porteremo al Consiglio europeo che si aprira` domani a Bruxelles.
Riassumendo i temi centrali di questo Consiglio europeo, credo che si discutera` appunto di che cosa fare per rilanciare il dibattito costituzionale. In particolare, l’Italia sostiene la proposta elaborata dalla Commissione europea, perche´ nell’occasione del cinquantesimo anniversario del Trattato di Roma gli Stati membri adottino una dichiarazione solenne, con cui ribadire il comune impegno sui principi, i valori e gli obiettivi della costruzione europea, che possa essere base per la successiva definizione della questione istituzionale. Una dichiarazione solenne che possa svolgere – questo e` l’auspicio – una funzione analoga a quella che svolse la dichiarazione di Messina di 51 anni fa, che aprı` la strada al Trattato di Roma.
Secondo tema di cui si discutera` sara` quello dell’allargamento. La posizione dell’Italia e` contraria a lanciare segnali negativi in materia di allargamento. E` evidente che il processo di allargamento sara` lungo, complesso, conoscera` varie tappe e richiedera` un concreto avanzamento dei Paesi candidati lungo il cammino di un adeguamento ai principi, ai valori, alle regole e ai criteri dell’Europa. Tuttavia noi siamo contrari all’adozione di nuovi criteri, come sarebbe un’interpretazione in questo senso del concetto di capacita` di assorbimento da parte dell’Unione, o come sarebbe addirittura, nelle proposte di alcuni Paesi, l’adozione del criterio dell’atteggiamento dell’opinione pubblica verso l’allargamento, criterio quanto mai arbitrario, che difficilmente puo` essere proposto ai Paesi candidati che aspirano ad entrare in Europa.
E ` evidente che il processo di allargamento e` strettamente legato ad una riforma che dia efficacia e funzionalita` alle istituzioni dell’Unione; ma il messaggio a nostro giudizio deve essere positivo, sia per quanto riguarda l’appuntamento con Romania e Bulgaria, sia per quanto riguarda la prosecuzione di un complesso negoziato con la Turchia (che certamente e` proiettato nel futuro) e con la Croazia, sia per quanto riguarda il messaggio da lanciare all’insieme dei Balcani, tema su cui tornero` e che certamente
rappresenta una missione anche propriamente italiana.
E` evidente che soltanto nella prospettiva di un’integrazione nell’Unione europea si puo` pensare ad una stabilizzazione nei Balcani, al superamento delle tensioni nazionalistiche che ancora agiscono in quell’area,
promuovendo processi ulteriori di nascita di nuovi Stati, tra i quali dobbiamo tuttavia cercare di favorire un’integrazione e una convivenza pacifica.
Questi saranno i temi fondamentali. Ovviamente il Consiglio europeo analizzera` anche altri aspetti e in particolare lo sforzo per vedere su quali capitoli si possa procedere concretamente ad un’integrazione delle politiche europee, intanto sulla base dei trattati esistenti, in particolare sui temi della sicurezza comune, del controllo delle frontiere dell’Unione, sui temi della collaborazione in materia di lotta al terrorismo e su alcuni grandi temi economici, a partire dalla questione di una politica europea per l’energia.
In tutti questi campi noi vogliamo avanzare sulla base dei trattati esistenti, mentre escludiamo, come ha giustamente sottolineato il presidente Dini, la logica detta del cherry picking, cioe` dell’anticipazione di aspetti del trattato costituzionale, che potrebbe essere intesa da parte di alcuni Paesi come alternativa all’adozione del trattato stesso. Credo, infatti, che nulla di duraturo puo` essere conseguito senza istituzioni forti, come ammoniva Jean Monnet e come ha ricordato recentemente il presidente Prodi. Le decisioni concrete saranno possibili da parte dei Governi solo con una maggiore chiarezza, in un quadro politico d’insieme che dovra` evolvere. In particolare, non c’e` dubbio che l’appuntamento delle elezioni francesi nel 2007 rappresentera` un passaggio fondamentale.
In questo quadro noi attribuiamo un grande valore alla presidenza tedesca dell’Unione nel primo semestre del 2007, contemporanea allo svolgimento delle elezioni francesi e al Consiglio europeo del giugno del
2007, che potrebbe rappresentare un tornante sulla strada del rilancio europeo. Ho fatto riferimento a due Paesi (le elezioni in Francia, la presidenza tedesca) che, come l’Italia, hanno svolto fin dall’inizio nell’Unione un ruolo propulsivo e difficilmente sostituibile. Il loro ruolo e` ancora cruciale, ma non esaustivo. Se guardiamo alla dimensione di politica estera, di sicurezza e di difesa dell’Unione, resta determinante il ruolo della Gran Bretagna; se guardiamo alla politica mediterranea, il ruolo della Spagna e`
evidentemente cruciale; cosı` come lo e` quello di nuovi membri dell’Unione nelle politiche verso l’Est.
