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Governo Italiano

Dettaglio intervento

Data:

18/08/2006


Dettaglio intervento
Resoconto stenografico

Comunicazioni del Governo

…MASSIMO D'ALEMA, Ministro degli affari esteri. La ringrazio, presidente. Ringrazio anche per la tempestività di questa seduta, che consente al nostro paese, insieme alla riunione che si è appena svolta del Consiglio dei ministri, di essere fra i primi paesi - il primo con questo grado di formalità - che rispondono all'appello delle Nazioni Unite contenuto nella risoluzione n. 1701.
La risoluzione n. 1701, approvata all'unanimità dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, ha posto fine al drammatico conflitto tra Israele e il Libano, anche se in verità il Governo libanese non è stato parte, ma vittima di questo conflitto, un conflitto che, come tutti ricordiamo, fu innescato dall'azione di commando, dall'azione terroristica del gruppo di Hezbollah al confine con Israele e proseguì poi con i bombardamenti massicci del Libano, il lancio di missili sul territorio di Israele e i combattimenti nel sud del Libano.
L'Italia è stata, fin dal primo momento, uno dei paesi che hanno agito per porre fine a questo conflitto, per arginarne la portata, per evitare che il conflitto stesso si espandesse alimentando una spirale di guerra e di violenza in tutto il Medio Oriente. Abbiamo continuato a svolgere questo ruolo anche nei giorni in cui, com'era non solo inevitabile ma anche giusto, il negoziato si è spostato a New York, nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, dove l'Italia non siede; e tuttavia, anche in quei giorni, il nostro Governo ha continuato a svolgere un'opera di stimolo e di incoraggiamento, perché si giungesse ad un accordo tra i paesi membri del Consiglio di sicurezza, allo scopo di porre fine al conflitto, così come noi avevamo detto fin dal primo momento. Porre fine al conflitto non per ritornare allo status quo ante, ma per sviluppare un processo positivo in grado di garantire, al tempo stesso, la sovranità del Libano e la sicurezza di Israele. Testimonianza di questo impegno del nostro paese sono stati i numerosi contatti che innanzitutto il Presidente del Consiglio ha tenuto con tutti i leader impegnati nella crisi; di particolare significato la telefonata con il Presidente Bush, e poi anche le iniziative a livello del Ministero della difesa e del Ministero degli affari esteri.
La risoluzione n. 1701 ha posto fine al conflitto e, fino a questo momento, ha ottenuto successo, nel senso che ha garantito la cessazione delle ostilità; ed è di queste ore la notizia positiva che il dispiegamento delle forze armate libanesi è iniziato nel sud del paese e che l'esercito libanese ha raggiunto la città di Kiam, a 7 chilometri dal confine con Israele, e che progressivamente le forze israeliane hanno avviato il loro ritiro dal sud del Libano. Fino a questo momento, le forze libanesi operano affiancate dal contingente UNIFIL, che è in attesa di quel rafforzamento cospicuo che la risoluzione prevede e a cui la comunità internazionale dovrà provvedere nei prossimi giorni.
La risoluzione prevede, appunto, il ritiro delle forze armate israeliane, il dispiegamento contestuale nel sud del Libano delle forze armate libanesi e dell'UNIFIL, rafforzate in uomini, mezzi e mandato. La risoluzione prevede altresì l'avvio di negoziati politici tra Israele e Libano, per giungere ad una soluzione duratura nel quadro di una serie di principi ed elementi, sui quali le parti dovranno accordarsi, sostenuti dal Segretario generale. Fra l'altro, la risoluzione consente di avviare a soluzione il contenzioso tra Israele e Libano a proposito delle cosiddette fattorie di Sheba, che ha costituito da sempre la motivazione che ha alimentato il movimento anti-israeliano nel Libano, che ha teso a caratterizzarsi come movimento di irredentismo nazionale, di liberazione di una porzione, sia pure limitata, di territorio libanese ancora occupata da Israele.
La risoluzione prevede che tra i principi che devono essere affermati vi sia il pieno rispetto della linea blu, lo stabilimento di una «zona cuscinetto» tra il fiume Litani e la linea blu, libera da forze armate ed armi che non siano delle forze armate libanesi o dell'UNIFIL, e la messa in opera delle rilevanti disposizioni previste dagli accordi di Taif e dalle risoluzioni n. 1559 e n. 1680, incluso il disarmo delle milizie, per il quale la risoluzione si rivolge al Libano, al Governo libanese, alle forze armate libanesi, riservando alle forze dell'UNIFIL un compito di supporto.
La risoluzione autorizza, quindi, in vista dei compiti sopra delineati, il rafforzamento di UNIFIL fino a un massimo di 15 mila uomini e l'ampliamento del suo mandato rispetto a quello attuale, per includere in particolare la verifica della cessazione delle ostilità, l'accompagnamento dello spiegamento dell'esercito libanese nel sud del paese lungo la linea blu, il sostegno alle attività umanitarie e il sostegno alle forze armate libanesi in vista dello stabilimento della prevista buffer zone, libera da combattenti e armamenti, salvo quelli appunto, come ho ricordato, del Governo libanese e dell'UNIFIL.
La risoluzione delinea, poi, il quadro delle regole di ingaggio dell'UNIFIL rafforzata; sono regole che si stanno esaminando - sarà il ministro Parisi a soffermarsi su questi argomenti -, nel senso che in questi giorni, in particolare ieri, alle 21 ora italiana, è iniziata una riunione a New York, dove si sta svolgendo positivamente il lavoro per precisare il mandato e per definire le regole di ingaggio, in modo da assicurare che la missione sia in grado di resistere a tentativi di uso della forza, volti ad impedirgli di svolgere i propri compiti, in base al mandato conferitogli, che sono quelli di assicurare la libertà di movimento e di proteggere il personale dell'ONU, gli operatori umanitari, le installazioni e il materiale dell'ONU, nonché i civili sotto la minaccia imminente di violenza fisica.
La risoluzione estende, infine, il mandato dall'11 fino al 31 agosto 2007 ed esprime l'intenzione di considerare, in una successiva risoluzione, ulteriori rafforzamenti del mandato e altre misure per contribuire alla messa in opera del cessate il fuoco permanente e di una soluzione duratura. Il Segretario generale dovrà riferire al Consiglio di sicurezza - riferirà entro la giornata di oggi - sull'applicazione della risoluzione stessa e sui nuovi passi da compiere.
Complessivamente, il nostro giudizio è che la risoluzione ha rappresentato una svolta positiva. Essa è stata accolta dalle parti in conflitto come un messaggio di cessazione delle ostilità ed effettivamente bisogna riconoscere che ciò che la risoluzione prevede, cioè la cessazione immediata da parte di Hezbollah di ogni attacco verso il Israele e la cessazione immediata di ogni operazione militare offensiva da parte di Israele, ha trovato già immediata attuazione.
Dal punto di vista della forza internazionale, la missione si caratterizza come una missione ONU, dei caschi blu, a tutti gli effetti. In definitiva, ha prevalso questa tesi rispetto ad altre ipotesi, che erano state delineate, di una forza multinazionale sotto l'egida delle Nazioni Unite. Naturalmente, il fatto che si tratti di una missione ONU significa che si debbono studiare con particolare attenzione regole e modalità organizzative e di comando, in modo che la missione possa risultare efficace.
Noi non ci nascondiamo le difficoltà dei compiti che sono di fronte alla missione e, più in generale, alla comunità internazionale. È evidente che la situazione del Libano permane fragile e carica di rischi. È evidente che il processo politico di rafforzamento del Governo libanese e, in particolare, il processo politico che deve portare a un monopolio della forza da parte del Governo libanese, che è condizione per l'esercizio effettivo di una sovranità, è un processo politico e militare, per gli aspetti militari, assai problematico. Non ci nascondiamo, quindi, la complessità dei compiti che sono di fronte ai paesi che vogliono rispondere positivamente all'appello delle Nazioni Unite.