Nell’Europa allargata, o meglio riunificata dall’allargamento, una maggiore flessibilita` sara` nell’ordine delle cose e aumentera` il ricorso a cooperazioni rafforzate e a forme piu` avanzate di integrazione per iniziativa di un limitato numero di Stati membri. E ` nostra convinzione che rientri nell’interesse dell’Italia favorire queste forme di cooperazione rafforzata, assicurando la partecipazione del nostro Paese nell’area della governante economica, della sicurezza interna, della politica estera e della difesa.
E ` essenziale che cio` avvenga sulla base di meccanismi inclusivi e non discriminatori.
Parallelamente l’Europa deve evitare di chiudersi in se stessa. E` giusto interrogarsi sui confini ultimi del progetto europeo. Si riferiva a questo Joska Fischer, parlando di finalita` dell’Europa e, tuttavia, se l’Unione intende portare a compimento la sua missione di riconciliazione storica del Continente, la porta «futura adesione» deve restare aperta, come egli sottolineava.
Ritengo molto importante il nostro impegno nel rapporto con i Paesi del Balcani. In questi giorni il Montenegro ha scelto per l’indipendenza. L’Europa, e noi con essa, si e` impegnata a riconoscere questo nuovo Stato ed anche ad indicare a questo nuovo Stato, come ai vicini del Montenegro, la prospettiva di una futura possibile integrazione nell’Unione europea. Questo vale per il Montenegro e vale anche per la Serbia, cui deve arrivare un messaggio di apertura e di disponibilita` da parte della comunita` internazionale, anche per evitare un sentimento di isolamento e un pericoloso ripiegamento nazionalistico (pensiamo a tutte le difficolta` legate al negoziato per quanto attiene allo status finale del Kosovo).
E ` quindi evidente che il processo di riorganizzazione politica dei Balcani non si e` arrestato, ma e` anche evidente che l’unico modo di sdrammatizzare questo processo e di determinare un quadro di comprensione, di dialogo e di cooperazione tra le diverse Nazioni che sono nate e che continuano a nascere dalla disgregazione della ex Iugoslavia e` appunto quello di aprire a questa parte d’Europa la prospettiva di essere parte dell’Unione europea.
Credo che nel prossimo Consiglio europeo avremo l’opportunita` di impegnarci su questi temi e di manifestare la disponibilita` e la volonta` dell’Italia di procedere in questa direzione. Un aumento del peso internazionale dell’Europa consentirebbe di affrontare in modo piu` coeso le grandi crisi che abbiamo di fronte e che hanno formato oggetto di un dialogo molto intenso tra i Ministri degli esteri europei in queste ultime settimane, anche in preparazione del Consiglio europeo.
Anzitutto la questione iraniana, che ha un rilievo prioritario per il nostro Paese, data anche l’importanza degli interessi economici in gioco (come e` noto l’Italia e` il primo partner commerciale dell’Iran in Europa).
Il Governo italiano intende contribuire ad una soluzione negoziata, pacifica della crisi, anche se al momento l’Italia non fa parte del gruppo di Paesi direttamente impegnati nel complesso negoziato con Teheran. Ho
avuto occasione questa mattina di avere un lungo colloquio telefonico con il Ministro degli esteri dell’Iran, con il quale ritengo utile anche avviare un dialogo diretto, non naturalmente per creare canali paralleli, ma per contribuire ad un’opera di persuasione sul Governo di Teheran affinche´ quest’ultimo si disponga ad accogliere le proposte della comunita` internazionale, quelle che in particolare qualche giorno fa Javier Solana ha illustrato a Teheran ai rappresentanti di quel Governo.
Nel corso di questo colloquio ho raccolto valutazioni positive e di cauta apertura da parte del Ministro degli esteri iraniano sulle novita` del pacchetto che e` stato proposto all’Iran. In modo particolare, vi e` un apprezzamento sia per il riconoscimento da parte della comunita` internazionale del pieno e legittimo diritto dell’Iran a fare ricorso alle tecnologie nucleari per un uso pacifico – ed anzi in tal senso va l’offerta di collaborazione sul piano della fornitura anche delle piu` avanzate tecnologie – sia per quanto attiene al prospettato coinvolgimento dell’Iran in un impegno comune per la stabilita` della regione, anche non escludendo che si possa arrivare ad una Conferenza che impegni i Paesi della regione per definire una prospettiva comune e per creare le condizioni di una collaborazione nella pacificazione dell’Iraq e dell’Afghanistan. E ` infatti del tutto evidente che senza un pieno coinvolgimento dell’Iran un simile processo appare assai arduo.