Tuttavia, siamo convinti che il nostro paese debba rispondere positivamente e che l'esito di questo drammatico conflitto possa rappresentare un punto di svolta nella vicenda mediorientale e avviare una fase nuova, caratterizzata non soltanto dalla tregua, ma anche dalla ripresa - questo è il nostro auspicio - di un più robusto processo di pace, in grado di avviare a soluzione le ragioni di conflitto che persistono in tutta quell'area, di contribuire ad isolare e sconfiggere le forze estremiste e radicali di tipo terroristico e di garantire, al tempo stesso, la sicurezza di Israele e il riconoscimento del diritto all'esistenza dello Stato di Israele e i diritti dei popoli arabi che vivono nella regione, a cominciare dal diritto dei palestinesi ad avere una propria patria.
È evidente, infatti, che la soluzione del conflitto tra Libano e Israele deve essere considerata in un quadro più generale, nel quale rimane cruciale, come ha già sottolineato nella sua conversazione con il Presidente Bush anche il Presidente del Consiglio Prodi, il tema israelo-palestinese, che rappresenta, senza dubbio, il cuore della crisi mediorientale, ossia la grande questione cui occorre dare una risposta per disinnescare le ragioni di un conflitto che rischia, altrimenti, di allargarsi ed estendersi, come via via, in diversi momenti, abbiamo visto nel corso dei lunghi anni della storia di tale conflitto.
Credo che, da una parte, l'obiettivo della comunità internazionale sia quello della stabilizzazione del Libano. Il Libano è uno dei pochi paesi democratici dell'area, dove si è votato democraticamente. Certo, si tratta di una democrazia in costruzione, dopo lunghi anni di guerra civile e di interferenza straniera.
Il Governo libanese è un Governo al quale tutta la comunità internazionale guarda con simpatia, non senza nascondersi le effettive ambiguità e la complessità della situazione libanese. Infatti, può apparire non semplice comprendere a prima vista che il Governo libanese, che noi vogliamo aiutare, che è sostenuto dall'Occidente e che è visto con simpatia dagli Stati Uniti d'America, sia un Governo di cui, tuttavia, fa parte Hezbollah, che mi sembra difficilmente liquidabile come un gruppetto terroristico, essendo un movimento di natura assai complessa. Infatti, esso è innanzitutto un partito politico, che gode di un vasto consenso democratico e di una robusta rappresentanza parlamentare e che fa parte del Governo di quel paese. Lo dico perché è piuttosto difficile andare in Libano e non incontrare Hezbollah per chiunque vi si rechi, dato che fa parte del Governo, il quale, non noi, ma le Nazioni Unite dicono che dobbiamo sostenere ed aiutare.
Ma, come avviene in altri paesi di quell'area, purtroppo, questo sistema democratico convive con una realtà intollerabile di milizie di partito, che costituiscono anche il lascito di un lungo periodo di guerra civile. Quando parlo di milizie di partito, non mi riferisco soltanto alla milizia Hezbollah. Il Libano è un paese nel quale lo scontro tra milizie di diverse fazioni, per lunghi anni, ha insanguinato il paese e la società libanese. È dunque evidente che il consolidamento della democrazia passa attraverso il sostegno della comunità internazionale al Primo ministro Siniora e alle forze armate libanesi, perché effettivamente il regime democratico si fondi su un monopolio statale della forza, che è condizione perché la democrazia non sia insidiata da gruppi, da fazioni e da azioni violente e di natura terroristica.
Un problema analogo si pone tra i palestinesi, dove anche convive una fragile democrazia, con una pluralità di gruppi armati che sfuggono ad un controllo delle autorità politiche e che hanno rappresentato, da sempre, un motivo di tensione drammatica e uno dei fattori che hanno alimentato una spirale di violenza.
È dunque evidente che l'azione della comunità internazionale deve tendere a fare in modo che i processi democratici si consolidino, che il proliferare di gruppi armati lasci il posto ad una presenza militare responsabile, sotto la responsabilità politica delle autorità dei diversi paesi e nei territori palestinesi, e che il processo di pace riprenda il cammino del negoziato e della ricerca di soluzioni condivise. Questo vale sia per il contenzioso ancora aperto fra Libano ed Israele, sia, a maggior ragione, per la necessità di rimettere in movimento, sulla base della Road map, un processo di pace tra Israele e palestinesi.
Nel corso di queste settimane abbiamo discusso apertamente, a più riprese, con le autorità israeliane. Quando dico «noi» non mi riferisco soltanto all'Italia, perché le posizioni politiche che abbiamo sostenuto in questo dialogo sono quelle europee, che trovano un preciso riscontro nei documenti approvati in modo unanime dai ministri degli esteri europei.
L'Europa ha riconosciuto il diritto di Israele a difendersi e, all'indomani dell'attacco da parte di un commando di Hezbollah ad una postazione di frontiera israeliana, nessuno ha messo in discussione che Israele avesse diritto di reagire ad un attacco illecito contro il suo territorio. Nello stesso tempo, dopo alcuni giorni di guerra e dopo bombardamenti assai estesi, che hanno danneggiato in modo assai rilevante il Libano, il Consiglio affari generali invitava Israele a sospendere le attività militari, in particolare all'indomani della strage di Cana, per evitare ulteriori sofferenze alle popolazioni civili e per evitare il rischio di una spirale di guerra incontrollata e dall'esito assai rischioso per le stesse forze armate israeliane, che si sarebbero trovate impegnate a combattere un movimento di guerriglia e non un esercito regolare, all'interno di un paese straniero, in condizioni assai difficili e problematiche anche dal punto di vista della determinazione di chiari obiettivi militari.
Il Governo di Israele ha ritenuto di non dover accogliere questo appello che veniva da una parte della comunità internazionale. Il conflitto è proseguito, ritengo non senza motivi di dubbio all'interno stesso della società israeliana. D'altro canto, la discussione che si è aperta in Israele sul senso di questo conflitto e sulle sue conseguenze è piuttosto seria. Non credo che avere invitato Israele a fermarsi 15 giorni fa sia stato un atto di ostilità verso Israele. Personalmente, penso che l'Europa abbia manifestato amicizia verso Israele nel consigliare di fermarsi e di affidarsi alla comunità internazionale. Nessuno ha mai pensato che il conflitto dovesse cessare per ritornare alla situazione di prima, ma fin dal primo momento noi abbiamo offerto la nostra disponibilità ad intervenire, affinché una forza internazionale si ponesse lungo il confine di Israele per garantirne la sicurezza e per assicurare la cessazione di attacchi da parte di gruppi terroristici al di là della linea blu.
Dunque, non abbiamo soltanto chiesto che cessasse il fuoco delle armi: fin dal primo momento abbiamo messo in campo la disponibilità della comunità internazionale e dell'Europa per garantire in modo attivo la sicurezza di Israele e non soltanto la sovranità e l'integrità del Libano. Alla fine, questa posizione ha prevalso; alla fine, dopo che ci sono stati molti morti tra i civili in Libano, in Galilea e molti caduti nelle forze armate israeliane e fra i combattenti libanesi.
Ora l'importante è che il processo di pace ottenga rapidamente dei risultati, non soltanto dal punto di vista del consolidamento della tregua e dell'avvio di un negoziato politico, ma anche da quello della ricostruzione del Libano e di un'azione umanitaria che la comunità internazionale deve condurre insieme al Governo libanese. Infatti, se dovessimo lasciare il campo ad un'azione umanitaria di segno islamista, che è largamente in corso, credo che il rischio di un rafforzamento delle posizioni politiche più estreme sarebbe assai grave.