Nel negoziato con l’Iran e` anche aperto il grande tema dell’impegno della comunita` internazionale per evitare ulteriori processi di proliferazione nucleare. Se l’Iran si dotasse di armi nucleari si innescherebbe
cio` che un rapporto dell’ONU del 2005 ha definito «una cascata di proliferazioni in un’area cruciale per la sicurezza europea». Certo bisogna riconoscere che la comunita` internazionale ed anche le grandi potenze poco hanno fatto in questi anni per implementare il Trattato di non proliferazione ed anche per avviare quella ragionevole riduzione degli arsenali nucleari che ormai da molti anni, dalla fine della Guerra fredda, credo dovrebbe rappresentare un obiettivo non solo necessario, ma anche realistico.
Ritengo importante l’atteggiamento assunto dall’Amministrazione americana proprio per cio` che attiene allo sviluppo della crisi iraniana e la disponibilita` da parte statunitense, con una svolta assai significativa dopo piu` di un quarto di secolo, per una partecipazione diretta ad un negoziato con l’Iran. E` una svolta positiva che ha consentito di presentare a Teheran non soltanto un pacchetto negoziale piu` credibile, ma anche la prospettiva di un riconoscimento del ruolo internazionale di quel Paese, che e` parte integrante e assai importante della piattaforma negoziale con la quale siamo andati al dialogo.
Come appena accennato, il Governo italiano ritiene che una politica di coinvolgimento condizionato dell’Iran faciliterebbe la stabilizzazione in Iraq e in Afghanistan. Difficile pensare che la soluzione della crisi in atto nel Golfo possa prescindere da un quadro di sicurezza regionale e dunque siamo favorevoli ad un approccio di questo tipo fino all’idea di una Conferenza che, del resto, come dicevo, e` adombrata nel pacchetto negoziale presentato all’Iran. Naturalmente e` evidente che questo approccio richiede che l’Iran agisca nei fatti a favore della pace nel Golfo e che, insieme, rinunci alla violenza verbale nei confronti di Israele e riconosca il diritto all’esistenza dello Stato di Israele.
Per quanto riguarda l’Iraq, conoscete il mandato elettorale e gli orientamenti che il Governo sta seguendo. I nostri soldati rientreranno in Italia nei prossimi mesi, comunque entro il 2006, con tempi tecnici e modalita`
compatibili con l’esigenza di sicurezza, innanzitutto dei nostri stessi soldati, delle popolazioni locali e delle forze multinazionali che resteranno sul terreno.
Questo approccio graduale, di un rientro concordato nel corso dei prossimi mesi e` stato apprezzato dal Governo iracheno. D’altro canto, la scadenza della missione nel 2006 coincide con l’obiettivo riproposto dal Governo iracheno di una diretta assunzione del controllo della sicurezza delle regioni del Sud del Paese appunto entro la fine del 2006.
Abbiamo avviato e continueremo questi contatti con l’Iraq, con la Gran Bretagna – al cui comando fa capo il nostro contingente in Iraq – e con gli Stati Uniti. Questi contatti sono in corso a livello politico e anche
a livello delle autorita` militari interessate. Vorrei essere molto chiaro su questo punto: le modalita` con cui il Governo sta gestendo il rientro della nostra forza militare si ispirano ad un atteggiamento responsabile. Non vi e` alcun abbandono disordinato delle posizioni che l’Italia ha ricoperto nel corso degli ultimi anni, ne´ vi e` la volonta` di cancellare il valore dell’impegno – come ho detto all’inizio del mio intervento – delle nostre Forze armate in una difficile missione, nella quale sono state sacrificate anche vite umane.
A proposito di alcune polemiche dei giorni scorsi, che ho considerato curiose, voglio dire molto francamente che abbiamo valutato con serieta` i diversi programmi che erano stati predisposti. Ci siamo trovati davanti all’ipotesi che nell’area di Nassiriya permanesse un impegno italiano in cio` che la coalizione ha programmato sotto il nome di PRT (Provincial Reconstruction Team). A questo fece allusione anche il ministro Martino nell’audizione di gennaio di quest’anno, parlando di tale missione come di
una missione sostanzialmente civile (questa e` infatti l’espressione che il ministro Martino uso`). Ora, un esame ravvicinato di questi programmi ci ha fatto rilevare che in realta` quello di cui si trattava era la permanenza nell’area di Nassiriya di 30 tecnici civili, fra cui 15 italiani, con la protezione di un contingente di circa mille soldati, di cui circa ottocento italiani.