Anche per ragioni politiche, quindi, oltre che per elementari ragioni di umanità, è necessario che la comunità internazionale sia in campo per la ricostruzione del Libano e per il sostegno alle popolazioni colpite. L'Italia è presente. È un impegno forte: oltre 500 tonnellate di aiuti portati in quelle zone dalla nave San Marco, la presenza della Protezione civile e della Croce rossa, l'impegno del Ministero dell'ambiente, su richiesta del Governo libanese, per affrontare la drammatica emergenza ambientale determinata dal bombardamento di depositi di carburante lungo la costa, con conseguente vasto inquinamento del Mediterraneo. L'Italia è presente con un impegno molto grande anche sul piano bilaterale, oltre che sul piano multilaterale.
In questo quadro - è l'ultima osservazione che voglio svolgere -, non vogliamo dimenticare la situazione dei territori palestinesi. È stato sottolineato anche da diversi capi di Stato arabi: in particolare, voglio ricordare l'incontro con il Presidente Mubarak, che ha avuto particolare intensità, per le preoccupazioni che egli ha voluto esprimere, d'altro canto anche in modo pubblico, sul fatto che lo sviluppo degli avvenimenti possa incoraggiare in modo significativo le posizioni più radicali nell'insieme del mondo arabo. Mi ha colpito che anche paesi come la Giordania, l'Arabia saudita e l'Egitto, che nelle prime ore avevano espresso posizioni critiche verso l'azione di Hezbollah, sottolineandone il carattere avventurista e inaccettabile, via via, sotto la pressione delle opinioni pubbliche di questi paesi, hanno dovuto correggere le loro posizioni, fino alle aperte dichiarazioni di sostegno, di valorizzazione e di esaltazione della lotta condotta dai gruppi di Hezbollah. Insomma, se si dice che una delle conseguenze della guerra è avere rafforzato la posizione politica dei gruppi estremisti, non si compie una pericolosa azione politica contro Israele: ci si limita a dire la verità, ciò che chiunque può constatare; senza arrivare all'estremo de The Economist, la cui copertina reca Nasrallah wins the war, che senza dubbio è un'esagerazione. Lo si dice come motivo di preoccupazione rispetto al rischio che questa spirale di guerra finisca per rafforzare posizioni estreme anche in paesi che con Israele hanno firmato la pace e che con Israele intrattengono normali relazioni diplomatiche.
Ecco perché credo che l'Europa e la comunità internazionale debbano raccogliere l'appello che viene da questi paesi: l'appello del Presidente Mubarak, quello del Governo dell'Arabia saudita o del Re di Giordania, che è quello di intervenire in questa complessa crisi per dare forza ad una prospettiva di pace sulla base del negoziato e per offrire una speranza a popoli che, se privi di ogni speranza, rischiano di affidarsi sempre di più a posizioni di tipo estremistico e radicale.
In tale quadro, guardiamo con interesse a qualche spiraglio che si apre nel campo palestinese: mi riferisco all'annuncio di queste ore di un possibile accordo per un Governo di unità nazionale. Credo sarebbe un fatto positivo, fermo restando, naturalmente, che un nuovo Governo palestinese, a nostro avviso, deve adempiere alle condizioni poste dalla comunità internazionale: il riconoscimento di Israele, il riconoscimento degli accordi sottoscritti dall'autorità palestinese, la rinuncia alla violenza come condizione perché possa rimettersi in movimento un processo di pace. È in questa direzione che lavora il Presidente Abu Mazen.
Sono convinto che la cessazione del conflitto e il dispiegarsi di una forza internazionale nel Libano è certamente un aiuto in questo momento alle forze più moderate, perché esse possano riprendere in mano la situazione e perché, fermata l'azione militare, possa riprendere il difficile lavoro della politica, del negoziato e della costruzione della pace…
… MASSIMO D'ALEMA, Ministro degli affari esteri. Credo che utilmente il collega Parisi abbia spiegato che non intendevamo chiedere al Parlamento un mandato in bianco. La procedura alla quale ci siamo attenuti, che, peraltro, è stata decisa dal Parlamento, e che è stata seguita anche nel corso della precedente legislatura in occasione dell'invio di forze armate italiane in Iraq e in Afghanistan, prevede che vi sia una informazione delle Commissioni nel corso della crisi, informativa nella quale abbiamo portato le informazioni di cui siamo sin qui portatori, e che il Parlamento autorizzi il Governo con un voto a proseguire anche negli atti preparatori della missione, salvo ovviamente la libertà del Parlamento di deliberare nel momento in cui, doverosamente, il Governo presenterà al Parlamento la proposta formale che prevederà il numero dei militari, le regole d'ingaggio, i mezzi e i costi.
In sostanza, vorrei essere chiaro, da parte nostra non vi è alcuna volontà di avere una delega in bianco, ma - se volete - vi è un passaggio in più dal punto di vista del coinvolgimento democratico che nulla toglie al potere del Parlamento di deliberare successivamente sulla decisione formale assunta dal Governo.
Siccome il Governo - lo ripeto - è in questo momento già impegnato in atti preparatori - noi partecipiamo, a New York, alle riunioni dei paesi contributori (o potenziali contributori), e lo facciamo sulla base di una volontà politica che ancora non si è tradotta in una decisione; altrimenti, se non avessimo questa volontà politica, non verremmo chiamati a discutere di regole d'ingaggio e di altro -, ci siamo attenuti ad una procedura democratica che prevede due passaggi: quello preliminare, di governo e parlamentare, e quello poi della decisione, di governo e parlamentare.
Quindi, l'avallo del Parlamento, che noi chiediamo, non pregiudica in alcun modo il diritto-dovere del Parlamento di pronunciarsi in seguito sulla missione. Lo chiarisco a quei colleghi che hanno detto «volete un mandato in bianco», a cui spiego che noi non vogliamo un mandato in bianco. Abbiamo semplicemente inteso coinvolgere il Parlamento in una fase preparatoria che noi speriamo possa concludersi al più presto.
Il rapporto da New York sulla prima riunione dei paesi potenziali contributori, che si è svolto - lo ripeto - ieri sera, a partire dalle 21 (ora italiana), è abbastanza confortante (la riunione riprenderà oggi tra alcune ore, a New York), sia dal punto di vista del numero di paesi (la Danimarca, il Belgio, la Spagna, la Grecia, il Portogallo), che si va allargando con diverse disponibilità di partecipazione (come la presenza di forze marittime e aree della Germania) - mi riferisco ai paesi europei, ma vi sono poi paesi extraeuropei, come Bangladesh, Malaysia, Indonesia, Nepal, Marocco, dunque vi è un certo numero di paesi, compreso forse qualche paese arabo -, sia con riferimento alla insistenza delle Nazioni Unite circa la necessità che entro fine mese almeno una entry force di 3.500 uomini arrivi in loco. Ciò al fine di rafforzare l'azione che è già in corso da parte delle forze armate libanesi di presidio del sud del paese per completare ciò che è stato deciso con la risoluzione (il ritiro delle forze israeliane e altro).
Da qui nasce l'urgenza. Naturalmente, non possiamo determinare i tempi di questa urgenza in modo unilaterale, ma la disponibilità italiana concorrerà con quella di altri paesi ad accelerare - speriamo - l'attuazione della risoluzione.