Sinceramente la valutazione che noi abbiamo fatto e` che questa configurazione dell’impegno del nostro Paese fosse difficilmente presentabile come lo svolgimento di una missione sostanzialmente civile e che si presentasse invece come il permanere a tempo indeterminato di un contingente militare nell’area di Nassiriya, cosa che non ci e` parsa compatibile con gli impegni politici e le scelte assunte dall’attuale maggioranza di Governo.
Ovviamente si possono avere difformi opinioni su questo. Tuttavia, personalmente mi sono reso conto che la missione denominata provvisoriamente «Nuova Babilonia» aveva un cosı` rilevante contenuto militare
soltanto quando ho letto i progetti. Infatti, fino a quel momento di questo nessuno era stato informato. E questi progetti ci sono apparsi, come confermato oggi in un articolo dal Ministro della difesa, non compatibili con i nostri impegni elettorali, ed anche assai rischiosi. Il permanere del contingente
militare italiano nell’area di Nassiriya per un tempo indefinito pone, anche secondo il parere dei nostri Servizi, problemi assai seri di sicurezza in un’area dove la presenza straniera puo` anche essere bersaglio di provocazioni, di aggressioni, di attentati. Per cui, o i militari restano con un dispositivo che ne garantisca al massimo la sicurezza oppure il permanere di un contingente militare cosı` ridotto avrebbe persino potuto accentuare gli elementi di rischio.
Dunque, noi abbiamo ritenuto di rispettare l’impegno che le nostre Forze armate si ritirino entro il 2006, con le modalita` alle quali ho fatto riferimento. Questo non significa che noi abbandoniamo una posizione politica ed un sostegno concreto per aiutare il difficile processo di consolidamento della democrazia in Iraq.
L’Italia e` presente in Iraq non soltanto a Nassiriya. E ` presente in almeno due importantissime missioni internazionali: la missione NATO «Training Mission» per la formazione di personale militare, collocata a
Baghdad, una missione di formazione, di training, molto importante e tale considerata dalle autorita` irachene e di cui l’Italia e` il maggiore contributore; la missione europea che si occupa della formazione di personale per l’amministrazione della giustizia (l’Italia e` presente con numerosi consiglieri per un’attivita` di state building, di affiancamento dei ministri iracheni).
Noi abbiamo anche discusso con il Governo iracheno altre possibili modalita` di aiuto e sostegno; abbiamo deciso di costituire una commissione mista che sta lavorando e che consentira` di arrivare entro il mese di settembre alla firma di un accordo di cooperazione.
Questo atteggiamento e` stato apprezzato dal Governo iracheno e devo dire che nel dialogo da me avuto con il Primo ministro, con il Ministro degli esteri, con il Presidente del Parlamento, con il Presidente della Repubblica non ho registrato ne´ una particolare insistenza perche´ l’Italia mantenga precedenti ipotesi di impegno nel cosiddetto PRT (che non sembra essere considerato una priorita` dalle autorita` irachene), ne´ una particolare protesta per la decisione di ritirare le nostre Forze armate, di cui invece si sono apprezzate in modo esplicito le modalita` di azione.
Proseguiremo i nostri colloqui con gli alleati. A margine di questi rapporti bilaterali ci siamo anche adoperati perche´ il Ministro degli esteri iracheno fosse invitato alla riunione del Consiglio affari generali per un incontro assai significativo con i Ministri degli esteri europei. Questa posizione dell’Italia tesa a favorire un maggiore impegno dell’Unione europea in Iraq (noi siamo favorevoli ad una gestione sempre piu` multilaterale, che porti a superare quella logica di coalition of willing che tanti problemi ha posto) e` stata anch’essa apprezzata dal Governo iracheno.
La presenza militare italiana in Afghanistan non e` in discussione, a mio giudizio. Il Governo italiano lo ha garantito nei giorni scorsi al Segretario generale della NATO in visita a Roma. A differenza dell’Iraq, la presenza militare dell’Italia in Afghanistan si inscrive in una vicenda che si e` sviluppata in un quadro giuridico e politico assai diverso rispetto a quello dell’Iraq. Innanzitutto, fin dall’inizio si e` svolta nel quadro di una risoluzione delle Nazioni Unite che in Iraq, come tutti ricordano, intervennero ex post, non soltanto dopo la guerra ma per la verita` anche dopo l’invio delle Forze armate italiane, configurandosi nella prima risoluzione una forma di riconoscimento dei diritti e dei doveri di una forza occupante, cosa questa che non pochi problemi ha posto all’Iraq.
Il quadro dell’Afghanistan e` molto diverso e diversa e` a


Luogo:

Roma

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