Detto questo, affinché non vi siano equivoci sul fatto che il Parlamento è libero e valuterà poi il provvedimento, e lo voterà sulla base di un dettaglio che oggi non siamo in grado di fornire - il Governo infatti può solo prendere un impegno politico - è evidente anche che questi dettagli sono tutt'altro che irrilevanti: regole d'ingaggio, precisazione del mandato, dimensioni dell'impegno. Noi stessi siamo ben consapevoli che non si tratti di dettagli, bensì di aspetti importanti delle decisioni che verranno assunte.
Venendo al piano più propriamente politico, vorrei innanzitutto rispondere ad una osservazione di fondo fatta dall'onorevole Mellano, rinviando all'intenso dibattito parlamentare da noi affrontato su questi temi. Si potrà poi giudicare i contenuti dell'azione di governo come si vuole, ma dal punto di vista del rapporto col Parlamento ricordo (e da più parti anche dall'opposizione - vi ringrazio - ce ne viene dato atto) il dibattito nell'aula di Montecitorio, e due discussioni nelle Commissioni riunite. Perciò, circa il fatto che all'origine di questo conflitto vi sia stato l'attacco di Hezbollah ad una posizione di frontiera israeliana, e circa il fatto che l'azione di Hezbollah vada collocata nel quadro di una crisi mediorientale che coinvolge responsabilità della Siria, dell'Iran ed altro, rinvio agli atti parlamentari, poiché, per quanto riguarda i miei discorsi, lei troverà lì un'analisi dettagliata di questi aspetti.
Oggi, noi qui non siamo a ricostruire la storia, siamo nel vivo di un dibattito che fra Governo e Parlamento è stato costante in queste settimane di crisi e che ci ha visto più volte impegnati; vi è dunque è una storia alla quale intendo richiamarmi.
Naturalmente, su ciò si sono registrate anche posizioni diverse. Pur nel mettere in luce tali responsabilità, il Governo ha inteso, peraltro in coerenza con le posizioni europee, anche criticare una reazione israeliana che abbiamo giudicato sproporzionata e non determinata nei suoi obiettivi, come poi è apparso chiaro dagli sviluppi successivi, tant'è vero che quella reazione è oggi sottoposta ad una riflessione critica anche in Israele. Naturalmente, ognuno è libero di avere le sue opinioni ma questo è stato il giudizio del Governo, una chiara individuazione di responsabilità seguita da una critica per il carattere sproporzionato e rischioso della reazione israeliana, nonché da un impegno per porre fine al conflitto, sulle basi che poi abbiamo ritrovato nella risoluzione del Consiglio di sicurezza.
Vorrei a tale riguardo ricordare che la trama della risoluzione del Consiglio di sicurezza è contenuta nella dichiarazione conclusiva della Conferenza di Roma; lo dico perché la diplomazia italiana, pur non essendo noi membri del Consiglio, ha certamente dato un contributo al raggiungimento di tale conclusione. Se si legge quel testo, infatti, si nota che contiene già la trama della risoluzione del Consiglio di sicurezza.
Detto ciò, occorre guardare al futuro. Siamo in Parlamento e non voglio certo portare una polemica di carattere giornalistico. Quando il 14 agosto scorso sono stato a Beirut ho deciso di accogliere l'invito del mio collega, il ministro degli esteri libanese, a visitare Beirut sud. Ero consapevole che si trattava di una decisione rischiosa ma ritenevo fosse giusta - e tuttora ritengo lo sia stata -, anche per trasmettere un messaggio di solidarietà ad un paese colpito tragicamente dalla guerra. D'altro canto, quando ero stato in Israele nel corso del conflitto ho incontrato - non so quanti ministri lo abbiano fatto - anche i familiari di uno dei militari israeliani rapiti e non ho mancato, in diverse manifestazioni, anche pubbliche, di esprimere la solidarietà alle vittime israeliane. Peraltro, ho voluto incontrare i rappresentanti degli ebrei italiani che vivono in Galilea per raccogliere la loro testimonianza delle condizioni drammatiche di quei giorni ed esprimere loro la solidarietà del Governo italiano, nonché gli impegni di sostegno e di aiuto.
Chiaramente, sarebbe problematico dire che a Beirut sud si sia fatta una passeggiata, nel senso che la zona era duramente colpita da bombardamenti finiti da circa tre ore. Si era perciò in un contesto estremamente complesso nel quale, forse, non era neppure facilissimo operare la selezione delle persone che ti si stringevano intorno, a mio giudizio, soprattutto con la volontà di proteggermi, in una situazione in cui, al di là delle macerie, vi era una folla di persone disperate, che frugava tra le rovine alla ricerca di corpi o di ciò che restava delle loro case. Quindi, in un contesto così drammatico, certamente mi si sono fatti incontro il ministro degli esteri, i suoi collaboratori e forse - è probabile - deputati di Hezbollah, nonché deputati di altri gruppi. Ciò è sicuro ed era nel conto; ma, misurando costi e benefici - il costo di una fotografia che può avere irritato o ferito ed i benefici di un atto di solidarietà che è parso messaggio molto forte ad una popolazione colpita - ritengo di avere agito bene. Mi prendo le mie responsabilità e ritengo di avere agito in modo positivo; penso anche di avere interpretato sentimenti molto diffusi nel nostro paese. D'altro canto, in politica ciascuno deve assumersi dei rischi; giudicheranno poi gli elettori.
Successivamente, abbiamo incontrato il Governo libanese; dopo un colloquio avuto con il Primo ministro, quest'ultimo, con un suo atto, ha inteso invitare l'intero Governo, e quindi i ministri di tutti i gruppi e di tutte le fazioni. Il senso di tale atto a mio giudizio era inequivoco e positivo: Siniora voleva testimoniare - nel caso concreto a me, ma simbolicamente all'intera comunità internazionale - la volontà dell'intero Governo libanese (e forse voleva lui stesso assicurarsi di ciò ) di rispettare la risoluzione n. 1701. Tanto ciò è vero che mi ha detto: ecco, qui è presente tutto il Governo libanese. E tutti i ministri hanno detto di voler applicare la risoluzione.
È chiaro il significato di tale gesto. Se non ho incontrato i singoli movimenti, è perché sinceramente mi sembrava alquanto curioso che nel momento in cui il Primo ministro mi aveva detto di volermi fare incontrare tutto il Governo libanese io mi sottraessi per andare via. Quindi, vorrei si comprendesse il senso di una visita che, naturalmente con queste controindicazioni, a mio giudizio ha rappresentato un momento fortemente positivo, utile alla preparazione di una missione internazionale in quel delicato Paese. D'altro canto, la visita, pur avendo suscitato qualche polemica in casa nostra, ha riscosso unanime apprezzamento in seno alla comunità internazionale, anche da parte dei nostri alleati, compresi ovviamente gli americani, con i quali abbiamo lavorato in stretta collaborazione. È un po' curioso essere accusati di pericolose politiche antiamericane e ricevere, come qualche giorno è capitato a Prodi, una calorosa telefonata di ringraziamento del Presidente Bush. Invero, il fatto che alcuni paesi si assumano la responsabilità di inviare uomini sul posto per cercare di uscire da una situazione così drammatica è un'impresa, come ha detto il ministro Parisi, certo rischiosa ma apprezzata in seno alla comunità internazionale.
Detto ciò, ritengo che continueremo a discutere, al di là di questo passaggio parlamentare, delle prospettive politiche in modo più ampio. Considero importante la proposta di cui si è fatto portatore l'onorevole Fassino di lavorare per una conferenza internazionale per il Medio Oriente. È evidente che anche la crisi israelo-libanese potrà trovare la soluzione nel quadro di un processo di pace che rimetta in campo tutte le forze e che consenta di fare visibili passi in avanti in tutto lo scacchiere mediori

Luogo:

Roma

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